La “contaminazione indotta” nelle opere di Pieke Bergmans
4 dicembre, 2009
In un periodo in cui l’influenza si associa alla pandemia e il “panico da germi” contagia i più, c’è chi scopre il lato attraente dei virus, nascosto sotto la facciata dell’insidia. Si tratta della designer olandese Pieke Bergmans che proprio sul concetto di virus ha costruito tutto il suo lavoro, con il suo Design Virus.
Quella che normalmente viene considerata la conseguenza più pericolosa e meno felice del virus, ovvero la sua mutabilità, diventa in termini artistici notevolmente rilevante e addirittura quasi affascinante. E proprio la capacità di assumere forme sconosciute, imprevedibili e, perché no, estreme, è la forza di questo soggetto artistico, che si articola seguendo un ritmo proprio e del tutto personale. Il virus in questione è in realtà l’artefice stessa dei lavori, l’artista: è lei infatti che interviene in prima persona e modifica, plasma, compone e ricompone, e stravolge le proprie opere in fase di lavorazione. Le contamina e poi lascia che sia il virus (come se fosse iniettato) ad agire e ad assumere un’autonomia tutta propria. Il risultato è frutto non del caso: non si tratta
infatti di un virus sconosciuto o dall’origine ignota. La “patologia”, se così la vogliamo chiamare, è indotta, ed è la designer stessa a ricrearla dopo un’ attenta analisi a metà tra arte e scienza.
Le opere create diventano l’emblema dell’inaspettato: i materiali si gonfiano formando escrescenze laddove nella comune concezione di quell’oggetto non dovrebbero esserci; i tessuti si piegano, si allungano e si accartocciano, contaminando quella che dovrebbe essere la loro linea e la loro fisionomia naturale.
Il mondo di Pieke Bergmans è fatto di lampade che al posto della normale lampadina hanno led luminosi che prendono vita e che richiamano alla mente la creatura informe e gelatinosa protagonista della pellicola Blob, il fluido che uccide e dei remake successivi. E ancora di vasi sinuosi e deformi, realizzati con i doppi contrasti di temperatura. Un lavoro spontaneo e fresco, quello di questa giovane creatrice olandese, volto ad opporsi, attraverso la manipolazione, alla produzione di massa, rendendo personale quella che per definizione è la quinta essenza dell’impersonalizzazione. I suoi lavori nascono dalla
porcellana, dalla plastica, dal cristallo e dal vetro. Prendono vita anche da oggetti già esistenti che vengono ricreati, resi irregolari e asimmetrici, in modo da farli apparire puri e di una bellezza che si potrebbe definire, nonostante l’ossimoro su cui si fonda, fortemente naturale.
di Alessia Barbiero
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