Paolo Roversi – L’uomo della pianura.
16 dicembre, 2009
Mursia 2009, 286 pp., 17 euro.
Ci sono certi libri che, per scriverli, bisogna documentarsi. I Wu Ming, per esempio, per portare a termine Q, 54, Manituana, Altai, eccetera, hanno passato forse più tempo a scartabellare in archivi polverosi che effettivamente a scrivere. Marguerite Youcenar ha impiegato vent’anni di studi prima di iniziare a comporre le sue Memorie di Adriano.
Tuttavia, finché le ricerche si svolgono in vecchie biblioteche o su moderni laptop non ci sono particolari problemi, a parte lo sbattimento di ore ed ore chini su tomi e monitor. Ma quando si scrive un libro giallo o noir e lo si ambienta per un buon centinaio di pagine in un carcere raccontando l’ascesa di un ragazzino da innocente vittima di errore giudiziario a spietato killer, dov’è che si trovano le informazioni necessarie? O meglio, dove si cercano?
Perché il problema, qui, sono proprio le dinamiche interne a San Vittore: i soldi per le sigarette e il cibo buono, i conti regolati e da regolare, addirittura tre o quattro tappe ben codificate per i rapporti intimi con gli altri detenuti, uomini o donne indifferentemente (cosa che ricorda un po’ vagamente la regola del tre di jackfrusciantiana memoria). E poi come si fa a farsi rispettare, a farsi amico il capo, a mettere su una banda e a controllare i propri illeciti esterni da dentro.
Paolo Roversi, che è un bravissimo ragazzo, di certo non l’ha visto con i suoi occhi ma, altrettanto certamente, lo racconta benissimo. Il giovane Hurricane – omaggio alla canzone di Bob Dylan che a sua volta è un omaggio del cantautore a un pugile incarcerato per sbaglio – diventa una figura importante della mala milanese ma combina un po’ troppi casini. Ed Enrico Radeschi, giornalista, hacker, alter-ego e personaggio ricorrente di Roversi, torna nella natia bassa padana per un caso di indiani assassini mungitori di mucche.
Detto così magari non si capisce un gran che ma, fidatevi, alla fine torna tutto. E bene.
di Jacopo Cirillo














