Marchia il marchio, arriva la classifica “ecofashion”
5 febbraio, 2010
Nella storia dei marchi della moda, ma non solo, l’esempio dei ragazzi olandesi di Rank a brand è certamente tra quelli destinati a rappresentare un’epoca. Se infatti gli edonisti e sfrenati anni ’80 consacrarono il marchio come status symbol fatto di valori e stili di vita da inseguire e condividere nell’acquisto, oggi i grandi brand sono chiamati dai consumatori a rispondere dell’impegno etico d’azienda, che entra a pieno titolo nella “catena del valore” attribuito all’oggetto.
È proprio quello che succede su www.rankabrand.nl. Niels Oskam, il fondatore della ong Rank a brand, si è inventato una classifica di Corporate social responsibility (Csr) delle marche di abbigliamento e altri settori. La graduatoria è stilata da un gruppo di volontari che possono iscriversi on-line da qualsiasi parte del mondo e devono sostenere un test di corretta valutazione su cinque brand, prima di essere operativi.
La scala di giudizio per ogni marchio è di sedici punti divisi in tre settori: emissioni di carbonio (4), politiche ambientali (4), condizioni di lavoro e diritti umani (8). Ogni responso, positivo o negativo, ha un link di verifica al sito dell’azienda sotto esame.
La sensibilità ecologista e la sostenibilità sociale sono i valori che i consumatori di oggi apprezzano e i classificatori di Rank a Brand sono consumatori che consentono ad altri un acquisto consapevole. Le aziende più corrette, rivalutate in senso etico, verrebbero così sostenute dal mercato, in modo da creare con un’azione dal basso un mondo più “equo ed eco”.
Ma c’è anche chi non si limita a spulciare fra le pagine web delle grandi corporations. In vista delle prossime Olimpiadi invernali (Vancouver, 12 – 28 febbraio), due associazioni impegnate nella lotta per il rispetto dei diritti dei lavoratori dell’industria tessile hanno messo sotto inchiesta alcune multinazionali produttrici di abbigliamento sportivo. Le associazioni Play Fair e Maquila Solidarity Network (Msn) hanno identificato quattro ostacoli che i lavoratori delle industrie di abbigliamento sportivo devono fronteggiare e suggerito quattro modi per superarli: favorire le associazioni e la contrattazione collettiva; eliminare il precariato; ridurre gli effetti negativi alla chiusura delle fabbriche; portare i salari dei lavoratori a livelli di sostentamento.
Nike, Adidas, Pentland, Puma, Lotto, New Balance, Asics e Mizuno hanno risposto ai quesiti e le risposte sono state elencate in una classifica.
di Daniele Monaco















