La mappa degli alberghi griffati per le vacanze

13 luglio, 2010

Quando il “total look” diventa qualcosa di simile a un atto di fede si trasforma in un vero “lifestyle” su cui basare ogni scelta: anche quella dell’albergo delle proprie agognate vacanze.

Il Burj Khalifa, sede dell'hotel Armani di Dubai

Il Burj Khalifa, sede dell'hotel Armani di Dubai

Negli ultimi anni infatti sono spuntati come funghi hotel firmati dai grandi stilisti in Italia, in Europa e nelle mete più gettonate di tutto il mondo. Da anni gli stilisti hanno adottato il verbo della “diversificazione”, pardon della “brand extension”, per allargare i confini dei loro imperi al design di interni e, perché no, all’hotellerie, passando per la ristorazione.

Allora come non citare il minimalista albergo Armani di Dubai, inaugurato il 28 aprile scorso all’interno del Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo con i suoi 828 metri d’altezza e 160 piani. L’albergo occupa i primi otto livelli, nonché il 38esimo e il 39esimo.

un interno dell'hotel Armani, Dubai

un interno dell'hotel Armani, Dubai

Trascorrervi una notte è un lusso per pochi: si va dai 1000 euro per la soluzione base ai 13mila per la suite, ma sono anche previste proposte da 100 – 150 euro. Niente reception nell’Armani hotel, solo un lifestyle manager che si occupa di ogni singolo cliente. Entro la fine dell’anno tuttavia, uomini d’affari, sceicchi e turisti avranno l’imbarazzo della scelta con gli hotel di Gucci e Versace prossimi all’inaugurazione nella stessa città degli Emirati.

Donatella Versace aveva inaugurato nel 2000 il primo hotel Versace sulla Gold Coast in Australia occidentale, ma il primo hotel griffato fu il K-Club aperto a Barbuda nel mar dei Caraibi da Mariuccia Mandelli, in arte Krizia. Luoghi da sogno, resort di lusso, palmeti con spiaggia bianca anche per Diesel che a Miami si è stabilito in affari con il Pelican Hotel. Le stanze dell’albergo hanno lo stile estroso delle campagne pubblicitarie del brand di Renzo Rosso. Per finire una capatina sull’Oceano Indiano, eccoci all’hotel Bulgari di Bali, in Indonesia.

prospettive sghembe nel Petit Moulin a Parigi

prospettive sghembe nel Petit Moulin di Lacroix a Parigi

Non potevano mancare le proposte della vecchia Europa, come la Casa Camper aperta nel 2005 a Barcellona. Anche qui il gusto è minimale e semplice per 25 stanze arredate secondo lo stile dei negozi della casa spagnola di calzature che mette a disposizione dei clienti le ciabatte Camper.

A Parigi Christian Lacroix ha trasformato un’antica panetteria nel quartiere di Marais in pieno centro nell’Hotel du Petit Moulin, mentre Philip Treacy ha disegnato le stanze del G Hotel di Galway, cittadina di mare e pescatori sulle scogliere dell’Irlanda atlantica.

Per chi sceglie invece il Bel Paese non mancano le alternative. Alberta Ferretti ha realizzato il Carducci 12 di Cattolica e Palazzo Viviani di Montegridolfo nell’entroterra riminese. Byblos firma l’Art hotel di Verona e sempre vicino a Cattolica si trova il Riviera Golf Club Resort di Iceberg.

suite al Castiglion Del Bosco di Ferragamo

suite al Castiglion Del Bosco di Ferragamo

I Ferragamo, proprietari dei Lungarno Hotels e di Castiglion del Bosco, sono fra i più attivi. Quella di Castiglion del Bosco è una tenuta di 1800 ettari nella Val D’Orcia. Un sorta di agriturismo super esclusivo per 120 membri, invitati ma non solo, che per quattro settimane all’anno villeggiano in una delle 20 ville coloniali con piscina. Due ristoranti, un campo da golf da 18 buche, una Spa e un fitness center sono le caratteristiche del resort che fa dell’ambiente agreste un punto di forza con i suoi orti e vigneti per i prodotti da cucina coltivati in sede.

Il palazzo in stile neoclassico dell'hotel Moschino a Milano

Il palazzo in stile neoclassico dell'hotel Moschino a Milano

E se qualcuno dovesse venire a farsi un giro in città? Inevitabile prendere in considerazione a Milano l’hotel Moschino, aperto lo scorso 27 febbraio in via Montegrappa 12 in una vecchia stazione ferroviaria della tratta Milano – Monza.

Il primo albergo milanese aperto da una casa di moda ha un arredamento è ispirato al mondo delle favole per un allegro soggiorno nella città più indaffarata d’Italia.

di Daniele Monaco

La moda esce dalla Fiera ed entra in città

3 giugno, 2010

FieramilanocityTrasferire le sfilate dal chiuso di FieraMilanoCity in una rete di luoghi prestati alle passerelle nel centro di Milano per renderle visibili al grande pubblico. È l’idea che la Camera Nazionale Della Moda propone in vista della Settimana della Moda Donna del 22 – 28 settembre. La decisione è stata presa dal presidente della Cnmi Mario Boselli insieme all’assessore alle Attività produttive del Comune di Milano Giovanni Terzi.

Dopo trent’anni di sfilate nella Fiera di via Gattamelata, i défilé potrebbero passare alla Loggia dei Mercanti, sotto porticati di piazza Duomo, a Palazzo Reale, in via Dante o ai giardini di via Palestro. La mappa delle sistemazioni possibili sarà comunicata da Palazzo Marino l’8 giugno. Le sfilate saranno aperte da Gucci e chiuse da Armani e una soluzione per renderle visibili ai milanesi saranno i megaschermi.

L’idea è infatti di realizzare sfilate professionali con accesso riservato a stampa e compratori, ma che si possano vedere anche dall’esterno. Per ora quello che sembra sicuro è che il 24 settembre C’n’C di Costume National ripeterà la felice esperienza della sfilata in piazza Duomo del 10 settembre del 2009.

42-19213676Proprio in quell’occasione si era svolta la notte bianca della moda, con negozi aperti, cocktail e incontri con gli stilisti, per riportare la moda fra la gente “comune”.

Se, fanno notare dalla Camera Nazionale Della Moda, anche Parigi e New York hanno cambiato la sede delle sfilate, d’altra parte questa decisione sembra seguire l’esempio del Salone del Mobile, che sta accrescendo la sua importanza nel calendario cittadino per la vasta affluenza alle esposizioni aperte al pubblico nelle zone più importanti del design milanese.

Un cambiamento storico da progettare con cura. Per gli stilisti infatti sarà necessario conoscere presto la loro destinazione. Il trasferimento pone incognite di spazio, costi, accessibilità delle location, organizzazione del backstage, luci e messa in scena. Dettagli che fanno l’insieme e che si devono sposare con il luogo della sfilata. La prima sfilata in Fiera si tenne nel 1978, all’interno di due sale disegnate dal pr Beppe Modenese, che ebbe l’incarico dall’Associazione Italiana degli Industriali di trovare uno spazio per riunire gli stilisti di allora in un’unica manifestazione commerciale. Parteciparono per primi Ken Scott, Laura Biagiotti, Mario Valentino e Claudio La Viola. L’anno dopo si aggiunsero Armani, Fendi, Ferrè, Krizia e Missoni. Era nata Milano Moda Donna. Era iniziata una nuova era del fashion.

di Daniele Monaco

Borse “fantasma” e disoccupati, idea Pivetti per GhostZip

16 aprile, 2010

taglio della zip per l'inaugurazione del negozio Ghostzip

taglio della zip per l'inaugurazione del negozio bandiera di Ghostzip

Una grande macchina per cucire fa bella mostra in vetrina. Dai rocchetti colorati si capisce che un sarto lavora proprio lì, sotto gli occhi dei passanti. Nel negozio bandiera di Ghostzip, inaugurato in via Gorizia a Sesto San Giovanni (Milano) il 15 aprile, il minimo comune denominatore di borse, zaini, vestiti e accessori è che sono prodotti a mano in sede e sono fatti con un’unica cerniera zip chiusa su se stessa.

Da un oggetto comune come la “lampo” nascono vere e proprie “borse fantasma”, l’articolo più rappresentativo del marchio Ghostzip. La tracolla si materializza quando la lampo è allacciata e scompare quando è slacciata. La prima collezione è del dicembre 2007 e da allora si sono aggiunti gli altri oggetti, che costano dai 5 ai 120 euro: portamonete, lampade, cuscini e cravatte.

Irene Pivetti e il sindaco di Sesto San Giovanni Giorgio Oldrini

Irene Pivetti e il sindaco di Sesto San Giovanni Giorgio Oldrini

Così, mentre a Milano impazzano il Salone Internazionale del Mobile e il Fuori Salone, a Sesto San Giovanni arrivano Irene Pivetti e il sindaco Giorgio Oldrini. L’ex presidente della Camera dei Deputati più giovane della storia della Repubblica è ora a capo di Learn to be free (Ltbf) Onlus, un’associazione che difende il diritto al lavoro di tutti.

La sinergia fra Ltbf e GhostZip porterà al recupero di persone in difficoltà, come disoccupati o detenuti, che potranno diventare imprenditori o artigiani e reinserirsi nella società. “Ho apprezzato l’elemento artigianale e la garanzia del made in Italy di questo progetto. Inoltre il rapporto profit – non profit mette al centro l’opportunità di lavoro per i disoccupati”, ha spiegato la Pivetti.

Profitto e sostenibilità si sposano in un progetto commerciale e al tempo stesso sociale, dando uno stimolo moderno nel recupero del “saper fare” artigianale. La trasparenza nella produzione e la creatività italiana potrebbero essere un antidoto alla delocalizzazione industriale. Per ora sono, più semplicemente, motivo di soddisfazione per il sindaco di Sesto Giorgio Oldrini, presente all’inaugurazione “per assistere, in un momento di crisi, alla nascita di un progetto portato avanti da giovani con coraggio, professionalità e qualità”.

di Daniele Monaco

Temporary shop, e ora anche il negozio diventa temporaneo

2 aprile, 2010

Ebbene sì, ormai non ci sono più i negozi di una volta. Ma neppure quelli di due o tre mesi fa! Si fa appena in tempo ad adocchiare un’insegna che in pochi giorni viene sostituita da una nuova. Niente paura, si tratta solo di un temporary shop: un negozio permanente a disposizione temporanea di chi ne ha bisogno.

spazio temporary in zona Tortona, Milano

spazio temporary in zona Tortona a Milano

L’antesignano in Italia fu Levi’s nel 2005 a Milano, la formula viene dagli Stati Uniti. Il pubblicitario Russel Miller fu il primo a sperimentarla con successo a New York in un loft di 400 metri quadri.

Il temporary shop può restare aperto minimo un giorno, massimo sei mesi. Fra il gestore del sito e l’azienda interessata ad aprire un negozio temporaneo c’è un contratto di servizio, il cui modello è stato redatto dall’associazione Assotemporary. Nessun affitto, lo spazio in cui si svolge l’attività viene considerato un servizio all’interno di un pacchetto più ampio che il gestore vende al contraente e che comprende la licenza di vendita al pubblico, il personale di vendita, l’organizzazione degli eventi, la comunicazione e la campagna stampa.

La comunicazione è fondamentale per ottimizzare l’apertura per poche settimane del negozio, pubblicizzato come un evento unico. Per le piccole e medie imprese diventa un test prima di aprire un vero negozio. Per le grande aziende è una strategia di marketing per testare nuovi prodotti e distribuire linee esclusive.

Raffaella Colombo, gestore di uno spazio temporaneo spiega l’importanza strategica della posizione: “Una grande azienda può aprire in una zona dove ha molti clienti, per presentare nuovi prodotti, in modo da creare con loro una sinergia virtuosa”. I temporary shop devono trovarsi nelle strade di maggior visibilità commerciale e aperti nel periodo giusto dell’anno, poiché risentono della stagionalità: “Una settimana di temporary shop – aggiunge Colombo – può costare dai 1.000 / 1.500 euro in su. I prezzi salgono nelle settimane della moda, del mobile e del Micam o a Natale. Per le aziende il temporary shop può essere una valida alternativa alle fiere”.

spazio Bonjour in corso Garibaldi a Milano

spazio Bonjour in corso Garibaldi a Milano

Gli eventi con aperitivi, ospiti famosi, animatori, laboratori per bambini, arricchiscono la vita del temporary shop e di zone come Garibaldi, Quadrilatero, Isola o Tortona dove sono numerosi.

Dove invece l’attività di vendita è prevalente, si parla di “temporary outlet”. Si tratta spesso di negozi che restano aperti oltre i sei mesi e che affittano un locale prima di lasciarlo completamente vuoto. Lo allestiscono in pochi giorni per vendere abbigliamento di collezioni superate.

Massimo Costa, direttore di Assotemporary, disegna un quadro della situazione: “La crisi ha contribuito ad accelerare i temporary shop, meno impegnativi di un investimento fisso come un negozio. La formula del temporary shop inoltre è ancora allo stato nascente, non è conosciuta dalla stragrande maggioranza delle aziende. Attualmente una buona piazza è Roma, dove un’azienda fa fatica a trovare spazi per temporary shop ma un operatore temporary avrebbe possibilità di successo”.

Da marzo i temporary shop sono riconoscibili grazie a un marchio di originalità posto sulle vetrine. I temporary retailer dovranno poi osservare un “pentalogo”, cinque regole per il rispetto delle norme amministrative sugli orari degli esercizi commerciali; delle regole per le vendite straordinarie “promozionali” e “di liquidazione”; dei limiti dei saldi di fine stagione; dovranno poi controllare le azioni non corrette delle aziende clienti e garantire una concorrenza non sleale, in armonia con la vita delle vie cittadine. Per i reclami i consumatori devono risalire al titolare dell’attività di vendita che può essere il gestore del locale, che si trova sempre sul posto, oppure l’azienda che ha occupato con la sua insegna il negozio.

di Daniele Monaco

Moda critica in fiera, ecco “Critical Fashion”

5 marzo, 2010

Critical Fashion

stand Critical Fashion

Un’esposizione tutta dedicata alla moda critica, giovane ed ecosostenibile sbarca in Fieramilanocity.

È Critical Fashion, un salone nel salone all’interno di Fa’ la cosa giusta, la mostra-mercato di tre giorni organizzata (12 – 14 marzo) da Terre di mezzo per la promozione del consumo e della produzione consapevole e sostenibile.

Fa’ la cosa giusta è nata nel 2004 e ogni anno, fra le varie sezioni tematiche ne prevede una speciale. Quest’anno sarà riservata a Critical Fashion, una grande area per gli espositori di abbigliamento, scarpe, gioielli e tessile per la casa eco ed etico. Al centro dell’attenzione ci sarà il Borgo delle botteghe, con 20 realtà produttive specializzate nella moda su misura realizzata con materiali eco sostenibili e riciclabili.

Il calendario è fitto di iniziative e non mancano le sfilate. Si parte venerdì 12 alle 19 Re PUBLIC FASHION, con le collezioni proposte a backstage aperto da Isola della moda, promotore di moda libera dal consumo di massa. Il giorno dopo alle 18 sarà la volta di Altromercato, che proporrà abbigliamento artigianale realizzato con materiali naturali.

prove capi tra gli stand

prove dei capi tra gli stand

Due le mostre in programma. A Eco Chic Milan si potranno ammirare i prodotti della ricerca dell’alta moda realizzati su materiali come cotone, seta, soia e bambù da designer del calibro di Diane von Furstenberg, Ivanna Basilotta, John Roch e Jose Castro.  Giusta Trama sarà l’esposizione dedicata al cambiamento del tessile e inviterà gli ospiti a testare direttamente i prodotti.

E se i confini tra produttore e consumatore diventano sempre più sottili, l’esperienza di creazione diventa accessibile anche allo spettatore. Il 13 marzo dalle 12 alle 19 il brand collettivo Serpica Naro insieme con Laafia, scuola sartoriale del Burkina Faso, terrà una dimostrazione sull’autoproduzione a partire da un cartamodello “open source”, per soddisfare il desiderio di auto produrre come risposta allo shopping “usa e getta”. E per gli uomini alla ricerca di un’espressione creativa, sabato mattina e domenica nello spazio relax c’è il workshop di Giuliano Marelli, per imparare il lavoro a maglia.

sfilata Critical

sfilata Critical

Previsto anche il concorso per stilisti Oggi nasco…oggi rinasco, organizzato dalla Nuova Accademia di Belle Arti. Esperti di progettazione, moda e sostenibilità nomineranno i quattro migliori creatori del prodotto realizzato in sintonia con il contesto socio ambientale, che saranno premiati con una borsa di studio.

Fra le altre sezioni tematiche di Fa’ la cosa giusta troveranno posto l’agricoltura biologica, il turismo solidale, la mobilità sostenibile, le energie rinnovabili, l’editoria indipendente, la finanza etica, i software liberi e altro ancora. Una rassegna al passo con i tempi che non è solo una critica, ma anche un modo per prendere l’iniziativa.

di Daniele Monaco

Informazioni: Critical Fashion – Fa’ la cosa giusta. MM1 Amendola Fiera o Lotto Padiglioni 1-2 ingresso porta Scarampo, Milano.

Venerdì 12 marzo: 9-21; Sabato 13 marzo: 9-23; Domenica 14 marzo: 10-19

Milano 2015, “L’ultima sfilata” della moda. Intervista all’autore Luca Testoni

19 febbraio, 2010

la copertina del libro

la copertina de L'ultima sfilata

Febbraio 2010: gli stilisti italiani si accapigliano per sfilare davanti alla regina del giornalismo di moda, il direttore di Vogue America Anna Wintour. Febbraio 2015: dopo più di quarant’anni di presenza internazionale Milano perde le sue sfilate. Non è l’incipit di un romanzo, ma il futuro della moda italiana ipotizzato ne L’ultima sfilata di Luca Testoni.

Con un’incursione dietro le quinte delle passerelle, Testoni annuncia le sfide del futuro del prêt-à-porter italiano: dalla concorrenza americana alla nascita dell’ethical chic, dai giovani talenti ignorati dalle grandi maison alla debolezza della Camera della moda. Testoni cita fatti di cronaca come tracce di decadenza del “sistema Italia” del fashion. Ecco allora i regali ai giornalisti, gli imprenditori in stile “lei-non-sa-chi-sono-io”, gli uffici stampa che confondono il fatturato con il Pil, i testimonial presi dalla cronaca nera, le sfilate sponsorizzate dai pomodori.

Un declino che era già scritto nella natura del boom più duraturo del miracolo economico italiano. La più grave responsabilità dell’elite del fashion: aver lasciato che al culto della personalità creativa si sostituissero l’arroganza ed l’egoismo di un’elite autoreferenziale e miope.

Un processo che non è solo accusa, ma anche un appello per salvare l’anima delicata di Milano e del “made in Italy”. L’opera si svolge in sette capitoli, con l’amara vicenda finale dello stilista Romeo Gigli, genio dimenticato degli anni ’80. Un’analisi di ampio respiro, punteggiata da fatti di cronaca documentati o vissuti in prima persona. Una lettura scorrevole e illuminante dedicata, dice Testoni “a chi spera che le cose possano ancora cambiare”. Prima dell’ultima sfilata.

Luca, se davvero nel 2015 Milano dovesse perdere le sfilate, la creatività italiana nella moda andrebbe completamente dispersa?

Se perdi la vetrina in cui mostri la tua creatività non emerge più quello che c’è dietro, destinato a essere cancellato. Un conto è avere una rete che valorizza il prodotto in continuità fra negozio e stilista, un altro è esportare e avvalersi di altri fornitori. Diventa difficile mantenere tutta la filiera. La crisi, ad esempio, sta già trasformando molti distretti del tessile in ghost town.

Sul retro della copertina una citazione da Valentino accenna a un’epoca finita della moda. Quale nuova epoca sta nascendo?

Nella moda è finita l’epoca in cui tutto era concesso e permesso a poche genialità individuali che con un’idea creativa costruivano qualcosa di concreto. L’antico adagio “vizi privati, pubbliche virtù” ha fatto grande la moda italiana, ma ora proprio questo non funziona più. Il problema della moda italiana era nel Dna originario degli stilisti. Oggi sorge il bisogno di confrontarsi con nuovi valori eco-etici e il consumatore non è più conquistabile solo con l’immagine dello status symbol.

L’ethical chic sarà la fine del prêt-à-porter di lusso che seduce le fashion victim e che ha dato successo alla moda italiana?

In effetti l’ethical chic è una variabile molto pericolosa per la moda, con cui è finito il vecchio modello del lusso. Come antidoto bisognerà ripensare la comunicazione e la distribuzione in alcuni segmenti che hanno fatto la moda italiana. Poi è cresciuto anche da noi il settore del “pronto moda”, ma è considerato di “serie b” e comunque non basterà perché la concorrenza straniera è forte. Nel prêt-à-porter italiano servono soprattutto idee nuove e persone nuove: i giovani.

Luca Testoni autore del libro

Luca Testoni autore del libro

Quali sono le barriere all’ingresso per i giovani creativi? Perché i grandi non si accorgono di loro, nonostante le scuole di moda?

La torta della moda è stata distribuita solo fra i grandi nomi e se il talento creativo emergente non viene sostenuto dai grandi il giovane deve avere una grande forza economica di partenza per farsi largo e deve seguire modelli diversi di stile, fuori dagli schemi dell’epoca passata.

Ha ancora senso difendere la moda italiana con la legge sul “made in Italy”?

Sono scettico, secondo me non bisogna basarsi troppo sul marchio, ma creare un sistema che sappia adeguarsi e non abbia paura di produrre in Cina. Un tessuto va sponsorizzato non solo perché italiano e il suo micron più fine dà una qualità maggiore, ma bisogna offrire un tessuto migliore perché magari investe nel settore eco-sostenibile. Bisogna comunicare esclusività per le elités socio culturali, rappresentare nuovi modelli di cultura con cui creare il valore aggiunto dell’oggetto di lusso. Un esempio che mi ha impressionato è stato Gorbaciov testimonial di Louis Vuitton nella campagna autunno inverno 2007-2008.

Quindi come potrebbero le case del prêt-à-porter italiano uscire dalla crisi e affrontare il cambiamento culturale?

Trovando una formula equa ed etica. Una casa di moda può praticare un ricarico del 1500% su un abito, ma deve darmi una ragione. Può trovarla ad esempio nel sostenere dei nuovi valori come l’ecologia, il rispetto dei diritti di chi lavora nel settore, i sussidi alla cultura o alla ricerca. Parole già sentite, ma spesso erano parole vuote.

L’Italia soffre di un ritardo nella gestione manageriale della moda?

Ci sono ancora strutture che risalgono a modelli di 20 anni fa che limita le maison nell’aggiornamento, che non è solo un adeguarsi alle tendenze ma anche interpretare un’evoluzione sociale. Questo discorso non è ancora entrato nei piani marketing delle varie aziende.

Nel tuo libro definisci il 2009 l’anno delle “illusioni perdute”: la moda italiana è già a un punto di non ritorno?

Il quadro è scoraggiante: il 2010 è partito malissimo. Basta pensare al caos sul calendario delle sfilate di questo mese, suscitato da una richiesta del direttore di Vogue America Anna Wintour. È chiaro che in Italia non c’è volontà fra le case di moda di fare sistema. In più la crisi economica non aiuta, non ci sono sussidi pubblici, riforme o idee.

Il presidente della Cnmi, Mario Boselli, ha detto che questo è il canto del cigno della Wintour e che tutto questo non si ripeterà più: è credibile alla luce di quanto già successo nel 2005 e nel settembre 2009?

O è il canto del cigno della Wintour o della moda di Milano. Penso che Boselli abbia il polso della situazione e che il suo sia un auspicio affinché le cose cambino.

Questa crisi può essere salutare per un cambiamento della moda italiana?

Quando il malato è gravissimo o muore o si riprende.

Come è stato accolto il tuo libro sui media?

Vorrei che questo libro aprisse una discussione. Ma la stampa  non gli ha dato molta attenzione, al contrario di  radio, tv e internet che sono meno vincolati alle inserzioni del settore.

Luca Testoni è giornalista del quotidiano “Finanza & Mercati” e ha lavorato per il settimanale “Fashion Magazine”. Nel 2008 ha scritto con Carlo Pambianco “I signori dello stile” (Sperling & Kupfer).

di Daniele Monaco

Marchia il marchio, arriva la classifica “ecofashion”

5 febbraio, 2010

Nella storia dei marchi della moda, ma non solo, l’esempio dei ragazzi olandesi di Rank a brand è certamente tra quelli destinati a rappresentare un’epoca. Se infatti gli edonisti e sfrenati anni ’80 consacrarono il marchio come status symbol fatto di valori e stili di vita da inseguire e condividere nell’acquisto, oggi i grandi brand sono chiamati dai consumatori a rispondere dell’impegno etico d’azienda, che entra a pieno titolo nella “catena del valore” attribuito all’oggetto.

È proprio quello che succede su www.rankabrand.nl. Niels Oskam, il fondatore della ong Rank a brand, si è inventato una classifica di Corporate social responsibility (Csr) delle marche di abbigliamento e altri settori. La graduatoria è stilata da un gruppo di volontari che possono iscriversi on-line da qualsiasi parte del mondo e devono sostenere un test di corretta valutazione su cinque brand, prima di essere operativi.

La scala di giudizio per ogni marchio è di sedici punti divisi in tre settori: emissioni di carbonio (4), politiche ambientali (4), condizioni di lavoro e diritti umani (8). Ogni responso, positivo o negativo, ha un link di verifica al sito dell’azienda sotto esame.

Rank a Brand cycle

il ciclo di Rank a brand

La sensibilità ecologista e la sostenibilità sociale sono i valori che i consumatori di oggi apprezzano e i classificatori di Rank a Brand sono consumatori che consentono ad altri un acquisto consapevole. Le aziende più corrette, rivalutate in senso etico, verrebbero così sostenute dal mercato, in modo da creare con un’azione dal basso un mondo più “equo ed eco”.

Ma c’è anche chi non si limita a spulciare fra le pagine web delle grandi corporations. In vista delle prossime Olimpiadi invernali (Vancouver, 12 – 28 febbraio), due associazioni impegnate nella lotta per il rispetto dei diritti dei lavoratori dell’industria tessile hanno messo sotto inchiesta alcune multinazionali produttrici di abbigliamento sportivo. Le associazioni Play Fair e Maquila Solidarity Network (Msn) hanno identificato quattro ostacoli che i lavoratori delle industrie di abbigliamento sportivo devono fronteggiare e suggerito quattro modi per superarli: favorire le associazioni e la contrattazione collettiva; eliminare il precariato; ridurre gli effetti negativi alla chiusura delle fabbriche; portare i salari dei lavoratori a livelli di sostentamento.

Nike, Adidas, Pentland, Puma, Lotto, New Balance, Asics e Mizuno hanno risposto ai quesiti e le risposte sono state elencate in una classifica.

di Daniele Monaco

Cotone rosso sangue

22 gennaio, 2010

cotoneUn appello ai grandi retailer internazionali dell’abbigliamento per non vendere vestiti realizzati con il cotone coltivato in Uzbekistan. È l’iniziativa congiunta dell’associazione umanitaria Anti-Slavery International e dell’associazione ambientalista Environmental Justice Foundation (Ejf) contro lo sfruttamento del lavoro minorile nell’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale.

Ogni anno fra settembre e dicembre il governo uzbeco costringe circa 200mila bambini a lasciare le scuole e ad andare con i maestri a lavorare nei campi per la raccolta del cotone. Ognuno di loro deve caricare una quota giornaliera che può raggiungere i 50 chili. Chi si rifiuta di lavorare o non raggiunge gli obiettivi viene minacciato, picchiato o espulso dalla scuola. Lavorano fra i campi dai sette anni in su, a mani nude, senza poter bere acqua potabile, pagati 3-4 centesimi di dollaro per ogni chilo di cotone raccolto.

I proprietari dei campi ricevono un compenso vessatorio, pari a un terzo del valore di mercato dell’oro bianco, che è di 1.15 dollari al chilo. L’Uzbekistan, terzo esportatore e sesto produttore al mondo di cotone (800mila tonnellate all’anno), in questo modo copre da solo il 60% dei ricavi dell’export, più di un miliardo di dollari.

Ma non è tutto. La coltivazione estensiva del cotone senza macchinari ha provocato un disastro ambientale di enormi dimensioni. Il lago d’Aral, un tempo il quarto più grande del mondo, si è ridotto al 15% del suo volume originario per la massiccia deviazione delle sue acque nei canali di irrigazione. Ben 24 specie di pesci sono scomparse e decine di migliaia di abitanti che vivevano sulle sponde del lago sono diventati rifugiati ambientali, essendosi esaurita la fonte dell’economia locale.

ragazzo di 13 anni mentre raccoglie il cotone in un campo vicino a Bukhara (foto di Nicole Hill)

ragazzo di 13 anni mentre raccoglie il cotone in un campo vicino a Bukhara (foto di Nicole Hill)

Nonostante il governo di Islom Karimov, in carica dal 1991, abbia dichiarato di aver messo fuori legge il lavoro infantile, Ejf e Anti-slavery International hanno ottenuto alcune immagini che mostrano bambini a lavoro durante il raccolto del 2009. A fine dicembre le due associazioni hanno chiesto alle grandi catene H&M e Zara di sospendere la vendita di prodotti realizzati con cotone uzbeko. Da un’inchiesta dell’Independent World Report è emerso che H&M non chiede ai propri fornitori l’origine del cotone, mentre Inditex, proprietaria di Zara e Bershka, si rifornisce in Bangladesh da Beximco Textiles che ha ammesso che il 45-50% del cotone acquistato proviene dall’Uzbekistan.

Mentre i governi europei mantengono rapporti commerciali con la repubblica asiatica, 25 aziende hanno preso un impegno pubblico a non usare cotone uzbeco, come riporta il sito dell’International Labor Right Forum. Una misura da adottare, auspicano le associazioni, insieme all’applicazione di una etichetta su tutti i vestiti che garantisca che il vestito non sia stato realizzato con lavoro minorile. Come ricordano le associazioni, comprare cotone uzbeco significa anche finanziare una dittatura che tortura gli oppositori politici e soffoca con le armi le manifestazioni di civili.

di Daniele Monaco

Al via i saldi, dopo la grande attesa

8 gennaio, 2010

saldiPronti, via! Il 2 gennaio è scattata la corsa ai saldi della stagione invernale 2010 e la partenza è stata un vero sprint. L’inizio insolitamente vicino al Capodanno e in pieno clima vacanze non ha colto impreparati i cacciatori di occasioni a buon mercato, smentendo i commercianti e le loro associazioni, che temevano le assenze dei vacanzieri dalle città. E così a Roma, Milano, Bologna e Palermo sono aumentate le vendite rispetto al primo giorno di saldi del 2009, ma il meglio si aspetta per il week end del 9 – 10 gennaio.

vetrina saldiLe previsioni iniziali cedono allora il passo alla scaramanzia o alla prudenza. A dicembre l’associazione dei commercianti prevedeva una spesa media di 174 euro a persona, mentre nei primi due giorni di vendite ribassate a gennaio, lo scontrino medio si è fermato sui 130 euro.

Nei negozi l’offerta di sconti al 40 – 50% è ampia sui capi d’abbigliamento di stagione invenduti, dopo un dicembre fiacco. La ressa dei primi giorni dimostra che, dopo l’attesa e le rinunce, molte persone si concedono finalmente di spendere qualcosa per se stessi. Ma l’acquisto non è più mordi e fuggi, la spesa è più ponderata e le code ai camerini si allungano. Così, se la Confcommercio si aspetta di ottenere con i saldi il 21% sul fatturato del settore, l’associazione consumatori Codacons registra un calo del 15% nelle spese rispetto l’anno scorso.

i magazzini Macy's, New YorkQuel che è certo è che, a quasi un secolo dai primi saldi ai magazzini Macy’s di Manhattan nel 1913, le vendite di fine stagione sono diventate un rito a cui nessuno può sottrarsi. Per questo potrebbe essere utile tenere a mente una piccola guida agli acquisti. La merce in saldo deve essere stagionale, di moda e separata da quella non in saldo. Sulle etichette devono essere indicati il prezzo normale di vendita, lo sconto e il prezzo finale. La prova dei vestiti e il cambio di quelli già acquistati sono a discrezione del commerciante, che tuttavia ha l’obbligo di sostituire o cambiare in denaro un capo difettoso, purché riconsegnato entro due mesi dalla scoperta del difetto.

I saldi durano in tutte le regioni italiane 60 giorni e l’ultima a inaugurarli sarà la Val d’Aosta il 10 gennaio. Se non l’avete ancora fatto non vi resta allora che fare un po’ di conti in tasca e sul calendario e uscire di casa per negozi, magari imitando una bella canzone di Betty Curtis del 1962: «Saldi, saldi, saldi!!! Quanti saldi, lodati siano i saldi, i beneamati saldi…».

di Daniele Monaco

Swap boutique, un guardaroba infinito ed eco-chic

23 dicembre, 2009

un interno della swap boutique milanese Atelier del riciclo

un interno della swap boutique milanese Atelier del riciclo

C’è una soluzione creativa, eco-chic e allo stesso tempo antica ai regali poco azzeccati che capita di ricevere a Natale: il baratto. Se si tratta di vestiti le festività potrebbero essere un’occasione per entrare in una swap boutique e sperimentare lo scambio di abiti, una tendenza proveniente dai paesi anglosassoni, dove il baratto, lo swap appunto, nasce da un’etica del rispetto e dalla fiducia reciproca nello scambio.

A Roma e a Milano si possono trovare boutique interamente dedicate allo scambio di abiti di qualità e in buono stato. Per prima ha aperto nell’ottobre 2008 nella capitale Barattiamo? (in via Amatrice 24) e dopo quasi un anno il 25 settembre, durante la settimana della moda, è stato inaugurato con un grande swap party l’Atelier del riciclo a Milano (in via Asti 17).

swap party

swap party

Ma nella gara per contendersi il titolo di pioniere dello swapping all’italiana c’è anche Tamara Nocco, titolare di una boutique a Bologna, I love shopping (in via San Felice 27). Nel 2007 Nocco aveva aperto una vetrina on-line per consentire alle clienti di scambiarsi vestiti e accessori a costo zero. Quest’anno ha fondato lo Swap Club Italia e organizzato due swap party a Bologna a ottobre e a Roma a novembre.

La filosofia dello swapping è riciclare gli sprechi e non gli scarti, ovvero non l’abito che dopo essere stato indossato a lungo è ormai inutilizzabile e da buttare, ma il capo d’abbigliamento nuovo o semi nuovo che non è adatto al suo proprietario ma che, piuttosto che essere macerato, potrebbe soddisfare un’altra persona. Nelle boutique i capi d’abbigliamento (ma anche accessori, libri o cd), vengono classificati dal personale in base a una scala di valutazione e possono essere scambiati con altri vestiti di pari valore portati da altri scambiatori. A Roma gli scambi si pagano dai 13 ai 20 euro a seconda della qualità dell’abito, lavato e sterilizzato; a Milano si paga un abbonamento che va dai 30 euro per un mese ai 200 per un anno, più una tessera di associazione di 10 euro e gli abiti che avanzano vengono regalati all’Associazione Solidarietà Aids.

In tempi di crisi economica il baratto può essere una soluzione per rinnovare il guardaroba senza spendere una follia: “Oggi la gente, soprattutto le donne, ha molta voglia di cambiare, spendendo poco”, ha detto al Corriere della Sera Arianna Alaimo, titolare di Barattiamo?. Ma Grazia Pellagrosi, una delle tre giornaliste che hanno fondato l’Atelier del riciclo, assicura: “Avevamo questa idea da 20 anni, avendo visto come negli Stati uniti e in Australia si viva benissimo con questo sistema”.

swap party all'Atelier del riciclo

swap party all'Atelier del riciclo

Lo swapping potrebbe non essere una moda passeggera, ma una nuova forma di consumo critico eco-chic: “Vogliamo diffondere – prosegue Pellagrosi – un edonismo sostenibile nell’arte, nel design, nella cultura e nella vita sociale. Si può vivere piacevolmente senza consumismo e senza inquinare. Con l’upcycling dei vestiti diamo nuova vita a oggetti che rimarrebbero inerti, senza consumare altra energia per il riciclo”.

Il tempo dirà se le swap boutique sono progetti destinati a crescere con nuovi punti vendita associati in franchising. Nel frattempo mani ai regali e se qualcosa non è della misura giusta niente paura: c’è la swap boutique, un nuovo, infinito guardaroba aperto a tutti.

di Daniele Monaco

Per saperne di più:

Swap Club Italia www.swapclubitalia.it/swap/

Atelier del riciclo (Milano) www.atelierdelriciclo.it

I love shopping (Bologna) www.iloveshopping.bo.it

Barattiamo? (Roma) www.barattiamo.org