DI HEIKE, ANNI 90 E BRITNEY SPEARS

21 maggio, 2010

Emanuela, Guido e Matteo (Caterina Gilli)

Emanuela, Guido e Matteo (Caterina Gilli)

La prima volta che mi sono accorta di quanto fossero bravi gli Heike Has The Giggles è stato a fine febbraio, quando i loro pezzi veloci e cattivi sono diventati la colonna sonora della sfilata di Frankie Morello per l’autunno-inverno del 2010-11. Una scelta originale da parte del marchio che cerca sempre di distinguersi nel bene o nel male dalle altre maison italiane, ma anche in linea con l’anima rock e sfrontata del duo milanese. Le luci si spengono, compaiono le sagome di tre ragazzi dietro un’enorme vetrata e una chitarra elettrica si impone nel silenzio e nello stupore generale. Quei ragazzi sono gli Heike Has The Giggles (”Heike ha la ridarella”) e per tutta la sfilata, mentre modelle dal trucco nero e pesante e i tacchi vertiginosi camminano avanti e indietro per la passerella, suoneranno scatenati e indomiti. Forse non c’è modo migliore di farsi sentire e conoscere, il mix di musica e moda è stato a dir poco perfetto e lo show si è dimostrato un bel biglietto da visita per l’uscita del primo vero album del gruppo, Sh!

Emanuela (voce e chitarra), Guido (batteria) e Matteo (basso) vengono da Solarolo, piccola città ravennate celebre per aver dato i natali a Laura Pausini, e sono giovani, ma così giovani che se interpellati confessano di avere come riferimenti i Red Hot Chili Peppers di Californication per le parti più funkie, le riot girls degli anni ‘90, la PJ Harvey di Stories From The City, Stories From The Sea. Finalmente. Finalmente dei teenagers che sono tali e che non si aggrappano ad un passato per loro ormai remoto, ma che vivono il loro tempo e i loro miti serenamente. E il pop.

Gli Heike has the giggles (Francesca Guadagnini)

Gli Heike has the giggles (Francesca Guadagnini)

Per quanto la loro musica sia più intensa e “da urlare e da saltare” i richiami al pop arrivano nei momenti più improbabili e quando meno te lo aspetti. E’ così che esattamente a metà album, dopo essersi scatenati su brani come Robot e Two Sisters arriva Stop Joking About Britney Spears, pezzo in difesa della vita della giovane cantante (ironico o no?) così travolgente e coinvolgente da farti voler quasi ringraziare la povera Britney per tutte le sue vicissitudini. Il pop viene poi anche rivisto nella cover di Crazy In Love di Beyonce e Jay Z, che da hit da classifica di Mtv si reincarna in singolone riempipista per locali.

Insomma di carne al fuoco ce n’è tanta e gli Heike hanno anche tutto il tempo di dimostrare quanto valgono. Le premesse sono ottime e chissà che non si torni a pogare nei nostri dancefloor proprio come si faceva una volta. Se vi va di saltare e scatenarvi date un’occhiata al loro Myspace: http://www.myspace.com/heikehasthegiggles.

di Sara Moschini

foto Caterina Gilli, Francesca Guadagnini

video Robot: http://www.youtube.com/watch?v=l-occ3NPBhw&feature=related

sfilata Frankie Morello: http://www.youtube.com/watch?v=w956L-8aGLM&feature=player_embedded

THE RECORD’S: FAUNA E FLORA ITALIANA

28 aprile, 2010

The Record’s live @Vinile 45, Brescia

The Record’s live @Vinile 45, Brescia

Quello che sta venendo fuori da Brescia è davvero imbarazzante (in senso positivo naturalmente). Tra gruppi dalle melodie pop-folk, come gli Annie Hall o i Le Man Avec Les Lunettes, a quelli addirittura con velleità elettroniche come lo scatenato combo dei Don Turbolento, il sottosuolo musicale bresciano riesce a destare parecchio interesse nel mondo musicale già da qualche anno. Ultimi in ordine di tempo ad arrivare nelle nostre case e nei locali promuovendo il loro nuovo album De Fauna et Flora, sono i The Record’s: facce pulite, abiti ben studiati e soprattutto gran. belle. canzoni. Sì, ma proprio belle.

Questo De Fauna et Flora (Foolica Records) in realtà non è che il terzo album dei ragazzi, che avevano già pubblicato nel 2007 il loro primo lavoro, Joyful Celebration, seguito nel 2008 da Money’s On Fire, ma è sicuramente il loro disco più sentito e meglio suonato. Brani che vanno dal più puro indie-pop, come la trascinante opening track On Our Minds, quasi una marcia in cui il ritmo di chitarra e batteria movimenta le voci fuse tipiche delle sonorità brit, alla più che beatlesiana Rodolfo fino agli irresistibili cori di Call Of The Ice e di We All Need To Be Alone, dove scatta puntuale il sing along. Un album che ti fa muovere, ti fa sorridere anche quando rallenta e diventa più intimo con la ballata per eccellenza, Panama Hat, o con la nenia di Mr Hide, originale singolo scelto per lanciare un album davvero ricco di pezzi forti e di possibili singoli.

The Record’s live @Vinile 45, Brescia

The Record’s live @Vinile 45, Brescia

Dal vivo i ragazzi si scatenano, tutti diversi nei loro generi e nei loro stili: chi come Pierluigi più englishman con camicia dal taglio particolare e skinny pants, chi come Pietro mescola dettagli dal gusto grunge con ritrovati rimodernati del vintage e chi come il batterista Gaetano si affida semplicemente alle everlasting t-shirt, meglio se fluo. Un trio energico, che sul palco mostra alchimia tra i membri e con il pubblico, sempre felice di poter assistere ad un loro concerto, allargati a quattro elementi negli ultimi live per poter rendere il suono più pieno e ricco di strumenti.

Tante date in Italia che non potete perdere (consultate il loro MySpace) prima di partire per Giappone e Stati Uniti. A volte il sogno diventa realtà.

di Sara Moschini

foto Kekkoz: http://www.flickr.com/photos/kekkoz/4535612187/

video Mr Hide: http://www.youtube.com/watch?v=k_Q8UGrMgws

Myspace: http://www.myspace.com/therecordsrocks

Foolica Records: http://www.foolicarecords.com/

Dee Dee’s DUM DUM GIRLS

21 aprile, 2010

Dum Dum Girls

le Dum Dum Girls

Chi l’ha detto che il garage-punk è morto? Dee Dee, Frankie-Rose, Jules e Bambi sono qui per dimostrare il contrario. Con nomi adatti a personaggi tarantiniani, una allure à la bad girl dal fascino pericoloso e uno stile inconfondibile, le quattro amiche di Los Angeles sono qui per risvegliare il mondo assopito della musica femminile con i loro brani fulminei, mix perfetto del pop femminile anni ’60 e delle sonorità delle prime band punk-rock.

Le Dum Dum Girls, nome ispirato sia al disco dei The Vaselines “Dum Dum” che alla canzone di Iggy Pop “Dum Dum Boys”, nascono come un progetto solista di Dee Dee, (soprannome di Kristin Gundred) alla fine del 2008. Arrivato il momento di esibirsi dal vivo, la cantante non ci pensa due volte e recluta le sue tre amiche, Jules (chitarra e voce), Bambi (basso) e Frankie Rose (batteria e voce), che all’epoca non si conoscevano neanche, creando così un nuovo gruppo tutto al femminile.

Le canzoni del primo album I Will Be, che esce per Sub Pop prodotto da Richard Gottehrer (che ha lavorato tra gli altri con Blondie, The Go-Gos e The Raveonettes), sono state tutte scritte nel 2009 da Dee Dee con il contributo e l’aiuto di alcuni amici e del marito Brandon Welchez dei Crocodiles. Un album breve ed immediato che affronta negli undici brani scampoli di storie d’amore, in cui si intrecciano psichedelia, perdita ma anche divertimento, alternando momenti di sole, ritmo ed allegria, a ballate oscure e malinconiche. Un album bipolare, come ammette la stessa Dee Dee, perché in California tutto è bello e perfetto sì, ma proprio questo benessere spesso immobilizza le persone, che si sentono intrappolate in questo quadretto felice ed assolato e di conseguenza sopraffatte.

Dum Dum Girls

stile bad girl per le Dum Dum Girls

Tutte le emozioni raccontate in I Will Be sono poi amplificate, come se le stesse vivendo un adolescente, dice Dee Dee, vedi Rest of our lives, che descrive il tipico sentimento da sedicenni, quando si è innamorati e si pensa che si starà per sempre assieme al proprio fidanzatino (anche se la canzone è stata scritta dalla cantante per il marito Brendon).

Grazie alla loro energia e al loro incredibile standig sul palco, le Dum Dum Girls stanno riscuotendo un notevole successo di critica, e molte voci entusiaste descrivono i loro concerti come uno spettacolo davvero coinvolgente. Non resta che aspettare maggio, quando le quattro ragazze di Los Angeles saranno a Milano (Rocket, 25 maggio) e a Marina di Ravenna (Hana-B, 26 maggio).

di Sara Moschini foto Lauren Dukoff

video Jail La La: http://www.youtube.com/watch?v=EMy4CceeBgA&feature=related

myspace Dum Dum Girls: http://www.myspace.com/dumdumgirls

MY, BUBBA & MI: lullabies from the countryside

14 aprile, 2010

le My Bubba and Mi

le My Bubba & Mi

A volte la semplicità con cui accadono le cose è sorprendente ed è davvero bello che alcuni casi, alcuni incastri della vita, siano così perfetti da sembrare impossibili.

Believe it or not, questa è una di quelle storie incredibili, la storia di tre ragazze (My, Bubba e Mia per l’appunto), tre coinquiline, una svedese, una islandese e una danese (no, non è una barzelletta nordica) che suonano e cantano assieme tutti i giorni e tutte le notti finché non cominciano ad esibirsi in piccoli locali come My, Bubba & Mi.

Il proprietario di un pub italiano, in vacanza a Copenhagen le scopre proprio in una di queste serate e, conquistato, le invita in Italia per un concerto. Le ragazze accettano senza esitare e il resto vien da sé. I concerti si moltiplicano finché non arriva la proposta dell’album e nasce così How it’s done in Italy, uscito in Italia l’8 marzo per l’etichetta indipendente We Were Never Being Boring, suonato e registrato nelle campagne bresciane.

Folk e blues si intrecciano nelle ballate pizzicate delle tre ninfette del Nord, dolci e delicate quanto brave nel saper modulare le proprie voci. Mai troppo manieristiche né ripetitive nonostante l’omogeneità innegabile del loro lavoro. Simili, o comunque ispirate a tanti (si è parlato di Joanna Newsom, Cocorosie e addirittura Feist) ma sempre uniche e riconoscibili anche e soprattutto nelle cover di altri artisti, loro feticcio, che riescono sempre a rendere delle piccole meraviglie, regalo per i fan avidi di novità e che muoiono dalla voglia di sentirle cantare.

look dreamy per le tre cantanti

look dreamy per le tre cantanti

E’ un album caldissimo, quelle delle My, Bubba & Mi (ironico no?), che verrebbe voglia di ascoltare davanti al caminetto, ma che si adatta perfettamente anche all’arrivo della primavera, ai lunghi tramonti estivi, alle foglie che cadono d’autunno. Un album per tutte le stagioni insomma, che porta con sé un immaginario forte, fatto di campagne e prati e nastri e cappelli di paglia, fatto di belle fotografie e luce sfocata, stile impeccabile e ben definito.

Il mix di musica, voci ed estetica dreamy è davvero ipnotico, e così piacevole da invogliare a chiudere gli occhi e farsi trasportare nel loro mondo fatato, per una splendida serata in compagnia delle loro “lullabies from the countryside”.

Le My, Bubba & Mi saranno il 16 aprile a Brescia al Tipozerozero. Non potete mancare.

di Sara Moschini

foto Bea De Giacomo http://www.flickr.com/photos/neve/

My Bubba & Mi Myspace: http://www.myspace.com/mybubbaandmi

My Bubba & Mi live at Maps: http://maps.rcdc.it/archives/my-bubba-mi-love-bob-dylan/

My Bubba & Mi Canale YouTube: http://www.youtube.com/user/mybubbaandmi

We Were Never Being Boring: http://wwnbb.blogspot.com/

HELLO SAFERIDE: dalla Svezia, piccole storie dei nostri giorni

7 aprile, 2010

la cantautrice Hello Saferide

la cantautrice Hello Saferide

La prima volta che si ascolta Anna, forse la più bella canzone di Hello Saferide, è quasi naturale commuoversi. No, non pensate a un ballatone strappalacrime e struggente, tutt’altro, il pezzo è più che ritmato, ma le parole arrivano giusto al cuore perché raccontano quello che spesso accade nelle relazioni sentimentali: ci si mette assieme e si fanno progetti, che la maggior parte delle volte non vengono rispettati.

Anna rappresenta questo progetto, la figlia mai avuta di una coppia, che avrebbe potuto essere bellissima, avrebbe potuto fare compagnia ai propri genitori nella loro casa in campagna. Ma tutto questo non potrà mai succedere perché il ragazzo, il futuro e ipotetico padre in questione, ha lasciato la ragazza che racconta la storia.

Hello Saferide, pseudonimo della svedese Annika Norlin, racconta storie così, piccoli stralci di vita che potrebbe essere quella di tutti, ma che è poi così particolare nello specifico. Storie in cui tutti possiamo riconoscerci e comprendere fino a creare un forte legame con chi le canta. Già dal primo album, pubblicato nel 2006 con il titolo Introducing: Hello Saferide, questa vena cantautoriale era presente, ma tenuta in disparte per lasciare spazio a sonorità più spensierate e twee. Nel momento di maggior successo dell’album, Annika decide però di tornare alle origini, pubblicando un album in svedese, Saekert! Contro ogni aspettativa un album così apparentemente difficile incontra il favore di pubblico e critica e la cantante vince ben due Grammy nel 2007, tra cui Miglior Artista Femminile.

la cantautrice Hello Saferide

la cantautrice Hello Saferide

Annika è alla ricerca di un produttore per il secondo album in inglese, qualcuno che possa soddisfare le sue necessità quando incontra Andreas Mattsson, che aveva già prodotto diversi artisti svedesi negli anni ’90 e che comprende le richieste della cantante. Nasce così More Modern Short Stories From Hello Saferide, nel quale, come già annuncia il nome dell’album, i veri protagonisti sono i racconti, le piccole storie inventate da Annika e suonate seguendo semplici accordi. Storie che raccontano di due genitori che discutono su come sia possibile che il proprio figlio sia diventato nazista (Overall), sulla perdita della verginità (X telling me about the loss of a dear friend, at age 16), su come le persone in realtà siano come le canzoni (I wonder who is like this one) e naturalmente il singolo Anna, sui sogni infranti di una coppia che non c’è più.

L’album è uscito nel 2008 ma Hello Saferide sarà con il suo gruppo all’All Tomorrow’s Parties, uno dei più importanti festival inglesi di musica alternativa curato quest’anno da Matt Groening (sì quello dei Simpson) che li ha voluti a tutti i costi. Un appuntamento davvero imperdibile.

di Sara Moschini foto Sandra Lov

video Anna: http://www.youtube.com/watch?v=ojE7J6O1D6A

Have one us Joanna

31 marzo, 2010

Joanna Newson

Joanna Newson all'arpa

Se si osserva e si ascolta Joanna Newsom nel video di Sprout and the Bean mentre pizzica la sua arpa tutta concentrata e presa, come se con quella voce particolare, un po’ nasale e subito riconoscibile, stesse recitando un compito o raccontando una storia che ha paura di dimenticare, è impossibile restare indifferenti.

E’ davvero impossibile non rimanere affascinati dal suo aspetto gentile, dai capelli perfettamente tagliati, con la frangia dritta e le orecchie a mo’ di elfo che fanno capolino.

Sì, è facile guardando Joanna pensare ad un qualche sortilegio, d’altra parte la bionda ragazza ce la mette tutta per farci cadere nella sua trappola fatta di lunghi abiti, pizzi e merletti e dobbiamo ammettere che, nonostante la sua musica si ben lontana dall’essere immediata e facile, riesce perfettamente nel suo intento di seduzione. Probabilmente il suo fascino risiede anche e soprattutto nell’innegabile bravura, un misto di preparazione scolastica e talento naturale.

Joanna infatti, non solo è cantautrice ma fin da quando aveva cinque anni suona l’arpa, strumento grazie al quale è diventata celebre, e il pianoforte da quando di anni ne aveva solo tre. Al college comincia poi a studiare composizione e scrittura creativa ed è proprio qui che inizia a suonare le tastiere nel gruppo chiamato The Pleased.

A soli 20 anni riesce così a registrare indipendentemente due Ep, Walnut Whales nel 2002 e Yarn and Glue nel 2003. Questi arrivano fortuitamente all’etichetta Drag City, che mette subito Joanna sotto contratto per farle pubblicare quello che sarà il suo album di debutto, The Milk-Eyed Mender nel 2004. Nei due anni successivi la cantante è in tour con Devendra Banhart e con i Vetiver, ma il successo di pubblico arriva soprattutto dalle sue apparizioni al Jimmy Kimmel Live, programma della ABC.

Joanna Newson

Joanna Newson live

Il suo secondo album, Ys, è dunque molto atteso e non delude le aspettative. Più curato dal punto di vista musicale e della produzione, l’album in realtà contiene solo cinque canzoni, di cui alcune lunghe più di dieci minuti.

Le apparenti anomalie non hanno però spaventato la critica, che accoglie Ys con calore, salutando la ragazza come il più importante e promettente membro del movimento psych folk, anche se a Joanna non sono mai piaciuti né interessati i giudizi e le etichette prestampate e prestabilite.

Il suo nuovo ed ultimo album, Have one on me, è arrivato da poco sul mercato, ma sta già facendo parlare: un triplo album prodotto dalla stessa Newsom, che pare essere più semplice e meno barocco rispetto al precedente Ys.

Sebbene siano infatti presenti strumenti come il kaval (flauto particolare) e il tambura (strumento a corde simile ad un liuto di grandi dimensioni), per la prima volta dopo tanti anni alcune canzoni si basano principalmente sul pianoforte e non sull’arpa. Anche la voce di Joanna è cambiata, questo purtroppo a causa di noduli alla gola che l’hanno costretta al silenzio per due mesi e ad esercizi che hanno provocato poi il mutamento.

Il suo fascino e il suo sorriso mentre canta completamente persa nelle sue canzoni, quelli però sono rimasti immutati. Joanna Newsom parteciperà a maggio all’All Tomorrow’s Parties organizzato da Matt Groening a Minehead in Inghilterra. Un ritorno davvero imperdibile.

di Sara Moschini foto Elena Morelli

video Sprout and the Bean: http://www.youtube.com/watch?v=IYl0uLrXP7U

video Soft as Chalk (live): http://www.youtube.com/watch?v=ZV0PfHemuvs&NR=1

A Due con BEATRICE ANTOLINI

8 marzo, 2010

la cantante Beatrice Antolini

la cantante Beatrice Antolini

Donne così purtroppo non se ne vedono molte nel panorama musicale italiano. La maggior parte delle cantautrici si siede spesso nei propri personaggi rassicuranti diventando noiosa e ripetitiva e non riuscendo proprio ad uscire dal proprio seminato.

Se consideriamo poi che il panorama discografico è sempre e comunque dominato da figure maschili, ecco che le possibilità per farsi notare, per scovare e fruire di qualcosa di nuovo, si riducono a degli sporadici episodi.

Ma su col morale, da qualche anno Beatrice Antolini sta gettando i semi di un modo di cantare e concepire la musica quasi da considerarsi sperimentale per una ragazza nata a Macerata e cresciuta a Bologna che si è inserita molto velocemente nella scena indipendente italiana.

Per chi non la conosce sicuramente il primo impatto con Beatrice è fisico, una bellissima ragazza dai colori scuri e gli occhi grandi, minuta e quasi sempre vestita di nero. Se le dite che è bella si arrabbia, vuole dare maggior peso alla musica e non si può darle torto, perché la musica per questa ragazza è tutto: suona da quando è bambina le tastiere, studia al Conservatorio e comincia presto a comporre canzoni con testi in inglese. Non passa troppo tempo che l’etichetta Urtovox la scopre e lancia il suo primo album Big Saloon.

Beatrice Antolini live a Bologna

Beatrice Antolini live a Bologna

Definire la prima prova di Beatrice Antolini è quasi impossibile tanto sono diverse e complesse le tracce, tanti sono gli strumenti che si fondono e si intrecciano a formare qualcosa di totalmente nuovo e originale. Piano, synth, chitarra, basso, percussioni, violoncello, rumori e suoni distorti sono i protagonisti assoluti, mentre i testi e le parole non sono che un pretesto per poter giocare con la voce, che diventa così un ulteriore strumento da utilizzare assieme a tutti gli altri.

Farsi conoscere in Italia è difficile, ma Big Saloon riceve buone recensioni e il nome di Beatrice comincia a farsi strada nei festival e sulla rete ed è così che cominciano le collaborazioni, prima con i Jennifer Gentle, per i quali suona il pianoforte nell’album The Midnight Room, con i Baustelle per l’album Amen e con Bugo. Nel 2008 viene così pubblicato A Due, secondo disco che le fa ottenere una cover sulla rivista specializzata Il Mucchio di ottobre e riceve recensioni entusiaste. Registrato tra le colline modenesi, il disco viene spesso decifrato come la colonna sonora di un film fantastico in cui tutte le melodie della Antolini creano un’atmosfera, una storia particolare, in cui tutte le canzoni sono a sé ma fanno parte anche di un unicum che comincia e finisce per poi lasciare un finale aperto che prelude ad un nuovo inizio.

Che sia il segno di un nuovo album in arrivo? Per ora ci consoliamo con Confusion is Best, singolo dei Velvet featuring per l’appunto…Beatrice Antolini.

di Sara Moschini foto Elena Morelli

video Funky Show: http://www.youtube.com/watch?v=W31gFM3_FGU

video Confusion is Best: http://www.youtube.com/watch?v=JTntN4s0JgQ

NOUVELLE VAGUE: cocktail e bossanova

17 febbraio, 2010

Se siete allergici ai gruppi musicali specializzati in cover non andate avanti a leggere. Se invece non vi dispiace che i grandi classici del passato, così come quelli meno grandi e famosi, siano riletti in chiave diversa e che da una canzone bella ne venga creata poi una seconda, questo è il posto che fa per voi.

Il collettivo francese Nouvelle Vague

Il collettivo francese Nouvelle Vague

Nouvelle Vague è il nome che i musicisti Marc Collin e Olivier Libaux scelgono per il loro progetto: un collettivo musicale il cui obiettivo è quello di riarrangiare in chiave bossa e sixties vecchie glorie della New Wave, del post rock e del post punk. Già a cominciare dal nome che scelgono l’idea è abbastanza chiara: Nouvelle Vague oltre ad essere uno storico movimento cinematografico francese, tradotto in inglese significa proprio New Wave, e lo stile che scelgono i collaboratori del gruppo ,unito all’immagine che vogliono dare, richiama fortemente l’estetica degli anni ’60.

Il primo album omonimo Nouvelle Vague esce nel 2004. Qui si trovano brani come Love Will Tear Us Apart dei Joy Division, Just Can’t Get Enough dei Depeche Mode, Guns of Brixton dei Clash, tutti molto famosi e riconoscibili anche se reinterpretati in chiave bossanova e cantati da voci femminili. In realtà le ragazze non avevano mai sentito prima i pezzi, così il loro modo di cantare non è stato influenzato in alcun modo e l’originalità è stata assicurata.

Nouvelle Vague in stile sixtiesDue anni dopo il successo si ripete con Bande à Part. Lo schema non cambia, il titolo è ispirato al film di Jean-Luc Godard e i brani riletti sono questa volta quelli di Blondie con Heart of Glass, dei New Order con Blue Monday e addirittura di Billy Idol con una zuccherosa Dancing with Myself.

Nonostante l’effetto sorpresa sia svanito, le canzoni reggono, anzi piacciono. Si cantano, ripetono l’effetto sottofondo da cocktail ballabile e cantabile estremamente piacevole del primo album. E d’altra parte perché non dovremmo divertirci ascoltando bella musica e ripercorrendo vecchi ricordi?

Purtroppo poi nella realtà le cose non vanno così e dopo poco il giocattolo tanto amato si rompe. Colpa forse di una minore attenzione nella scelta dei pezzi o nel voler ampliare gli arrangiamenti introducendo anche ballate e melodie country. Il terzo album dei Nouvelle Vague, 3, funziona meno dei primi due, nonostante la presenza degli artisti originali delle canzoni, che duettano con le cantanti di turno.

Sprazzi di sollievo si hanno comunque negli episodi di Master & Servant dove Mélanie Pain canta con Martin Gore dei Depeche Mode e con All My Colours, in cui la guest star è Ian McCulloch di Echo And The Bunnymen. Il risultato generale è tuttavia quello di un album stanco, figlio di un’idea interessante ma ormai sfruttata e che ha perso di freschezza.

Per l’estate che arriva, ci accontentiamo di ascoltare i primi due album, magari al tramonto e bevendo un mojito ben fatto. Per il futuro chissà.

di Sara Moschini

video Dance with me: http://www.youtube.com/watch?v=ekQZPozjCX8

video Don’t go: http://www.youtube.com/watch?v=cSeOrU2SMM8


Il brit pop irriverente di KATE NASH

10 febbraio, 2010

la cantante inglese Kate Nash

la cantante inglese Kate Nash

Il forte accento inglese è la primissima cosa che si nota la prima volta che si ascolta Kate Nash, la seconda è il ritmo travolgente delle sue canzoni e la terza sono i suoi testi spesso ironici e maliziosi, che riescono comunque a strapparti un sorriso.

Potrebbe per questo facilmente ricordare una certa Lily Allen, ma bisogna ammettere che i paragoni anche con le grandi della musica ormai si sprecano per la ventitreenne di North Harrow. Nomi quali Suzanne Vega o Regina Spektor, di cui la Nash potrebbe incarnare una versione più giovane ed easy going, o addirittura Amy Whinehouse per alcuni brani dalla vena alcolica e suonati al pianoforte.

Influenze a parte, il debutto di Kate, datato ormai un paio di anni fa, si è tramutato in un successo insperato vista la quantità di cantautrici indie pop che circolano nel panorama inglese. Come loro anche lei si fa conoscere al pubblico underground mettendo su MySpace le canzoni composte durante un periodo di ricovero in ospedale per un piede rotto. Di seguito e rapidamente viene pubblicato, solo in vinile e con l’etichetta indipendente Moshi Moshi, Caroline’s a Victim, il suo primo e vero singolo.

Da qui la firma con la Fiction Records, e l’uscita del singolo Foundations. Il brano, che racconta di due fidanzati litigiosi che non riescono a lasciarsi, piace molto, è veloce, catchy e il testo è pepato al punto giusto (tanto da essere censurato in alcune strofe). Così nell’agosto del 2007 esce Made of Bricks, il primo vero album di Kate Nash.

primo piano di Kate Nash

primo piano di Kate Nash

La ragazza comincia ad essere conosciuta anche in Europa, è bella e si veste sempre di mille colori preferendo miniabiti dai volumi vintage e dal sapore anni ’50, meglio ancora se a pois grandi o piccoli o se composti a patchwork di tessuti diversi. Il viso pulito è incorniciato da capelli castani con la lunga frangia che scende sul davanti, un po’ donna del mistero e un po’ retrò. Da brava chitarrista (oltre che pianista) Kate ama anche usare smalti per le unghie colorati che abbina spesso agli abiti che indossa, un po’ sbarazzina, un po’ ragazza ribelle, ma anche dolce e profonda quando vuole.

Non stupisce dunque che abbia vinto il Brit Award come miglior artista femminile nel 2008 e il premio come miglior solista agli NME Shock Awards, un successo ben preparato e giustamente meritato.

Come sempre in questi casi, il secondo album diventa una prova molto attesa ma allo stesso tempo anche molto rischiosa visto che dovrà far da seguito ad un precedente così importante. Il nuovo album di Kate Nash è confermato per il 12 aprile 2010, e chi vivrà vedrà.

di Sara Moschini foto Clare Nash

video Foundations: http://www.youtube.com/watch?v=ryH5cga0yUI

video Mouthwash: http://www.youtube.com/watch?v=UW6EP3-Q-DA

Non più sospiri per i MUMFORD & SONS

8 febbraio, 2010

Sebbene il loro primo album Sigh No More suggerisca proprio il non dover o voler più sospirare, questo ci riesce ben difficile guardando e ascoltando i quattro ragazzi di Londra. Belli sono belli, non c’è che dire, si presentano al pubblico con lo stile personale e riconoscibile di chi sa bene cosa vuole e come ottenerlo. Con i loro cappotti a doppio petto e gli stivali malamente allacciati sopra pantaloni di velluto e flanella, con i loro gilé, i cappelli e le bretelle sembrano proprio personaggi usciti da un romanzo di Charles Dickens,  e trasmettono la loro Inghilterra ad ogni movimento.

Marcus Mumford e i suoi Sons

Marcus Mumford e i suoi Sons

Un esordio troppo interessante per passare inosservato, soprattutto nell’anno dei Fleet Foxes, che hanno riportato la musica corale e folk in auge e in cima a tutte le classifiche internazionali. Nati dalla stessa scena londinese di Laura Marling, alla quale spesso hanno fatto da supporter, e di Noah and the Whale, Marcus Mumford (voce, chitarra, percussioni e mandolino), Winston Marshall (voce, banjo e dobro), Ben Lovett (voce, tastiere e organo) e Ted Dwane (voce, basso), sono uniti dal 2007  da una forte passione verso la musica e dall’amore verso il folk e verso il loro Paese.

Sono tutti amici e adorano suonare dal vivo, tanto da ritrovarsi spesso ad improvvisare concerti fuori dai locali e suonando per piccoli gruppi di amici in pub sporchi e fumosi. “All’epoca non ci consideravamo in competizione con gli altri gruppi. Per noi tutto era puro divertimento”, confessa Marcus. In questo periodo comincia già a formarsi una schiera di fan del gruppo e il passaparola è essenziale per farsi conoscere.

Presto i Mumford & Sons firmano con la Island Records e pubblicano il loro primo album Sigh No More, che prende il titolo dall’omonima canzone contenuta nel disco, riferendosi al romantico linguaggio shakespeariano di Molto Rumore Per Nulla.

stile londinese per i Mumford & Sons

stile londinese per i Mumford & Sons

Le voci sulla bravura dei quattro ragazzi inglesi hanno preceduto l’uscita dell’album, che non ha deluso chi lo attendeva da mesi e ha sorpreso invece chi ancora non aveva sentito nominare i Sons. La voce rauca di Marcus, i cori così epici e allo stesso modo così caldi, l’insieme degli strumenti che riempiono il suono e fanno sì che l’ascoltatore ne risulti totalmente travolto, ogni elemento nelle canzoni dei Mumford & Sons si fonde con gli altri in una generale e totale armonia.

Il loro tour in Australia si sta concludendo, New York, Glasgow e Manchester sono già sold out. Non ci resta che attendere e sperare in uno dei loro famosi live in Italia al più presto.

di Sara Moschini

video Winter Winds: http://www.youtube.com/watch?v=_KCg_QEHtkY

video Little Lion Man: http://www.youtube.com/watch?v=Xd8tOAJMA8Q