Cotone rosso sangue

22 gennaio, 2010

cotoneUn appello ai grandi retailer internazionali dell’abbigliamento per non vendere vestiti realizzati con il cotone coltivato in Uzbekistan. È l’iniziativa congiunta dell’associazione umanitaria Anti-Slavery International e dell’associazione ambientalista Environmental Justice Foundation (Ejf) contro lo sfruttamento del lavoro minorile nell’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale.

Ogni anno fra settembre e dicembre il governo uzbeco costringe circa 200mila bambini a lasciare le scuole e ad andare con i maestri a lavorare nei campi per la raccolta del cotone. Ognuno di loro deve caricare una quota giornaliera che può raggiungere i 50 chili. Chi si rifiuta di lavorare o non raggiunge gli obiettivi viene minacciato, picchiato o espulso dalla scuola. Lavorano fra i campi dai sette anni in su, a mani nude, senza poter bere acqua potabile, pagati 3-4 centesimi di dollaro per ogni chilo di cotone raccolto.

I proprietari dei campi ricevono un compenso vessatorio, pari a un terzo del valore di mercato dell’oro bianco, che è di 1.15 dollari al chilo. L’Uzbekistan, terzo esportatore e sesto produttore al mondo di cotone (800mila tonnellate all’anno), in questo modo copre da solo il 60% dei ricavi dell’export, più di un miliardo di dollari.

Ma non è tutto. La coltivazione estensiva del cotone senza macchinari ha provocato un disastro ambientale di enormi dimensioni. Il lago d’Aral, un tempo il quarto più grande del mondo, si è ridotto al 15% del suo volume originario per la massiccia deviazione delle sue acque nei canali di irrigazione. Ben 24 specie di pesci sono scomparse e decine di migliaia di abitanti che vivevano sulle sponde del lago sono diventati rifugiati ambientali, essendosi esaurita la fonte dell’economia locale.

ragazzo di 13 anni mentre raccoglie il cotone in un campo vicino a Bukhara (foto di Nicole Hill)

ragazzo di 13 anni mentre raccoglie il cotone in un campo vicino a Bukhara (foto di Nicole Hill)

Nonostante il governo di Islom Karimov, in carica dal 1991, abbia dichiarato di aver messo fuori legge il lavoro infantile, Ejf e Anti-slavery International hanno ottenuto alcune immagini che mostrano bambini a lavoro durante il raccolto del 2009. A fine dicembre le due associazioni hanno chiesto alle grandi catene H&M e Zara di sospendere la vendita di prodotti realizzati con cotone uzbeko. Da un’inchiesta dell’Independent World Report è emerso che H&M non chiede ai propri fornitori l’origine del cotone, mentre Inditex, proprietaria di Zara e Bershka, si rifornisce in Bangladesh da Beximco Textiles che ha ammesso che il 45-50% del cotone acquistato proviene dall’Uzbekistan.

Mentre i governi europei mantengono rapporti commerciali con la repubblica asiatica, 25 aziende hanno preso un impegno pubblico a non usare cotone uzbeco, come riporta il sito dell’International Labor Right Forum. Una misura da adottare, auspicano le associazioni, insieme all’applicazione di una etichetta su tutti i vestiti che garantisca che il vestito non sia stato realizzato con lavoro minorile. Come ricordano le associazioni, comprare cotone uzbeco significa anche finanziare una dittatura che tortura gli oppositori politici e soffoca con le armi le manifestazioni di civili.

di Daniele Monaco





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