Steve McCurry: la più grande mostra mai realizzata è a Milano
5 gennaio, 2010
A consacrarne la fama quegli occhi verdi, bellissimi ma spaventati, di quella ragazzina di soli dodici anni, nascosta dietro la kefiah rossa, sporca e strappata, quasi a raccontare il dramma appena vissuto. Se c’è un immagine nella storia della fotografia contemporanea che non ha bisogno di parole è proprio quella di Steve McCurry, scattata nel 1984 e donata al mondo l’anno seguente dalla rivista National Geographic. Venticinque anni dopo, il viso di quella che è stata identificata come Sharbat Gula torna a essere in mostra, insieme a altri 200 scatti immortalati da quello che può essere considerato il più grande fotogiornalista di tutti i tempi. Etichette a parte, con McCurry parlare di fotografia è riduttivo.
Qui si sposano l’arte, il dovere della cronaca e la capacità di raccontare storie: le sue immagini sono momenti vissuti, esperienze reali, drammi concreti. Come quello della piccola Gula, appunto, vittima ma sopravvissuta dei bombardamenti sovietici sull’Afghanistan. Quegli occhi limpidi e decisi, disarmanti nella loro freddezza. Quello sguardo di chi ha qualcosa di cui parlare, nonostante l’apparenza di bambina ingenua. Lei era una fra tanti. Una dei rifugiati, in Pakistan.
Ma questa è solo una storia, una facciata, una delle mille sfaccettature di questo maestro degli scatti: a Milano, a Palazzo della Ragione, fino al 31 gennaio, è possibile ripercorrerne la storia, riviverne i colori, riassaporare l’ebrezza dei suoi viaggi per il mondo. Trent’anni di carriera, raccontati attraverso immagini, dal Sud all’Est del globo, parlando degli altri per spingerci a guardare dentro di noi. Dall’impegno sociale con le fotografie che ritraggono lo sfruttamento minorile, all’esplosione della guerra, con gli scatti che condannano la violenza, passando poi per la bellezza, il culto dell’estetica e la poesia, sempre nobilitatrice delle sue opere. McCurry è tutto un po’. E’ arrabbiato, è deciso, è sorpreso. E’ testimone e poeta, soprattutto. Le sue immagini sono le sue reazioni, il suo modo di leggere il mondo e i contrasti che nasconde. Ogni viaggio, intrapreso per testimoniare le guerre e le loro conseguenze, diventa poi una lezione di vita e una parte della sua personalità.
Delle strade del Tibet rimane la contemplazione, il silenzio, gli spazi aperti. L’aver assistito al crollo delle Twin Towers attraverso la finestra del suo studio ha risvegliato in lui il concetto di potenza (la forza distruttrice di cui l’uomo è capace) e di impotenza, quella di chi rimane a guardare, conscio di non poter cambiare le cose. Ci sono case che crollano, persone che pregano. Ci sono gli altri. Bambini, adulti, donne e uomini indifferentemente. E dietro, c’è anche se stesso. Il suo sguardo, bellissimo e spaventato, limpido e deciso. Ingenuo, anche. Come quello di Gula o di ogni altro bambino cresciuto un po’ troppo in fretta.
di Alessia Barbiero
Informazioni mostra: Steve McCurry. 1980-2009. Sud Est, Palazzo della Ragione, Milano. Fino al 31 gennaio 2010, www.stevemccurrymilano.it















