Temporary shop, e ora anche il negozio diventa temporaneo
2 aprile, 2010
Ebbene sì, ormai non ci sono più i negozi di una volta. Ma neppure quelli di due o tre mesi fa! Si fa appena in tempo ad adocchiare un’insegna che in pochi giorni viene sostituita da una nuova. Niente paura, si tratta solo di un temporary shop: un negozio permanente a disposizione temporanea di chi ne ha bisogno.
L’antesignano in Italia fu Levi’s nel 2005 a Milano, la formula viene dagli Stati Uniti. Il pubblicitario Russel Miller fu il primo a sperimentarla con successo a New York in un loft di 400 metri quadri.
Il temporary shop può restare aperto minimo un giorno, massimo sei mesi. Fra il gestore del sito e l’azienda interessata ad aprire un negozio temporaneo c’è un contratto di servizio, il cui modello è stato redatto dall’associazione Assotemporary. Nessun affitto, lo spazio in cui si svolge l’attività viene considerato un servizio all’interno di un pacchetto più ampio che il gestore vende al contraente e che comprende la licenza di vendita al pubblico, il personale di vendita, l’organizzazione degli eventi, la comunicazione e la campagna stampa.
La comunicazione è fondamentale per ottimizzare l’apertura per poche settimane del negozio, pubblicizzato come un evento unico. Per le piccole e medie imprese diventa un test prima di aprire un vero negozio. Per le grande aziende è una strategia di marketing per testare nuovi prodotti e distribuire linee esclusive.
Raffaella Colombo, gestore di uno spazio temporaneo spiega l’importanza strategica della posizione: “Una grande azienda può aprire in una zona dove ha molti clienti, per presentare nuovi prodotti, in modo da creare con loro una sinergia virtuosa”. I temporary shop devono trovarsi nelle strade di maggior visibilità commerciale e aperti nel periodo giusto dell’anno, poiché risentono della stagionalità: “Una settimana di temporary shop – aggiunge Colombo – può costare dai 1.000 / 1.500 euro in su. I prezzi salgono nelle settimane della moda, del mobile e del Micam o a Natale. Per le aziende il temporary shop può essere una valida alternativa alle fiere”.
Gli eventi con aperitivi, ospiti famosi, animatori, laboratori per bambini, arricchiscono la vita del temporary shop e di zone come Garibaldi, Quadrilatero, Isola o Tortona dove sono numerosi.
Dove invece l’attività di vendita è prevalente, si parla di “temporary outlet”. Si tratta spesso di negozi che restano aperti oltre i sei mesi e che affittano un locale prima di lasciarlo completamente vuoto. Lo allestiscono in pochi giorni per vendere abbigliamento di collezioni superate.
Massimo Costa, direttore di Assotemporary, disegna un quadro della situazione: “La crisi ha contribuito ad accelerare i temporary shop, meno impegnativi di un investimento fisso come un negozio. La formula del temporary shop inoltre è ancora allo stato nascente, non è conosciuta dalla stragrande maggioranza delle aziende. Attualmente una buona piazza è Roma, dove un’azienda fa fatica a trovare spazi per temporary shop ma un operatore temporary avrebbe possibilità di successo”.
Da marzo i temporary shop sono riconoscibili grazie a un marchio di originalità posto sulle vetrine. I temporary retailer dovranno poi osservare un “pentalogo”, cinque regole per il rispetto delle norme amministrative sugli orari degli esercizi commerciali; delle regole per le vendite straordinarie “promozionali” e “di liquidazione”; dei limiti dei saldi di fine stagione; dovranno poi controllare le azioni non corrette delle aziende clienti e garantire una concorrenza non sleale, in armonia con la vita delle vie cittadine. Per i reclami i consumatori devono risalire al titolare dell’attività di vendita che può essere il gestore del locale, che si trova sempre sul posto, oppure l’azienda che ha occupato con la sua insegna il negozio.
di Daniele Monaco














