Laura Marling: giovani donne crescono

3 febbraio, 2010

Laura Marling era così giovane quando ha cominciato a pubblicare Ep che una volta addirittura le è stato proibito di entrare nel locale dove doveva suonare. Di tutta risposta la biondina dell’Hampshire ha deciso di trasferire il concerto sulla strada. Niente male per una diciassettenne dal visino pulito e figlia di un Sir.

L’aspetto delicato di Laura e la giovane età potrebbero trarre facilmente in inganno, ma questa ragazza sa che cosa vuole e sa come ottenerlo e lo sta dimostrando in questi anni, prima con la pubblicazione di due Ep, London Town e My Manic And I, e poi nel 2008 del suo primo album, Alas I Cannot Swim, accolto positivamente dalla critica internazionale.

Non c’è niente che il pubblico ami di più di una ragazzina prodigio, se non forse criticarla poi una volta che l’hype è passato. Storia già vista e già vissuta, ed è probabilmente per questo che Laura Marling tiene tutto low profile, il suo sito, le sue apparizioni, se stessa. Un viso pulito, capelli biondi prima lunghi poi tagliati alla Beatles, felpe con cappuccio, qualche abito dal gusto vintage, ma mai nulla che attiri l’attenzione, come a non voler spostare l’interesse da ciò che davvero importa, la musica, la voce.

La voce nella concezione musicale della cantante inglese è fondamentale: è la voce che riesce a stabilire un contatto intimo con l’ascoltatore, è la voce che racconta, che narra, che si alza e si abbassa aumentando o diminuendo il pathos. E’ una bella voce quella di Laura Marling, non particolarmente estesa, ma calda e interessante nelle sue diverse tonalità, bellissima quando diventa quasi rauca e sussurrata, e sempre perfetta per le sue canzoni.

le ballerine di Laura

le ballerine di Laura

Alas, I Cannot Swim è un album molto vario, che passa da brani più orchestrali tra il pop e il folk, movimentati e dalle atmosfere spensierate, a ballate più intense e corali, fino ad arrivare a canzoni minimali, dove gli strumenti lasciano spazio ad una voce malinconica e nostalgica. La ragazza ha imparato bene la lezione dei suoi predecessori e riesce a portare a termine un lavoro ben fatto e non superficiale, per quanto non così originale.

I Speak Because I Can, il suo secondo album, è stato annunciato per marzo di quest’anno, preceduto dal singolo Devil’s Spoke. Se Laura ha voglia di parlare (e cantare) noi siamo pronti ad ascoltare proprio tutto quel che ha da dirci, che ci sia di mezzo il diavolo oppure no.

di Sara Moschini

foto Elena Morelli http://www.avisiblesignofmyown.com/blog/

video Ghosts: http://www.youtube.com/watch?v=XonJJbV54BE

video Devil’s Spoke: http://www.youtube.com/watch?v=FmQp96HqNnk

Non solo folk per Laura Veirs

1 febbraio, 2010

Laura Veirs live in Philadelphia, di G.A. Carafelli

Laura Veirs live in Philadelphia, di G.A. Carafelli

Codini, occhiali, gonne sotto il ginocchio e scarpe improbabili. Laura Veirs si presenta come la timida ragazza che non esce mai dalla biblioteca, la vicina di casa biondina con lo sguardo abbassato, come una che potrebbe facilmente essere la protagonista di un teen movie americano, nel ruolo della secchiona di turno.

E invece no. Invece quando Laura canta, tutti ammutoliscono. La sua voce così limpida e dolce riesce a trasmettere sensazioni che hanno fatto spendere per lei parole ben più che benevole e paragoni con artiste del calibro di Susanne Vega, Beth Orton e Cat Power.

Sì perché c’è di più dietro all’immagine della cantautrice folk che salta immediatamente agli occhi, c’è un talento confermato, una costanza e una profondità che non possono passare inosservate e che portano, ascolto dopo ascolto, ad apprezzarla sempre di più, a voler ascoltare quella canzone ancora una volta e un’altra ancora.

Il primo album esce nel 1999, è registrato dal vivo e porta il nome di Laura. Solo lei e la sua chitarra nella versione più intima. Da quel momento ad oggi sono ben cinque gli album che si succedono. La band comincia a comparire nelle registrazioni e nei live in maniera costante e nel 2003 esce Troubled by the Fire, un album registrato completamente con i musicisti che ha portato Laura a dividere lo studio con grandi artisti come l’improvvisatore di viola Eyvind Kang che è ancora con lei.

Ma è con Carbon Glacier e Year of Meteors che la cantautrice comincia a farsi davvero apprezzare soprattutto in Europa. Sono entrambi album intimi che al primo ascolto potrebbero risultare meno immediati di quelli precedenti, ma che poi riescono a mantenere un alto livello di interesse e di piacere, nelle prove più slow e classiche come in quelle più sperimentali.

Laura, di David Belisle

Laura, di David Belisle

Nel 2007 esce così Saltbreakers, dove Laura racconta in musica le sue passioni, il mare (da cui il titolo che indica le onde), la letteratura (José Saramago e Melville), le stelle e gli astri. Musicalmente mescola indie-rock e country e rhythm & blues per un album più movimentato e diversificato.

L’ultima prova, July Flame è da poco in circolazione, ma sta già facendo parlare di sé. Più scarno nel suono vista la sola presenza del produttore e batterista Tucker Martine, di Karl Blau e di Kang assieme a Laura, l’album risulta un ritorno al passato, a quel confessionale intimo che sono le canzoni per la cantante, dove la voce e i testi sono i veri protagonisti e il pop più ritmico lascia spazio agli archi.

Colin Meloy dei Decemberists ha già dichiarato che questo sarà il miglior album del 2010, non male come risultato per la timida ragazza che non esce mai dalla biblioteca.

di Sara Moschini

foto G.A. Carafelli, David Belisle

video Magnetized: http://www.youtube.com/watch?v=jo-yV19ZomE

video  Cast a Hook in Me: http://www.youtube.com/watch?v=yZGheh28D7o

The next big thing…Marina and the Diamonds!

27 gennaio, 2010

Fermi tutti. A febbraio esce The Family Jewels, il primo album di Marina and the Diamonds. Se ancora non vi siete imbattuti nei suoi video tra il glamour e il weird, andate a recuperarli perché Marina Diamandis (vero nome della cantante) è davvero the next big thing. O almeno lo speriamo davvero.

Marina Diamandis aka Marina & The Diamonds

Marina Diamandis aka Marina & The Diamonds

Con una voce e un carisma che la portano a poter essere considerata un mix letale tra Shakira e Pj Harvey, questa ragazza di origine greco-irlandese si prepara a conquistare il mercato discografico mandando in avanscoperta il suo Ep The Crown Jewels uscito nel giugno 2009 e lanciato dal singolo I’m Not A Robot, seguito a sua volta da una riedizione del singolo precedente Mowgli’s Road, che raggiunge il secondo posto della classifica inglese. Perché è vero sì, che la presenza scenica di Marina è importante, ma poi una volta finito il video, una volta guardate le foto patinate, è la musica che resta, e le canzoni di Marina sono catchy al punto giusto, sono pop in un senso, ma no in un altro, sono dance e ballabili, ma sono anche quanto di più lontano da una discoteca vi può venire in mente.

E’ musica in cui la femminilità si fonde con la voce profonda ma limpida della cantante, è musica che ti fa venir voglia di saltare e di muoverti e di cantare di fronte ad uno specchio, musica che coinvolge il pubblico che non vede l’ora di vederla in tour. E Marina infatti canta per loro, The Diamonds, i fan della cantante a cui lei stessa si definisce devota sul suo My Space e per i quali si presenta in modi sempre più originali.

Lo stile di Marina è dichiaratamente anni ’80, il suo rossetto rosso che contrasta con i capelli neri, i top dalle spalle larghe e decorate, le leggings nere con la décolleté colorata, così come i giubbini di pelle, le tutine e i glitter, tutto rimanda ad una ispirazione glam non indifferente. Si trovano effettivamente più somiglianze nello stile tra lei e Florence Welch, anche lei amante di outfit originali e stravaganti, e meno influenze invece dal punto di vista musicale, anche se le due vengono spesso paragonate.

L’anima rock di Marina sostituisce il misticismo di Florence e in realtà, parlando di stile, ultimamente la cantante si è presentata ai concerti con pantaloni da jogging dichiarando che per ora è interessata più alla musica che agli abiti e che ci sarà tempo per vestirsi bene poi. Siamo assolutamente d’accordo con Marina, anche se ci dispiacerebbe perdere le sue mise eccentriche e i suoi bellissimi video, visto che la ragazza di stile ne ha da vendere.

di Sara Moschini foto Rankin

video Hollywood: http://www.youtube.com/watch?v=n1VTcJfL7RE

video Mowgli’s Road: http://www.youtube.com/watch?v=zwfCjYv7gVQ

Emiliana Torrini: la nuova voce della terra dei ghiacci

25 gennaio, 2010

Se qualcuno vi dice che Emiliana Torrini ha sempre voluto imitare Bjork, non gli credete. A parte l’essere islandesi e avere quello stupendo accento quando cantano in inglese, le due hanno davvero poco in comune. L’anticonformismo e le sperimentazioni elettroniche non fanno proprio per Emiliana, sebbene anche lei abbia sempre provato stili diversi e si sia messa alla prova in diverse occasioni durante la propria carriera musicale.

Emiliana Torrini live in ottobre

Emiliana Torrini live in ottobre

Emiliana comincia giovanissima, già a diciassette anni vince una competizione canora cantando I Will Survive di Gloria Gaynor e decide per il suo diciottesimo compleanno di incidere un disco di cover intitolato Croucie D’Où Là. Presto arriva dunque la carriera da solista e il terzo album, Merman, include nuovamente cover: Tom Waits, Stevie Wonder, Lou Reed sono questa volta i protagonisti assieme ad alcune ballate folk, tra cui la commovente The Boy Who Giggled So Sweet.

In questo periodo, mentre canta in ristoranti e piccoli locali, uno dei discografici dell’etichetta inglese One Little Indian si accorge di lei proponendole di registrare un album. Nasce così Love In The Time Of Science, primo album di Emiliana Torrini con un singolo importante come Baby Blue. L’album viene salutato come una nuova gemma della scena trip-hop, ma Emiliana ha sempre sostenuto che il disco fosse in realtà pop puro, e che in ogni caso qualunque definizione fosse restrittiva. E’ sicuramente un turning point nella carriera della cantante, che la rende più sicura delle proprie capacità sia di interprete che di autrice di testi.

Emiliana con il suo miniabito patchwork

Emiliana con il suo miniabito patchwork

Purtroppo, quando tutto sembra andare bene, Emiliana perde improvvisamente il fidanzato e lascia l’Inghilterra per rifugiarsi nella sua terra d’origine.

La Emiliana Torrini che torna cinque anni dopo con Fisherman’s Woman non è più la stessa. Il disco è minimale a livello musicale, la chitarra acustica arpeggiata è lo strumento principale assieme alla voce della cantante, il pop allegro e spensierato è ormai lontano e lascia spazio a una malinconia invernale che non può lasciare indifferente il cuore e l’anima.

Sembra la fine di un viaggio, ma nel 2008 esce Me And Armini, ultimo album dell’islandese che vede un certo ritorno alla solarità e alla sperimentazione a livello strumentale e di generi. Le atmosfere diverse si alternano e si scontrano, irresisitibili le scatenate Jungle Drum e Big Jumps, ma interessanti anche la reggaeggiante Me and Armini e il blues di Gun.

Emiliana è in gran forma sul palco, piccola e sempre vestita in maniera originale, con miniabiti colorati, di ispirazione retrò o etnica, i capelli spesso raccolti ai lati e con decorazioni, che siano piume o fiori. Balla e canta infiammando un pubblico che le vuole davvero bene e canta con lei.

E’ una storia di cambiamenti quella di Emiliana Torrini, la storia di una ragazza che non ha mai avuto paura di tentare nuove strade seguendo l’istinto e i sentimenti, e che ha sempre saputo quale fosse la cosa più importante: la musica.

di Sara Moschini

foto Peter Wafzig: http://www.flickr.com/photos/peter-wafzig/

video Sunny Road: http://www.youtube.com/watch?v=MyuL1z2tejs

video Jungle Drum: http://www.youtube.com/watch?v=iZ9vkd7Rp-g

AU REVOIR SIMONE: keyboard sweetness

20 gennaio, 2010

il gruppo delle Au Revoir Simone

No signori, non state guardando un frame dal film Il Giardino delle Vergini Suicide, né un servizio fotografico di Vogue. Anche se le tre ragazze in questione hanno alle spalle decine di lavori per la moda, la loro prima e unica occupazione è la musica.

Erika Forster, Annie Hart e Heather D’Angelo, capelli lunghi e lisci, frangette sugli occhi, altezza e appeal da modelle, altro non sono che le ormai celebri Au Revoir Simone, gruppo tutto al femminile, che basa il proprio sound sulle melodie delle tre tastiere e sulle armonie create dalle tre voci. Una ricetta semplice, ma efficace, che le ha portate ad essere considerate alla stregua dei grandi gruppi della musica alternativa contemporanea, grazie anche alla bella presenza e allo stile delle tre ragazze, che non ha lasciato indifferenti pubblico e critica.

Il primo Ep viene pubblicato nel 2005, una raccolta di otto brani chiamato Verses of Comfort, Assurance & Salvation, ma è con il primo album, The Birds of Music, che le tre ragazze si fanno davvero notare. L’album piace, loro pure e il gioco è fatto.

Au Revoir SimoneLunghi abiti a fiori o decorati con fantasie etniche, mollette e headband nei capelli, camicette e gonne larghe. Le influenze stilistiche delle Au Revoir Simone passano da quelle del vintage a quelle degli anni ’70 e delle comunità hippy, tra il virginale e il sensuale, proprio come la loro stessa musica, spesso allegra, innocente e avvicinabile alle sonorità del brit-pop e del folk, ma con un risvolto elettronico più aggressivo e ancora più incisivo, perché nascosto e inaspettato. Altre volte ancora le canzoni assumono un tono più soave di matrice trip-hop che va ad assecondare l’aspetto più mistico dell’immaginario del gruppo di Brooklyn.

Purtroppo un’estetica così pronunciata può essere un’arma a doppio taglio e le Au Revoir Simone sono state spesso accusate di tanta carineria e poca sostanza. Le critiche non sembrano però aver toccato le ragazze, che hanno pubblicato il loro terzo album Still Night, Still Light nel 2009, ricevendo una promozione da Pitchfork, sito che non era stato così clemente nel giudicare le precedenti prove della band, e più in generale da tutta la critica musicale, affermando il loro statement di artiste a tutto tondo.

Il modo migliore per rispondere a dei giudizi negativi è dimostrare l’esatto contrario e le Au Revoir Simone lo hanno fatto donandoci una prova tangibile e soprattutto ascoltabile del loro talento.

di Sara Moschini

sito web: http://aurevoirsimone.com/

video Sad Song: http://www.youtube.com/watch?v=gFG-cUQ1a8k

video Fallen Snow: http://www.youtube.com/watch?v=xXmKpB9dn3c

WARPAINT: riverberi femminili mistico-elettronici

18 gennaio, 2010

il gruppo delle Warpaint

il gruppo delle Warpaint

Non è facile parlare delle Warpaint visto che hanno pubblicato un solo Ep al momento, e visto che le informazioni sul loro conto ancora scarseggiano. Ma dopo aver ascoltato Exquisite Corpse d’altra parte diventa impossibile non parlarne. Lo charme che gira attorno a questo gruppo è davvero troppo forte per essere ignorato, un mix di bellezza, bravura, standing e atmosfera incredibile, tanto che si rimane ipnotizzati davanti ai loro video e ascoltando le loro poche produzioni, che danno comunque una vasta idea delle possibilità delle ragazze.

In realtà nel gruppo è presente anche un ragazzo, il batterista Josh Klinghoffer, che si occupa anche delle tastiere, ma in precedenza la sua postazione era occupata nientemeno che dall’attrice Shannyn Sossamon, bellissima interprete di The Rules of Attraction (film ispirato al celebre romanzo di Bret Easton Ellis) e di A Knight’s Tale. A causa degli impegni lavorativi, la Sossamon ha dovuto però ben presto abbandonare le Warpaint, che stavano già cominciando a farsi conoscere.

WarpaintLe tre ragazze rimaste, Jenny Lee Lindberg (voce e basso e sorella della Sossamon), Emily Kokal (voce e chitarra) e Theresa Wayman (voce e chitarra) sono le vere frontwomen che attirano tutta l’attenzione del pubblico con i loro cori sensuali e la loro presenza scenica.

Natasha Kahn (del progetto Bat for Lashes) con il suo successo di pubblico ha sicuramente il merito di aver riportato un certo tipo di musica mistica in auge, rivista, rimescolata e rivisitata con tutti i modernismi possibili, ma comunque ben radicata nelle radici del passato e riconoscibile in questi gruppi nascenti.

L’attaccamento al passato e a un certo tipo di visione mistica si nota anche dai look che le ragazze scelgono, abiti morbidi che il vento può agitare e gonne lunghe e larghe, con l’aggiunta del tocco contemporaneo delle felpe e dei cardigan a volte, lunghi monili, capelli sciolti o avvolti in chignon spettinati. Le location scelte per video e photoshoot sono boschi misteriosi con luci fantastiche (come nel video di Stars) o palchi ventosi dove si presentano di bianco vestite (video di Elephant); tutto suggerisce uno stato di estasi in cui l’ascoltatore dovrebbe lasciarsi andare, abbandonarsi semplicemente alla musica senza paura.

Le Warpaint sono già diventate le beniamine di una certa parte di Hollywood e di musicisti come Jack Frusciante, che ha prodotto il loro Ep, che ci ha solo invogliati ad avere di più, magari un bel live per vedere cosa sanno davvero fare queste ragazze dal vivo. Per ora noi siamo stati già conquistati dalla loro musica.

di Sara Moschini foto Angel Ceballos

video Stars: http://www.youtube.com/watch?v=7-G6Lrqr_iM

video Elephant: http://www.youtube.com/watch?v=yOFxb0F2F2A&feature=player_embedded

CAMERA OBSCURA: sweet sunny pop

13 gennaio, 2010

la cantante e chitarrista Tracyanne Campbell

la cantante e chitarrista Tracyanne Campbell

Guardando il loro sito ufficiale si direbbe che i Camera Obscura vivano costantemente in un episodio della serie tv Mad Men, ambientata nella New York anni ’60. In realtà Tracyanne Campbell (voce e chitarra), Carey Lander (piano e organo), Kenny McKeeve (chitarra, mandolino e armonica), Gavin Dunbar (basso) e Lee Thomson (batteria) sono scozzesi e sono insieme più o meno dal 2000. A dire il vero il gruppo viene fondato ben quattro anni prima da Tracyanne e Gavin assieme a John Henderson che lascerà i Camera Obscura nel 2003, ma di cambiamenti ce ne sono stati tanti in questi quattordici anni in cui il gruppo ha prodotto quattro album, il primo dei quali, Biggest Bluest Hi Fi del 2001.

Subito notati dalle classifiche indipendenti con il singolo Eighties Fans, per le melodie simili a quelle dei Belle & Sebastian (l’album è prodotto da Stuart Murdoch), i Camera Obscura vengono invitati a partecipare alle famose Peel Sessions di John Peel e nel 2003 possono così pubblicare indisturbati il loro secondo album, Underachievers Please Try Harder, seguito dal primo tour completo della Gran Bretagna e dell’Irlanda, e dall’abbandono del gruppo da parte di Henderson. Questo è un momento molto importante per il gruppo, perché il timone della band passa definitivamente a Tracyanne, che riesce a dare un’impronta molto forte e personale sia ai testi che alle musiche dei brani.

Alle tastiere Carey Lander

alle tastiere Carey Lander

I Camera Obscura diventano loro stessi, non più timorosi del confronto con questo o quell’altro gruppo, si impadroniscono di un suono più pieno e orchestrale, ma anche più solare e sweet, nonostante poi i testi siano spesso in contrasto con le musiche, come la stessa Tracyanne ammette.

Il terzo album, Let’s Get Out Of This Country, conquista tutti, il sound di chiara influenza sixties rimane, riflesso dal look della band (soprattutto delle ragazze) che scelgono sempre abiti vintage con pattern a pois o fatture particolari quando salgono sul palco e nei video, e capelli raccolti con frangetta (rossa Carey, castana Tracyanne).

Il momento fortunato continua con il quarto album uscito nel 2009 per la leggendaria etichetta 4AD. Il disco si apre con il singolo French Navy, un’esplosione di ritmo e cori femminili per parlare dell’amore con leggerezza, e continua con pezzi più lenti e melodici, quelli che si possono ballare cheek-to-cheek,  accompagnati dalla voce soave e morbida per cui è famosa Tracyanne.

L’abbiamo definito sweet sunny pop, ideale per portare un po’ di sole in questo lungo inverno e per riscaldarci al ricordo dell’estate.

di Sara Moschini

foto Elena Morelli http://www.avisiblesignofmyown.com/blog/

sito web http://www.camera-obscura.net/

video French Navy: http://www.youtube.com/watch?v=O3CkfvYMCWM

video Lloyd, I’m ready to be heartbroken: http://www.youtube.com/watch?v=Who4OL08iR8

BEACH HOUSE: vintage dream pop

11 gennaio, 2010

la cantante Victoria Legrand

la cantante Victoria Legrand

Foto sbiadite, colori pastello, frangette e baffi. L’immaginario dei Beach House rispecchia perfettamente quello dei giovani gruppi pop e delle riviste patinate di settore, appassionati di polaroid, abiti, oggetti vintage e sonorità oniriche e romantiche.

Lei, Victoria Legrand, la cantante a cui è affidato anche l’organo, è castana, frangia e capelli mossi che cadono sul viso e non devono mai essere troppo a posto. Lui, Alex Scally, chitarra e tastiere, sembra uscito da una cartolina anni ’70, con i suoi capelli incolti a mezza lunghezza e barba e baffi che vanno e vengono. Entrambi quasi ossessivamente attenti al look, passano da sweatshirt scolorite, a righe o con grafica retrò, è gilé abbinati a jeans, ad abiti complessi, eleganti e di volumi geometrici, con applique preziose e inserti dorati per lei, e a giacche e camice stravaganti per lui. Il tutto spesso all’insegna del flower power e della passione verso il passato.

La band si forma nel 2004 debuttando con l’album omonimo Beach House, che viene incluso nella classifica dei migliori album del 2006 di Pitchfork, ma è con il secondo album, Devotion, che il duo riesce davvero a farsi notare dal pubblico e dagli altri gruppi, con i quali cominciano collaborazioni, come quella con i Grizzly Bear o con il progetto Dark Was the Night.

Alex Scally alla chitarra e vocals

Alex Scally alla chitarra e vocals

Le canzoni sono dolci, melodiche, quasi spirituali nelle loro sfumature psichedeliche, rimandano a quel passato che i Beach House ricordano con la loro stessa presenza, portano l’ascoltatore in un mondo che è quello dei nostri genitori, in una polaroid che sta scomparendo, e che perciò comunica nostalgia e un senso di imminente mancanza.

Ma è con l’ultimo album, Teen Dream, in uscita a fine gennaio, che il gruppo salta fuori dalla fotografia per diventare vero e concreto, imponendosi nel panorama musicale con canzoni dal suono più pieno e ricercato. La voce di Victoria si fa più sicura, nelle melodie come nei sospiri, il ritmo più incalzante sembra voler abbandonare la sicurezza dei lidi psichedelici senza per questo perdere l’effetto sognante. Le canzoni si cantano, diventando veri e propri singoli, come Norway, azzeccatissimo primo singolo scelto per anticipare l’album, e Used to Be.

Dal passato al presente, con un occhio al futuro, Teen Dream porta i Beach House in una nuova dimensione, quella che non vediamo l’ora di scoprire e nella quale vogliamo immergerci al più presto.

di Sara Moschini

foto Elena Morelli http://www.avisiblesignofmyown.com/blog/

video Heart of Chambers: http://www.youtube.co/watch?v=DNQ97P0rQk8

video Beach House for Shoot The Player, Used to Be (live in Sydney): http://www.youtube.com/watch?v=HgdPXp5phNY

LITTLE BOOTS: glamour pop stuck on repeat

4 gennaio, 2010

Victoria Hesketh, in arte Little Boots

Victoria Hesketh, in arte Little Boots

Se sapessimo suonare decentemente almeno uno strumento, noi comuni mortali saremmo già più che soddisfatti, ma una ragazza speciale come Victoria Christina Hesketh, in arte Little Boots, non riesce proprio ad accontentarsi. Oltre ad essere cantante e autrice questa biondina inglese suona le tastiere, il pianoforte, lo stilofono (mini sintetizzatore che si suona con una sorta di penna elettronica), e uno strumento giapponese chiamato Tenori-on. Il suo talento di polistrumentista e giovane artista pop l’ha portata ad essere paragonata a ragazze eccezionali come Florence and the Machine, La Roux e addirittura a Lady Gaga. Sì perché sebbene meno appariscente e decisamente meno trasgressiva e provocante rispetto a Miss Paparazzi che tanto ha fatto parlare di sé per le sue assurde mise futuristiche e al limite del trash, Little Boots sceglie uno stile che in qualche modo ricorda quello di Lady Gaga, per gli strani copricapo indossati nei video, gli abiti sempre scintillanti e le location spaziali. E come Lady Gaga l’apparenza di svampita discotecara rimasta ancorata agli anni ’90 nasconde un’artista completa, che non si improvvisa musicista, ma che lo è già da molto tempo.

Little Boots già a cinque anni suona il piano, studia canto classico e a tredici anni scrive canzoni. A sedici anni partecipa al talent show televisivo Pop Idol, venendo eliminata prima della fine, esperienza che, dice, la rende più forte e consapevole che le scorciatoie non servono a molto. All’università di Leeds entra come cantante nel gruppo electro-indie pop Dead Disco ma proprio quando il gruppo comincia a farsi conoscere, Victoria decide di intraprendere la carriera solista per sentirsi più libera e per poter finalmente cantare e suonare le sue stesse canzoni, che le sue ormai ex-colleghe trovavano troppo cheesy.

Little Boots in miniabito stampato

Little Boots in mini abito stampato

Il mix di musica pop e elettronica rasenta la perfezione, Kylie e le Spice si incontrano e si scontrano tra le diverse tracce, Stuck on repeat è ipnotica e addictive quasi quanto Can’t get you out of my head. Impossibile liberarsi di quel ritmo e di quelle parole; il tutto è sapientemente reso più appetibile dai look scelti dalla cantante, ancora un po’ lontani dalla maestria di una Madonna o dalla freschezza dirompente di una Florence Welch, ma in via di definizione. E’ evidente la preferenza verso i minidress stampati o in lamé di stilisti famosi, per le clutch rock’n roll di Alexander McQueen e per le acconciature stravaganti. Occhi sempre più che truccati, tacchi a spillo e voilà, il gioco è fatto.

Là fuori la guerra è dura, il livello è sempre più alto e non basta più essere bionda e carina per farsi spazio nel panorama musicale femminile, speriamo che Victoria Little Boots Hesketh continui a dimostrare, come ha fatto fino ad ora, che anni di studio valgono più di sciocche mossette e battiti di ciglia.

di Sara Moschini

video Remedy: http://www.youtube.com/watch?v=McdqerXrwXE

video New in town: http://link.brightcove.com/services/player/bcpid1676043123?bctid=20922502001

1, 2, 3, 4…ecco LESLIE FEIST!

23 dicembre, 2009

primo piano della cantante

primo piano della cantante

Non si può certo dire che Leslie Feist non abbia fatto la gavetta e non si sia guadagnata a pieno merito il posto d’onore che ha tra le cantanti americane. A quindici anni è già sul palco con il suo gruppo chiamato Placebo (da non confondere con gli omonimi europei), con il quale vince un concorso per giovani band; diventa poi bassista per i Noah’s Arkweld e chitarrista per i By Divine Right.  Dopo essersi trasferita in un appartamento con Merril Nisker, che da lì a poco diventerà Peaches, comincia a collaborare con lei fino al debutto solista con Monarch (Lay your Jewelled Head Down) e il successivo Let it Die, per il quale viene notata sia come cantautrice che come interprete. Dopo aver registrato Let it Die, la cantante collabora con i norvegesi Kings of Convenience e comicia il suo tour personale che la porta a vincere due Juno Awards, come “Best New Artist” e “Best Alternative Rock Album”.

Feist nel video di 1,2,3,4

Feist nel video di 1,2,3,4

La voce suadente e naturale, mai impostata o banale, le canzoni sempre coinvolgenti, dalle ballate ai pezzi più movimentati, Feist ha uno stile sempre ben riconoscibile da brava ragazza, con la testa un po’ per aria, che ricorda quello di Charlotte Gainsbourg o meglio di Jane Birkin; quello stile proprio delle it-girl che fanno diventare oro tutto ciò che toccano e alle quali sta bene tutto ciò che indossano, che sia un abito chemisier come nel video di Mushaboom, un trench bianco come quello indossato in My Moon My Man o una tutina di paillettes blu elettrico, come quella del famosissimo 1,2,3,4.

E proprio 1,2,3,4 può essere considerato il brano grazie al quale Feist si  avvicina al grande pubblico. Incluso nel suo ultimo album solista, The Reminder, con un video originale e un ritmo trascinante, viene scelto da Apple come colonna sonora per la pubblicità dell’Ipod Nano, diventando immediatamente una delle canzoni più scaricate da I-tunes e arrivando al numero otto della classifica inglese dei singoli.

Feist in abito bianco anni '70

Feist in abito bianco anni '70

Bellissimi anche i video, in cui è evidente la passione di Feist per i musical e il ballo, mai coreografie volgari o seducenti ma sempre giochi ottici, che rendono lo spettatore attivo anche visivamente, come in I Feel it All, in cui la cantante prende ritmicamente a bastonate dei bidoni colorati ed esplosivi,  o ancora in My Moon My Man dove riesce a creare una coreografia sul nastro trasportatore di un aeroporto.

Sì perché Feist sarà anche una it-girl meravigliosa, una cantante eccezionale, una ballerina, ma tutto quello che fa lo fa con ironia, con una semplicità e una naturalezza che la contraddistinguono dalle altre, spesso troppo tese e preoccupate di mantenere alto il proprio standard di artista per poter effettivamente divertirsi.

Feist sembra davvero divertirsi sul palco e riesce a trasmettere la stessa gioia a noi che la ascoltiamo. In attesa di un nuovo album consoliamoci con le sue collaborazioni: con i Wilco nel duetto You and I e con i Grizzly Bear per i cori di Two Weeks e Red Hot+ Blue.

di Sara Moschini

video My Moon My Man: http://www.youtube.com/watch?v=zWrNCCx2p5U

video 1,2,3,4: http://www.youtube.com/watch?v=wDzlRJiTlao


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