Messaggi nascosti nelle scarpe volanti. Dall’America arriva lo “shoefiti”
15 ottobre, 2009
Storie di gang, leggende di spiriti o rituali goliardici. Campionati sportivi e movimenti artistici. O semplicemente un modo sbarazzino per liberarsi di un vecchio paio di scarpe, lanciandole sui cavi sospesi fra i palazzi e sui rami degli alberi: tutto questo può essere lo “shoefiti”, il fenomeno di strada proveniente dagli Stati Uniti.

shoefiti sugli alberi
Un ragazzo di Minneapolis, Ed Kohler, ha dedicato un sito al fenomeno, www.shoefiti.com (con il suo bravo banner di una nota marca di scarpe dal marchio a forma di accento) di cui ha anche coniato il nome. Shoefiti è il sintagma di shoe (scarpa) e graffiti e indica una forma di espressione giovanile: legare un paio di scarpe per i lacci e lanciarle a mo’ di bolas, per farle penzolare giù dai fili dell’alta tensione, del telefono o dai rami degli alberi. Il risultato è sorprendente e curioso, capace di spiazzare l’attenzione di chi si trovi a passare di lì.
Lo shoefiti è diffuso sia nelle zone urbane che rurali degli Stati Uniti. Oltreoceano, un fenomeno difficile da inquadrare come lo shoefiti, ha dato adito a sospetti per la sicurezza pubblica. In città penzolano numerose scarpe da tennis, ritenute segnali per ricordare omicidi fra gang o per indicare le case dove si spaccia crack. L’intensità dei lanci è tale che il sindaco di Los Angeles dovette rassicurare i suoi cittadini, intimoriti che “queste scarpe indichino i luoghi dello spaccio o peggio, la base di una gang”. In campagna, dove il setting per storie di crimine sarebbe inverosimile, l’irrazionale prende il sopravvento e le scarpe sospese a mezz’aria (lì usano quelle di cuoio o gli stivaloni) servono agli spiriti dei morti qualora volessero tornare sulla terra per una passeggiata.
Che sia folklore adolescenziale o la bravata di un ubriacone, lo shoefiti è diffuso anche in sud America, nell’Est Europa e nei paesi anglosassoni. In Scozia pare che lo shoefiti serva ai ragazzi per annunciare agli amici il primo rapporto sessuale. Nello Yorkshire, in Inghilterra, è nato addirittura uno sport con regole ferree, il lancio del Wellington, dal nome di uno stivale da lavoro. Pare che sia cominciato tutto con una pinta di liquore versata accidentalmente in uno stivale. Altri campionati si tengono in Nuova Zelanda e, dal 1976, in Finlandia.

shoefiti urbano
In Italia le scarpe volanti sono state avvistate a Bologna, Roma e Caserta, anche se sono un fenomeno marginale (sarà che amiamo le scarpe griffate, inadatte a lanci troppo spensierati). Tuttavia non è mancato il gusto del bello che anima lo spirito artistico italiano. A Caserta è nato il Movimento attivisti artisti scalzi (Maas): “L’anonimato vuole rappresentare la dimensione collettiva delle nostre azioni – teorizzano i tre componenti del Maas -, la volontà di agire come cittadinanza attiva per dare una dimensione più artistica e “colorata” alla nostra città”. “L’illuminazione è nata – ricordano i ragazzi – quando un nostro amico è finito con la scarpa in un secchio di vernice” e da lì via a prender di mira cavi, alberi e semafori, roteando calzature dipinte ad arte.
Anche sulla stampa locale e non, come La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Corriere di Bologna e il Corriere della Sera, si sono inseguite varie spiegazioni, come quella del “viral marketing” per l’inaugurazione di negozi di scarpe. In mancanza di prove non si scarta nessuna ipotesi, ma a essere pragmatici, come disse lo stesso Kohler, lo shoefiti è forse solo “il modo più creativo per mandare in soffitta un paio di scarpe vecchie a cui siamo affezionati”.
O magari soltanto uno spensierato gesto liberatorio, come quello della piccola Jenny che nel film Big fish di Tim Burton ruba le scarpe del protagonista, Edward Bloom, e le lancia su un filo sospeso, semplice entusiasmo di poter fare della propria vita una favola inspiegabile.
di Daniele Monaco foto Michele Miele www.michelemiele.newmode.it












