Princess Hijab, un fantasma si aggira nella metropolitana di Parigi
1 dicembre, 2010
Da cinque anni si aggira nei corridoi della metropolitana di Parigi tenendo in mano un pennarello nero da writer. Si fa chiamare Princess Hijab. Dove lei (o lui?) passa, i volti di modelli e modelle dei manifesti di moda vengono coperti dal disegno di un velo islamico nero. Li colpisce tutti senza distinzione: H&M, Virgin, Dolce & Gabbana, Jean Paul Gaultier. Il volto nascosto, il resto del corpo scoperto. Il risultato è un contrasto provocatorio e inquietante fra nudo e censura che attira l’attenzione dei passanti.
Pare che Princess Hijab sia nata nel 1988. Non mostra il suo volto, né ha mai dichiarato la sua religione. Ha concesso una breve intervista alla Bbc e ne hanno parlato grandi quotidiani come il Guardian, Globo e Repubblica. È attenta a gestire la sua immagine misteriosa, lasciando che su di lei si costruiscano le più svariate ipotesi e teoremi.
Nei suoi “action painting” copre uomini e donne tutti allo stesso modo in un’opera seriale che assomiglia a un’ossessione. In Francia il divieto a indossare il velo integrale islamico è scattato due mesi fa e i lavori di Princess Hijab hanno un’attualità giornalistica. Ma le immagini che crea potrebbero assomigliare altrettanto bene a quelle di un boia da ghigliottina del ‘700. Emerge così in modo chiaro come il velo integrale è visto nell’ottica europea: un oggetto che annulla la personalità, nasconde l’identità, rendendola un nulla impersonale, un attore di istanze altre, agente anonimo di un ruolo socialmente imposto e, in alcuni paesi, persino istituzionalizzato.
La “pittrice” precisa che le sue azioni di street-art sono iniziate ben prima della querelle nata in Francia sul burqa e rivendica di aver dato visibilità in tempi non sospetti al tema dell’integrazione dei musulmani in Francia. Ma non solo per questo motivo le sue opere hanno una risonanza di lungo periodo. Perché lasciare scoperti solo lacerti di braccia, cosce, seni e addominali e non coprire tutta la figura umana, una volta iniziato il blitz iconoclasta? E perché colpire preferibilmente i manifesti di moda? L’artista sembra voler ragionare sul senso dell’ultraesposizione mediatica dei corpi, intesi come oggetti, merce, strumenti di richiamo brandizzati. Ed è così nei sotterranei di Parigi della laica Francia che gli estremi opposti della civiltà occidentale capitalista e ormai mediatizzata si toccano con la società arcaica medievale islamica, creando un cortocircuito culturale. Non a Kabul o Kandahar, perché lì non può avvenire, se non a un livello più brutale.
Forse proprio dai disegni di Princess Hijab hanno tratto ispirazione le Niqabitch. Questo nome “d’arte” appartiene a due ragazze riprese in un clamoroso video caricato su Youtube a fine settembre. Più di 150mila le visualizzazioni per le due giovani che si aggirano nelle vie di Parigi vestite di un velo integrale, hot pants e tacchi alti. Nessuno può fare a meno di fermarsi a guardare, fare qualche domanda, chiedersi se quello che non va è sopra, nel volto e nel busto coperto, o sotto, nello stacco provocante di gambe. Al centro c’è la libertà delle donne di poter fare, nel bene o nel male, uso del proprio corpo secondo la libera espressione della propria personalità, rifiutando un’immagine imposta per legge, religione o moda, perché sancita come universalmente “giusta” o “sbagliata”.
Il velo, insomma, mette a disagio ed è questo ciò che vuole Princess Hijab: «Il niqab è molto potente non solo in quanto oggetto di osservanza religiosa ma perché è collegato a un discorso di dolore e morte», dice nell’unica videointervista in circolazione sul web concessa ad Al Jazeera English. Le telecamere la inquadrano mentre, nascosta fra i capelli (veri?) a mo’ di Samara Morgan, la protagonista di “The ring”, si aggira tranquillamente per i sottopassaggi della metropolitana, apre le antine e colora a suo piacimento i manifesti. «Lo hijab può essere luminoso e oscuro allo stesso tempo – spiega Princess Hijab -. Isola una persona ma, in occidente, la mette in un evidenza. È una contraddizione: vuoi sparire dalla sfera pubblica, ma sei più visibile. I miei personaggi non hanno niente a che fare con la religione. Non sono a favore di niente. Faccio Arte. È qualcosa che dà forza ma è anche spaventoso». Sarà vera Arte? Ai posteri l’ardua sentenza.
di Daniele Monaco













Il 2010 ha consacrato l’alleanza sempre più stretta fra moda e internet che aiuterà a rilanciare l’economia e l’immagine del fashion sotto l’insegna di una nuova parola d’ordine: democrazia.





Trasferire le sfilate dal chiuso di FieraMilanoCity in una rete di luoghi prestati alle passerelle nel centro di Milano per renderle visibili al grande pubblico. È l’idea che la Camera Nazionale Della Moda propone in vista della Settimana della Moda Donna del 22 – 28 settembre. La decisione è stata presa dal presidente della Cnmi Mario Boselli insieme all’assessore alle Attività produttive del Comune di Milano Giovanni Terzi.
Proprio in quell’occasione si era svolta la notte bianca della moda, con negozi aperti, cocktail e incontri con gli stilisti, per riportare la moda fra la gente “comune”.
















