THE DECEMBERISTS: ballate, marinai e regine da Portland

21 dicembre, 2009

Colin Meloy, voce e chitarra dei Decemberists potrebbe essere facilmente considerato il nuovo bardo degli anni zero, lo storyteller per eccellenza che ama creare interi racconti partendo da semplici personaggi come un ferroviere (The Engine Driver) o un venditore ambulante (Eli, the barrow boy) e che arriva addirittura a concepire un intero album-opera, un musical tra il rock alternativo e il brit-folk, solo per poter dare più spazio ai personaggi che popolano la sua immaginazione e alle storie che li coinvolgono.

i Decemberists in versione divina

i Decemberists in versione divina

Il gruppo di Portland formato attualmente da Chris Funk (chitarra, polistrumentista), Jenny Conlee (organo, accordion, piano, tastiere…), Nate Query (basso), John Moen (batteria) e Colin Meloy (voce, chitarra) comincia a farsi conoscere con l’ep 5 Songs, autoprodotto nel 2001 che si trasforma presto in un album registrato per la Hush Records, Castaways and Cutouts. Il sodalizio con l’etichetta dura poco e nel 2003 i Decemberists passano alla Kill Rock Stars, pubblicando Her Majesty the Decemberists. Nel 2004 il gruppo mostra interesse verso la mitologia e i racconti epici registrando The Tain, un brano lungo 18 minuti basato sul mitico racconto irlandese Tàin Bò Cùailnge.

La passione vera e propria per lo storytelling prende il sopravvento con Picaresque, album dagli arrangiamenti magniloquenti alternati a brani più intimi, dove la chitarra acustica e la voce sono i soli protagonisti. Qui Meloy sfoga la sua vena di scrittore dando vita ad alcune delle più belle storie della musica contemporanea, come l’indimenticabile The Mariner’s Revenge Song e We both go down together, con i suoi amanti impossibili. Le canzoni seguono le regole della ballata, strofe di quattro versi ciascuna alternate a ritornelli, pattern musicali che si ripetono, inserti di voci femminili che danno spesso voce al personaggio che interpretano, che siano madri o fidanzate o regine.

il gruppo al completo per The Hazards of Love

il gruppo al completo per The Hazards of Love

Dal vivo i Decemberists riescono a trasmettere un grande calore ed a coinvolgere il pubblico con giochi improvvisati, sing along e lunghe introduzioni, presentandosi con lunghe basette, panciotti e papillon, come fossero usciti da uno dei loro racconti.

Dopo il successo di Picaresque, The Crane Wife segna un momento di cambiamento per i Decemberists, alla ricerca di un suono in qualche modo diverso rispetto a quello precedente, ma che non scardini i capisaldi del gruppo. La mutazione è completa con The Hazards of Love, album difficile e barocco, dove il singolo lascia il posto all’omogeneità dell’album, un’opera rock, con ospiti quali My Brightest Diamond e Lavender Diamond nei ruoli femminili, per raccontare una fiaba medievaleggiante come solo loro potevano fare. L’album ha spiazzato i fan e diviso la critica, c’è chi lo ama alla follia riconoscendo lo sforzo creativo e la coerenza dell’opera in sé (senza parlare dei bellissimi brani in esso contenuti) e c’è chi non ha invece apprezzato l’operazione, considerandola eccessiva e di difficile ascolto.

Al momento il gruppo di Portland è impegnato nella produzione di un video per The Hazards of Love lungo quanto l’album, un vero e proprio cortometraggio girato in collaborazione con quattro registi che aspettiamo con impazienza sicuri che i nostri rivoluzionari di dicembre non ci deluderanno.

di Sara Moschini

video O Valencia: http://www.youtube.com/watch?v=IbsHwuyfnnw

video Sixteen Military Wives: http://www.youtube.com/watch?v=tK3Ce9md96g

KINGS OF CONVENIENCE: dichiarazione di dipendenza

16 dicembre, 2009

i Kings of Conveniente live a Milano

i Kings of Convenience live a Milano

Sembra davvero incredibile che al giorno d’oggi due ragazzi che cantano accompagnandosi con le loro chitarre acustiche possano avere non solo successo, ma addirittura riempire auditorium e teatri. Una folla adorante che canta a memoria tutte le loro canzoni, che li segue in ogni movimento, ridendo alle battute di Erlend e facendo gli occhi dolci ad Eirik. Erlend Øye ed Eirik Glambek Bøe, eccoli i due re, re della Norvegia, re di quell’’indie pop sussurrato, concepito per arrivare direttamente al cuore di chi ascolta, che dopo loro ha avuto la sua piccola wave con gruppi come Turin Brakes e…. Quiet s the new loud, è proprio il titolo del loro primo lavoro, dove per l’appunto, i toni delicati vengono descritti come il nuovo e unico modo per farsi davvero ascoltare e sentire.

Una serie di brani suonati con le due chitarre acustiche dove si inseriscono le due voci alternate, che si fondono, si separano, riempiono la musica. Chi ascolta non è solo conquistato dai suoni dolci e dai testi sempre molto curati, ma anche dall’immagine che i due portano con sé. Eirik è il bravo ragazzo, quello bello di cui tutte si innamorano, quello che ha la fidanzata nel video di Toxic Girl, con il suo stile rassicurante che ricorda i boscaioli del nord, ma anche con i pattern e i capi tanto cari al popolo indie, come gli scacchi, le strisce orizzontali, i cardigan. Erlend è l’amico un po’ pazzo e burlone, l’eterno adolescente con gli occhiali giganti, un po’ esibizionista, ma al di sopra di tutto ciò che accade.

I ruoli sono chiari e già prestabiliti e così restano anche con il secondo album, Riot on an empty street. Grazie anche alla collaborazione di Leslie Feist (che diventerà poi forse più famosa di loro) i Kings riescono a creare delle canzoni ancora più intime e, nonostante la maggior ricercatezza musicale, queste non perdono comunque di naturalezza e semplicità. Il video di I’d rather dance with you, dove Erlend insegna una assurda coreografia ad un corpo di ballo di bambine in tutù, risulta dalla classifica europea di Mtv come il miglior video del 2004, ma dopo il tour i due si fermano dando adito a voci di separazione.

Così non è, e nel 2009 esce Declaration of Dependence, loro terzo e ultimo album, seguito da un tour che li ha portati fino al Conservatorio di Milano per un concerto tutto esaurito e di forte impatto emotivo. Due parti, la prima solo Erlend e Eirik e le loro chitarre, la seconda più movimentata con violino e contrabbasso. Un grande successo che ha ancora una volta confermato il talento dei due ragazzi di Bergen e l’affetto dei loro fan.

Chi l’ha detto che per farsi ascoltare si debba per forza urlare?

di Sara Moschini

foto Elena Morelli http://www.avisiblesignofmyown.blogspot.com/

video Toxic Girl: http://www.youtube.com/watch?v=LAx6-7ZIdjM

video I’d rather dance with you: http://www.youtube.com/watch?v=C9r9sQ6PHOM

EMMY THE GREAT: il primo amore non si scorda mai

14 dicembre, 2009

I remember how we met, but your name I forget”.

Emmy The Great in concerto

Emmy The Great in concerto

“Ricordo come ci siamo incontrati, ma mi dimentico il tuo nome”, così comincia First Love, singolo estratto dal primo album di Emmy The Great, che dell’amore e anzi, proprio dei primi amori, fa il suo centro di interesse.

Emma-Lee Moss, Emma La Grande come si presenta al pubblico, ha 24 anni, è nata ad Hong-Kong e cresciuta a Londra ed arriva sul palco con una chitarra acustica più grande di lei e gli abiti di una ragazzina appena uscita dal liceo. Noi che abbiamo avuto la fortuna di poterla vedere ed ascoltare dal vivo a Milano in occasione dei Vitaminic Days e del caldo di giugno, ce la ricordiamo così: gonna larga al ginocchio, t-shirt, cardigan e ballerine. In poche parole la semplicità. Chi è stato al Green Man Festival l’ha vista in versione pseudo grunge con i suoi short, la boyfriend t-shirt e soprattutto la camicia a scacchi oversize, so grunge. D’altra parte non c’è bisogno di abiti di scena complessi e chiassosi quando si ha un viso così e quando le proprie canzoni sono la cosa più importante.

Sì perché Emmy parla al nostro cuore di adolescenti, quando tutto è così importante e allo stesso tempo così di passaggio e lo fa in modo comprensibile e incisivo, usando figure e metafore immediatamente ricollegabili ad un passato che i nati negli anni ’80 (come lei) ben comprendono. Le sue storie sono dettagliate, personali, non si perdono nel flusso dell’universalità, anzi, si articolano in racconti ben precisi, nei quali però tutti possono ritrovare esperienze dimenticate e ricordarle e confrontarle con quelle rielaborate dalla cantante.

La musica è semplice, Emmy è autodidatta e non ne fa un segreto, e questo forse la avvicina ancora di più al suo pubblico, facendola scendere dall’eventuale torre d’avorio dell’artista, per portarla ad una dimensione di realtà e concretezza. La voce giovane e dall’accento particolare si presta bene ad interpretare sia i pezzi più ritmati e veloci (First Love con la splendida citazione dell’Halleluja di Leonard Cohen) sia le ballate melodiche e malinconiche (Absentee, 24), dove senza dubbio Emmy da il meglio di sé.

Il debutto di Emma-Lee è stato davvero grande in questo caso, c’è chi attende già il seguito e di poterla vedere o rivedere dal vivo, sempre con la sua chitarra acustica, il suo caschetto nero e i vestiti da ragazzina. Noi sicuramente ci saremo.

di Sara Moschini

foto 01, 03: Elena Morelli www.avisiblesignofmyown.blogspot.com

foto 02: kekkoz http://www.flickr.com/photos/kekkoz/

video First love http://www.youtube.com/watch?v=8dS8uy5fwfs&feature=player_embedded

Fleet Foxes: volpi in cardigan e inni all’inverno

7 dicembre, 2009

il cantante dei Fleet Foxes, Robin Pecknold

il cantante dei Fleet Foxes, Robin Pecknold

Le prime canzoni dei Fleet Foxes hanno iniziato a diffondersi per blog musicali durante l’inverno del 2007, e già in quei cori così retrò e pure così originali, nelle chitarre pizzicate e in quei suoni così pieni e caldi, si poteva leggere il successo che sarebbe arrivato di lì a poco.

Pericolosamente gonfiati, anche grazie all’uscita dell’EP Sun Giant, dall’attesa spesso distruttiva delle riviste e dei siti web di settore, i cinque ragazzi di Seattle non si sono rivelati invece il consueto e triste bluff discografico, mantenendo quel che avevano promesso con il loro primo omonimo album, Fleet Foxes.

Robin Pecknold (voce primaria e chitarra) e soci lasciano il segno ovunque vadano, e i loro live cominciano a diventare veri e propri happening per i cultori della musica alternativa.

Il loro stile low profile con richiami al grunge (anfibi, scarponcini, capelli lunghi, cardigan) e al country (camicie a scacchi, barba incolta) invece di allontanare le folle abituate a ragazzini dai ciuffi ingellati e dagli abiti all’ultima moda, danno un senso di professionalità e maturità al gruppo, spostando l’interesse dall’immagine esteriore alla qualità della musica.

il chitarrista e corista Josh Tillman

il batterista Joseph Tilman alla chitarra

Proprio la musica, così fresca all’ascolto ma allo stesso tempo rassicurante pastiche di generi ben conosciuti, si compone e si srotola, durante l’ascolto dell’album, scoprendo influenze soft-pop, rafforzate e rese più forti e intense dal barocchismo dei famosi cori a più voci, che ben si prestano a inserti di parti a cappella nei vari brani, una su tutte l’ipnotica strofa/filastrocca della bellissima White Winter Hymnal. Allo stesso modo si ritrova la vena cantautoriale di grandi nomi come Bob Dylan e Neil Young e sonorità addirittura gospel.

Il tutto a creare un’atmosfera sognante, ottima colonna sonora per un viaggio o un road movie. Gli stessi Fleet Foxes definiscono invece la loro musica come pop music uscita direttamente da un film fantasy. Ma voi riuscireste davvero a non sognare di andare nell’isola di Mykonos dopo aver ascoltato la loro canzone?

di Sara Moschini

foto Elena Morelli www.avisiblesignofmyown.com/blog/

video White Winter Hymnal: http://www.youtube.com/watch?v=DrQRS40OKNE

video Mykonos: http://www.youtube.com/watch?v=DT-dxG4WWf4

Vivian Girls: pink noise

30 novembre, 2009

le tre Vivian Girls

le tre Vivian Girls

Cassie Ramone, Kickball Kathy e Ali Koehler sono le tre frangettatissime Vivian Girls, rispettivamente voce e chitarra, basso, e batteria. A un primo sguardo sembrerebbero tipiche, normalissime ragazze, carine e a tratti un po’ nerd, ma una volta che le Girls cominciano a suonare si trasformano in un trio di rockers scatenate che mescolano le sonorità pop delle voci femminili alla velocità e immediatezza del punk.

Trapiantate a Brooklyn nel 2007, Cassie e Kathy cominciano a suonare  in diversi locali, creandosi un discreto numero di fan che le seguono nei loro concerti, così che nel 2008, quando esce il loro singolo Wild Eyes, questo diventa una piccola hit nel mondo di nicchia della musica indie. Intanto arriva Ali alla batteria, ex compagna di scuola della bassista Kathy e le ragazze, con pochissima promozione e modesta distribuzione, continuano a crescere fino all’uscita del primo omonimo album, Vivian Girls.

Cassie, Ali e Kathy

Cassie, Ali e Kathy

Le canzoni sono brevi e orecchiabili, e le nostre eroine appaiono irresistibili, con un look che accosta capi tipici della moda anni ’80, (jeans elasticizzati e stretti alle caviglie portati con scarpe rigorosamente flat, t-shirt larghe a strisce o con stampe colorate), a elementi maggiormente anni ’90 (cardigan aperti, felpe e tatuaggi), che rimandano ad un immaginario grunge e punk. Se a tutto questo aggiungiamo i lunghi capelli con frangia tagliata dritta, per Cassie biondi, per Kathy rossi e per Ali castani, bè bisogna ammettere che l’impatto visivo è davvero forte.

Cassie Ramone alla chitarra

Cassie Ramone alla chitarra

Ma non lasciatevi ingannare solo dall’aspetto esteriore e dal loro stile ben definito, le ragazze infatti sanno davvero suonare, tanto che al concerto milanese dello scorso giugno, in occasione dei Vitaminic Days, a un certo punto si sono scambiate di posto: Kathy ha cominciato a suonare la batteria, Cassie il basso e Ali a “torturare” la chitarra elettrica usandola per produrre strani suoni, proprio come la tradizione del punk-rock vuole. Ed era chiaro che si divertissero tutte tantissimo a mostrare al pubblico italiano quello di cui sono capaci, per suonare e far ascoltare le canzoni del loro secondo e ultimo album Everything Goes Wrong. A noi non è sembrato assolutamente che “tutto andasse storto”, e anzi auguriamo alle ragazze di avere grande successo nel loro tour del 2009 che toccherà perfino Australia e Giappone!

di Sara Moschini

foto 01 e 02: Olly Hearsey – photo © Olly Hearsey

foto 03:  Stefano Masselli – photo © stefano masselli http://www.flickr.com/photos/stefanomasselli/3629505360/

sito web Vivian Girls: http://www.freewebs.com/viviangirls/

myspace Vivian Girls: http://www.myspace.com/viviangirlsnyc

video Moped Girls: http://www.youtube.com/watch?v=KirAFfKGdlI

Chi ha ucciso Amanda Palmer?

23 novembre, 2009

Amanda PalmerProprio così si chiama l’esordio solista della cantante dei Dresden Dolls, Who killed Amanda Palmer?, datato 2008.

Ispirato al ritornello dei fan di Twin Peaks (Who killed Laura Palmer?) l’album è controverso proprio come la sua creatrice, ambiguo, profondo e scioccante quanto basta per suscitare reazioni e dibattiti. D’altra parte né come musicista né come personaggio pubblico, Amanda Palmer si è mai preoccupata di far parlare di sé o di dare adito a scandali di qualunque genere, anzi, spesso le provocazioni sono partite proprio dal suo blog.

Prima racconta di un aborto a 17 anni, poi di uno stupro a 20, e infine della propria bisessualità. Quando accusa la propria casa discografica (la Roadrunner Records) di aver eliminato alcune foto promozionali della sua pancia perché “troppo grassa”, i fan creano addirittura un sito per difendere la loro beniamina. La sua più grande provocazione deriva comunque dalla musica e dalle sue performance.

Amanda Palmer Già dai tempi dei Dresden Dolls, Amanda era solita mettere in scena dei veri spettacoli per i suoi concerti, show decadenti con artisti di strada e rimandi al circo, ai clown, agli uomini-statua delle città d’arte, al burlesque. Quando canta si esibisce quasi sempre in calze a rete, bustino e reggiseno a vista, gonne da can-can e trucco da gothic-doll. A metà tra una creazione di Tim Burton e una di Neil Gaiman, con cui sta portando in tour uno spettacolo di musica e reading, Amanda sembra davvero uscire dall’universo parallelo di un film fantasy.

La sua musica riesce a diventare davvero di rottura, con pezzi come Oasis, che ha suscitato un vero e proprio caso, non tanto per gli argomenti trattati quanto per la leggerezza con cui sono affrontati. La canzone racconta infatti in prima persona la triste storia (autobiografica?) di una ragazzina stuprata ad una festa dopo essere stata drogata, che rimasta incinta decide di abortire nonostante gli avvertimenti della comunità cristiana. La protagonista attraversa questi orrori con grande tranquillità, grazie all’aiuto virtuale dei suoi idoli, gli Oasis appunto, che le mandano una foto autografata; la sua unica preoccupazione, nonostante ciò che le è accaduto, è poi quella di poter andare a vedere i Blur, avendo già comprato il biglietto per il loro concerto. La musica è allegra, non conoscendo il testo si direbbe una canzone dagli argomenti felici, e invece no.

Amanda PalmerE proprio questo contrasto la rende così forte, e proprio per questo l’ascoltatore viene colpito e portato a riflettere. Come spesso accade, Oasis è stata letta invece come un tentativo di alleggerire e non prendere sul serio la religione, l’aborto, le violenze. Il video è stato censurato da tutte le televisioni inglesi.

Con tutte le contraddizioni e gli eccessi che la contraddistinguono, Amanda Palmer resta prima di tutto una grande artista, capace di creare spettacoli incredibili per i suoi spettatori. La sua ultima fatica? Un musical con i ragazzi della scuola d’arte di Lexington basato sulle musiche dei Neutral Milk Hotel e sul Diario di Anna Frank. Un po’ come se in Italia la Loredana Berté degli anni ’80 organizzasse uno show sul fascismo con musiche dei CSI al DAMS di Bologna. Impossibile.

di Sara Moschini

foto 01 Stefano Masselli http://www.flickr.com/photos/stefanomasselli/

foto 02 Beth Hommel

foto 03 Gregory Nomoora

sito web Amanda Palmer: http://amandapalmer.net/content/

flickr Amanda Palmer: www.flickr.com/amandapalmer

video Oasis: http://www.youtube.com/watch?v=8C17yfGyJjM

“The Pains of Being Pure at Heart”: young adult style

18 novembre, 2009

The PainsCaramelle, chitarre elettriche e camicette a scacchi. A guardarli ed ascoltarli si direbbe che i Pains of Being Pure at Heart rispecchino tutto quello che viene scritto su di loro e sulla loro musica: pop dolce ma allo stesso tempo noisy, atmosfere sognanti e testi all’acqua di rose, ma una batteria sempre più che presente.

E poi lo stile. Un concentrato di quella che lo Urban Dictionary definirebbe twee-ness: essere unici, ma con moderatezza, nulla a che fare con le passerelle dell’alta moda che gridano all’originalità esagerata e chiassosa. Camicie larghe con ogni tipo di pattern possibile e vestiti che richiamano il vintage (o che sono vintage per davvero), t-shirt stampate con i nomi e i versi delle band preferite, frangette e soprattutto sorrisi.

In your worn sweatshirt and your mother’s old skirt, It’s enough to turn my studies down”, cantano i Pains nel loro singolo più celebre Young Adult Friction. Sono lontani i tempi in cui una ragazza era certa di sedurre con reggicalze e minigonne inguinali. Se il jeans diventa skinny, la gonna arriva spesso al ginocchio ed è larga, le maniche sono a sbuffo, e la giacca è di una taglia più grande, magari con una canotta a strisce sotto.

The Pains

Peggy Wang, tastierista e voce femminile dei Pains è l’emblema dell’indie style fresco e femminile con la sua frangia dritta e folta, gli occhiali da vista con la montatura grossa, quando servono, e le cinture alte. I ragazzi, Kip Berman (chitarra e voce), Kurt Feldman (percussioni), e Alex Naidus (basso) preferiscono alle t-shirt cardigan e pullover, rigorosamente accompagnati da camicie fantasiose, quanto di più brit e “bravo ragazzo” ci possa essere.

The Pains

Visti dal vivo ai Vitaminic Days di Milano lo scorso giugno, i Pains of Being Pure at Heart mantengono sul palco tutto quello che promettono su disco e anche un po’ di più. Un forte calore verso il pubblico e una bella sferzata di ottimismo e positività che fanno ben sperare per il futuro, dopo un ottimo debutto.

di Sara Moschini

credits foto: 01 Pavla Kopecna; 03 Annie Powers

sito web: http://www.thepainsofbeingpureatheart.com

video Young Adult Friction: http://www.youtube.com/watch?v=B4itzHRpltQ

“The XX”: you have crystalised us

16 novembre, 2009

la cantante degli XX, Romi

la cantante degli XX, Romi

Ci permettiamo di giocare con il testo del loro singolo più famoso, Crystalised, per gridare al mondo di come gli XX ci abbiano ipnotizzati e conquistati con il loro omonimo album di debutto e le loro canzoni.

Lo ammettiamo, non aspettavamo altro che un gruppo di ventenni londinesi per mostrarci che tutto quello che c’è stato prima non è passato inosservato, che i Cure e i Pixies e gruppi più recenti come gli Stars e i Portishead hanno lasciato un segno sui ragazzi di oggi che suonano e che amano la musica. E da Londra sono arrivati gli XX.

Chi ha un che di grunge come la tastierista Baria con le sue t-shirt sformate, chi un taglio di capelli e un look fondamentalmente emo come la cantante e chitarrista Romy, chi sembra uscito da un college americano tutto cappello con la visiera e felpona come Jamie e chi, come il leader nonché voce e basso del gruppo Oliver, ha uno stile tutto suo che ricorda vagamente la Germania degli anni ’80, con capelli rasati lateralmente, orecchini, anfibi da militare e pantaloni arrotolati alla zuava. Gli XX si presentano come il più bizzarro dei gruppi sul palco, timidi, con quell’incredulità negli occhi che è tipica di quelli che sentono di aver fatto il botto, ma ancora non ci credono.

Dal vivo i pezzi funzionano bene, le voci di Romy e Oliver, quella di lei così delicata e sussurrata e quella di lui molto profonda e adulta, si fondono nei testi semplici e nelle melodie immediate, quelle che ti ricordi da subito, ma di cui non ti stanchi. Alla giovane età e all’inesperienza si possono imputare (e per cui anche perdonare) le piccole incertezze e imprecisioni e la poca interazione con il pubblico, ma come si dice “so’ ragazzi”, cresceranno.

Peculiarità del gruppo è di aver reso il brano introduttivo (Intro appunto) che solitamente nulla è se non un breve quanto inutile avvio dell’album, una delle tracce più belle dell’intero disco e forse dell’intero 2009. Davvero irresistibile con il suo crescendo di beat, le due voci che mormorano inseguendosi e il suono arioso che si gonfia fino ad esplodere. Una cosa così non si sentiva da tempo ed è davvero la perfetta apertura per un disco che vuole farsi ascoltare dall’inizio alla fine.

di Sara Moschini foto Elena Morelli http://www.avisiblesignofmyown.com/

sito web: http://thexx.info/

video Crystalised: http://www.youtube.com/watch?v=Pib8eYDSFEI

video Basic Space: http://www.youtube.com/watch?v=kHZVGqqf3gg

Sorridete, c’è Lily Allen!

11 novembre, 2009

abito spiritoso e originale per Lily

abito spiritoso e originale per Lily

Dovevamo già capirlo da quando è uscito il singolo Smile, Lily Allen è una ragazza che sa il fatto suo, forse un po’ pazza e indisciplinata ma sicuramente lungimirante, innovativa e indipendente. Nonostante la fortuna di avere un padre attore e una madre produttrice, Lily non si è mai fatta manovrare come una bella e brava bambolina, ma ha costantemente portato avanti il suo stile e le sue idee anche scontrandosi con le regole del mercato e mantenendo sempre un filo diretto con i suoi fan, prima tramite Myspace, poi con il blog e infine con Twitter. E il pubblico l’ha ripagata portandola fino al trono di reginetta del pop britannico.

Dopo un’adolescenza passata trasferendosi da una scuola all’altra, alla fine del 2005 Lily firma un contratto con la Regal Records e, contro ogni logica e contro il volere della casa discografica, inserisce tutti i brani del suo primo album Alright Still sul proprio Myspace, mossa che invece di rivelarsi distruttiva porta Lily ad essere conosciuta dal popolo del web e poco dopo dal pubblico inglese ed internazionale.

L’immagine esteriore da brava ragazza con gli occhi da cerbiatto contrasta con i testi spesso ironici e sottili che non risparmiano né cattiverie (in Smile, Lily ride ed è felice di veder piangere il suo precedente fidanzato, e nel video gli fa passare davvero dei brutti momenti), né parole e immagini forti (in Knock’Em Out cerca in tutti i modi di liberarsi dei ragazzi che la importunano dicendo che ha l’herpes poi la sifilide e infine l’AIDS…).

Al pubblico piace così, sfrontata e un po’ maschiaccio, la ragazzina che non ha paura di finire in mezzo ad una rissa, di prenderle, ma anche di darle. Con l’uscita del secondo album, It’s not me,  it’s you, Lily compie un ulteriore passo verso la maturità. Il suono dei brani è pieno ed originale, attinge da diversi contesti, dall’elettronica e dal country, e i testi, seppur mantenendo l’usuale e tagliente ironia, sono più ricercati e incisivi. Ogni singolo riesce ad ottenere posizioni molto alte nelle classifiche di tutto il mondo e tratta di argomenti attuali e vicini al mondo della cantante: The Fear parla della superficialità dello star system, Not Fair di un suo amante pigro ed egoista, Fuck You è diretta all’ex presidente George W. Bush, Everyone’s at it si riferisce alle droghe e a come ormai tutti siano minacciati da una possibile dipendenza.

Molte delle canzoni di Lily raccontano di ragazze interessate solo al proprio aspetto fisico, come in 22, dove parla delle ragazze che vivono contando sulla propria bellezza, poi un giorno si svegliano e non hanno concluso niente nella propria vita, o come quando canta delle starlette in The Fear: “Now everything is cool as long as Im getting thinner”.

Come spesso succede, maltrattando nelle sue canzoni il mondo delle star, Lily si è poi ritrovata a farne parte. Ha infatti una sua linea di scarpe ed accessori (Lily Loves), la si vede spesso sul red carpet o a braccetto con Kate Moss e, sorpresa delle sorprese, è diventata perfino la musa di Karl Lagerfeld che l’ha scelta come testimonial della campagna Chanel per promuovere una nuova linea di borse di lusso. Quando si dice l’ironia.

di Sara Moschini

video Smile: http://www.youtube.com/watch?v=0WxDrVUrSvI&feature=player_embedded

video The Fear: http://www.youtube.com/watch?v=q-wGMlSuX_c&feature=player_embedded

“Bat for Lashes”: nel new fantasy di Natasha

9 novembre, 2009

Prima di Bat for Lashes tutta la cultura fantasy femminile si basava su un immaginario creato da una serie di romanzi, come Le Nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley; oppure dalle Arwen ed Eowyn de Il Signore degli Anelli di Tolkien, o ancora, dalle protagoniste del ciclo Shannara di Terry Brooks. Un insieme di personaggi dai vestiti lunghi e fluttuanti e dalle storie struggenti, la cui colonna sonora poteva essere ben rappresentata dalle ballate del folklore irlandese, dalle canzoni e dal violino di Loreena McKennith poi, e, successivamente, dal pop celtico di Enya.

Bat for Lashes in concerto

Bat for Lashes in concerto

Per quanto la moda del fantasy sia ormai più che scolorita, quando ascoltiamo Bat for Lashes tornano in mente proprio le atmosfere magiche di quei romanzi, le stesse eroine e lo stesso senso di suggestione provato nella scoperta di questi nascosti mondi paralleli.

Intendiamoci, Natasha Kahn (vero nome di Bat for Lashes) non ha nulla a che vedere con Mike Oldfield, casomai musicalmente ricorda più Bjork; quando poi utilizza il pianoforte si avvicina a Tori Amos, mentre in alcune cupe sonorità a PJ Harvey. Il meglio della musica femminile delle ultime decadi, ma la sua preferenza per strumenti come il clavicembalo, per i cori in falsetto, e per le melodie malinconiche e sognanti, non può non far pensare al fantastico che c’è al di là del reale.

Eccola nella cover del suo secondo album Two Suns: corpetto con inserti di corda, polsiere lunghe fino gomito, candele e alberi minacciosi in uno sfondo blu notte, due sfere (i due soli dell’album) nelle mani. Natasha sembra una sacerdotessa, pronta a dedicarsi a qualche rito pagano. La sua passione per i disegni colorati sul volto, per i copricapo e i cappucci, per le piume e le camicione colorate ed etniche, la lega ancora di più all’idea che anche la sua stessa musica dà di lei. Particolare interessante è il modo in cui poi, con il progetto Bat for Lashes, Natasha unisca dettagli di estrema modernità (si vedano il guantino di rete senza dita, i leggings abbinati alla minigonna, il vintage), ad un immaginario come detto passatista, che la rendono immediatamente pop. “La faccia oscura di Lily Allen”, come dicono alcuni.

Bat for Lashes in concerto

Bat for Lashes in concerto

Il successo di Bat for Lashes con Two Suns è stato tanto grande quanto inaspettato, per un’artista dal suono e dal look così complessi, che ha fatto spaventare i fan della vecchia guardia, preoccupati di un suo possibile cambiamento, in peggio. Noi speriamo proprio che la notorietà non faccia che migliorare Natasha e che il terzo disco sia ancora più interessante e coinvolgente dei primi due.

di Sara Moschini foto Stefano Masselli http://www.flickr.com/photos/stefanomasselli/

video Daniel: http://www.youtube.com/watch?v=00ZHah-c0hQ


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