Tra morte, denuncia e speranza: la Biennale black di Jan Fabre

1 settembre, 2009

Due anni fa era stato un continuo memento mori, quel ricordati che devi morire echeggiava in ogni dove. Uno scenario tetro e angusto che, nella 53esima edizione della Biennale d’arte di Venezia, ha lasciato spazio alla luce, alla voglia di “costruire mondi e produrre luoghi”. Ma a riportare a galla dalle acque della laguna quella triste e sconvolgente realtà, che nei padiglioni delle kermesse si è cercato per un attimo di dimenticare, ci ha pensato Jan Fabre, artista belga solitario e carnale.

Le sue opere, esposte nello Spazio Thetis, sono organizzate in cinque sezioni, ognuna delle quali metafora del proprio corpo. From the Feet to the Brain, dai piedi al cervello, un viaggio tra le componenti fisiche della carne umana che si tramuta in un percorso a ritroso dentro la propria anima, che oscilla nel limbo tra agonia e appagamento.

E’ nel corpo che si esplicita il legame tra vita e morte ed è proprio su di esso che si concentrano le riflessioni sulla realtà che ci circonda. In ogni tableau sculturale Fabre riproduce la sua dimensione di orrore e terrore, a cui si uniscono sogno e metamorfosi, formando un tutt’uno inseparabile. Si parte dal basso, per una crescita verticale: per cominciare  I piedi, bunker ove elementi da guerra si alternano con vasche blu purificatrici, che rappresentano lo studio personale di Fabre, il luogo dove dare libero sfogo alla propria creatività.

J. Fabre, installazione Il sesso

J. Fabre, installazione "Il sesso"

Segue la sala Il Sesso:  tornano le lapidi, una costante della produzione dell’artista, già utilizzate durante la scorsa Biennale  nell’ esposizione a Palazzo Benzon. L’immagine cupa di se stesso sdraiato tra lapidi che riportano i nomi di insetti è provocatoriamente affievolita da due elementi di vitalità, ossia il sesso, in erezione che gode tra le bare scure, e le scritte incise sulle lapidi. Se i defunti sono insetti (simbolo storico di metamorfosi) i loro nomi e le date di nascita e di morte sono quelle di artisti, filosofi, pensatori e amici che, secondo Fabre, avranno un ruolo fondamentale nella storia del mondo.

J. Fabre, installazione “La pancia”

J. Fabre, installazione “La pancia”

La crudeltà dell’essere umano esplode nella sala successiva, La pancia,  simbolo per denunciare la tragedia di cui l’uomo è vittima e carnefice. Il corpo nudo di un congolese frustato giace a terra su un tappeto di 100 metri quadrati composto da ali di coleottero buprestide. L’installazione è il capovolgimento di un’altra opera, creata lo scorso anno per la Sala degli Specchi del Palazzo Reale di Bruxelles, dove gli insetti decoravano l’intero soffitto. Qui Fabre ha voluto rovesciare lo scenario, e “spezzare” il soffitto facendo giacere a terra un uomo di colore, quasi a significare che Qualcosa – in questo caso la Storia, il Passato – cercasse di uscire dalla sua prigione per poter comunicare.

J. Fabre, installazione “Il cervello”

J. Fabre, installazione “Il cervello”

Passando per Il cuore, colorato non di rosso ma di un blu riparatore, che richiama quello delle vasche da bagno dell’opera I piedi, si arriva all’ ultima installazione, il Cervello, la parte più misteriosa e ancora non scoperta del corpo umano. Qui Fabre si trova in una trincea a scavare con una vanga nella testa di un gigante, per provare a esplorare le ragioni e i perché di quel mondo, orribile e al contempo misterioso, in cui si trova a vivere.

di Alessia Barbiero foto Courtesy (Gamec, Galleria d’arte moderna e contemporanea-Bergamo)

Informazioni:

From the Feet to the Brain, Jan Fabre, dal 5 giugno al 20 settembre 2009-Spazio Thetis, Venezia.