“All in the face”, la prima personale di Giuseppe Ciracì

15 aprile, 2010

Giuseppe CiriacìLo spazio Dream Factory di Milano ospita All in the face, la prima esposizione personale di Giuseppe Ciracì, giovane artista pugliese.

La pittura di Ciracì si caratterizza dalla spiccata abilità nell’usare i colori per dar vita a ritratti in grado di comunicare attraverso gli sguardi a volte attoniti, altre più sereni ma pur sempre pervasi da un realismo proprio della mimesi sulla quale si basa l’arte accademica del pittore.

Il senso quotidiano dello sguardo aggiunge un nuovo contributo estetico alla ricerca di un diverso approccio con la dimensione umana, con tutto quello che abitualmente circonda la nostra vita e che spesso guardiamo con un occhio distratto senza avere la forza o l’attenzione per coglierne la strutturata complessità. Ecco che Ciracì, attraverso l’alternarsi di tecnica pittorica e sfumato a matita, mette a nudo l’interiorità del corpo che viene contrapposta ai colori accesi dell’incarnato.

Giuseppe CiriacìParti anatomiche come ossa, muscoli e tendini vengono accostate ai ritratti e si insinuano languidamente nelle opere diventando un tutt’uno con i personaggi raffigurati.

Sono ritratti che non si propongono come maschere di uno status, nè come maschere fisiognomiche, consegnate ad una identità intellettuale, ma come figure affacciate sulla contraddittoria pluralità e ambiguità dell’esistere…

Nel mondo illusorio dell’arte cogliere l’attimo è raro. Per dargli una sua realtà occore un “dentro” e “fuori”, occorre esplorarlo. Ciò che caratterizza la pittura di Ciracì è uno sguardo mimetico verso il reale, una mimesi che pare fotografia, tanto è fine la pennellata e oggettiva, fino quasi all’iperrealismo, la sua visione.

Il 6 marzo 2010 Giuseppe Ciracì è tra i 180 finalisti sui 5500 partecipanti del Premio Internazionale Arte Laguna, Tese di San Cristoforo, Arsenale di Venezia dal 6 al 27 marzo 2010, e vince uno dei premi speciali che lo porta ad esporre dal 12 al 26 aprile 2010 all’Istituto Italiano di Cultura di Vienna e dal 20 maggio al 3 giugno 2010 all’Istituto Italiano di Cultura di Praga.

Nell’aprile 2010 Giuseppe Ciracì è finalista del Premio di Pittura Zingarelli – Rocca delle Macìe che vede 19 artisti – selezionati da un comitato di critici e gallerie d’arte – esporre in una collettiva che si svolgerà dal 29 aprile nella prestigiosa tenuta toscana di Rocca delle Macie. Una giuria popolare decreterà a fine anno il vincitore assoluto della manifestazione.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: All in the face, Giuseppe Ciriacì. A cura di Martina Cavallarin e Maria Chiara Valacchi Dreamfactory

In mostra fino al 2 Maggio 2010 Corso Garibaldi 117, Milano.

www.dreamfactory.it

A Palazzo Reale il genio di Goya in mostra

8 aprile, 2010

Streghe in volo, Goya

Streghe in volo, Goya

E’ a Milano una delle mostre più importanti che Palazzo Reale abbia mai ospitato: Goya e il suo tempo. L’esposizione ha coinvolto sessantadue enti prestatori da quindici paesi diversi tra privati e musei internazionali.

Centottanta opere ci introducono nel mondo di un artista controverso e dalle tematiche forti e provocatorie. Francisco Goya (1743- 1828) è considerato uno dei più grandi pittori spagnoli.

Il suo estro e coraggio gli ha permesso di affrontare tematiche quali la guerra, la violenza, lo stupro gridando il proprio punto di vista attraverso la voce di un’arte evocatoria di emozioni contrastanti tra loro. Goya, infatti, è un’artista che ha saputo magistralmente unire aspetti diversi della realtà che lo circondava raffigurandoli senza filtri e censure. Attento osservatore della realtà ne comprese, nelle sue rappresentazioni, anche le sfaccettature più dolorose, talvolta squallide ma squisitamente reali.

Il percorso della mostra si articola in cinque tematiche che posso riassumere l’opera di Goya: il ritratto, la vita di tutti i giorni, il comico-grottesco, la violenza e il grido. Attraverso questi temi lo spettatore può immergersi nelle vicissitudini storiche proprie del periodo in cui Goya operò, per capirne la drammaticità.

La contessa De Haro, Goya

Contessa De Haro, Goya

Osservando i ritratti dei personaggi più illustri della corte spagnola si comprendono i cambiamenti politici e i turbamenti che la caratterizzarono fino dell’avvento di Napoleone.

Gli sguardi austeri di personaggi come l’attore Isidoro Maiquez (ritratto del 1807) o della Contessa de Haro (1808) rivelano l’ispirazione di Goya alla tradizione settecentesca di napoletani e veneziani, seppur svincolata da ogni accademicità.

I personaggi importanti della borghesia spagnola lasciano il posto ad una selezione di opere ispirate dalla vita di tutti i giorni. Ecco che l’occhio attento di Goya sembra trasportarci in una realtà dove nulla viene risparmiato all’indagine e all’interpretazione dell’artista. Si passa da deliziose scene di vita popolare madrilena ad altre più forti e provocatorie come lo stupro o gli orrori della guerra. In questo Goya si mise in luce con il modernismo satirico dei suoi lavori. Invece di associare la realtà con una moralità nobilitante, l’artista esplorò la desolazione e il dolore della vita con un’acuta indagine della condizione umana eludendo ogni differenza tra aristocrazia e classi popolari.

Il sonno della ragione genera mostri, Goya

Il sonno della ragione genera mostri, Goya

L’arte di Goya si tinge di grottesco nella serie delle incisioni chiamate Capricci (1799) per le quali l’artista si ispirò a Durer. Rappresentazioni di incubi, streghe e personaggi che popolano il regno della fantasia e che sono evocate dalla parte più irrazionale della sua creatività. Creature sopratutto notturne che si nascondono nell’ombra a caccia dei suoi sogni.

L’arte di Goya, pur essendo di difficile collocazione per il suo evolvere nell’arco degli anni, è sicuramente in grado di suscitare emozione e coinvolgimento.

Nella mostra presenti anche molti altri artisti tra i quali Guttuso, Pollok, Saura e Bacon, le cui opere sono state ricollegate alle tematiche o allo stile inconfondibile del maestro spagnolo.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: Goya e il mondo moderno, Palazzo Reale, Milano. Fino al 27 giugno 2010.

Orari: lunedì 14:30-19:30, martedì-domenica 9:30-19:30, giovedì e sabato fino alle 22:30. Ingresso: intero € 9, ridotto € 7,50.

Informazioni: tel. 0254910.

Gli strani paradisi di Giovan Battista d’Achille

1 aprile, 2010

Gli strani paradisi di Giova Battista d'Achille

“Le mie origini sono in Umbria, pur essendo spesso in giro perchè amo viaggiare e l’esperienza del confronto con altre culture. Dopo vari lavori in diversi campi mi dedico alla fotografia sperimentando e accettando le sfide che la vita stessa mi propone.

Al centro dei miei pensieri c’è sempre l’essere umano e il suo rapporto con il mondo che lo nutre, lo sfida, lo fa innamorare e che talvolta lo spezza in frammenti quasi impossibili da ricollegare, per dargli modo di rinascere ancora. Nella fotografia si coglie ciò che siamo, non si può fare un ritratto a qualcuno o qualcosa senza fotografare noi stessi, credo sia perciò utile raffinare il nostro sguardo e le nostre idee, per saper cogliere con maggior chiarezza ciò che è nascosto dentro e intorno l’uomo”.

Gli strani paradisi di Giovan Battista d'AchilleCosì definisce il proprio concetto di fotografia Giovanni Battista d’Achille, eclettico fotografo tra i più raffinati del panorama contemporaneo.

Attraverso l’osservazione dei suoi lavori vediamo come l’obiettivo della sua macchina fotografica si tramuta in un meccanico occhio indagatore della realtà che, mediante un sapiente lavoro di angolazioni e colori, è in grado di far emergere la parte più sensibile e poetica di tutto quello che ci circonda.

Volti assorti, delicati, persi in un fluire di pensieri imperscrutabili la cui natura si riflette sistematicamente nell’atmosfera onirica che li pervade. Ecco che allora una semplice fotografia può diventare un varco per accedere a una dimensione nella quale il sogno e la tranquillità regnano incontrastati a dispetto di una meccanica razionale che rende la vita frenetica e sempre meno generosa di possibilità di riflettere e stupirci delle piccole cose che spesso diamo scontate.

Nella fotografia di d’Achille vediamo come un fiume immerso in una natura notturna e dormiente possa fare da scenario ad un moderno Narciso che vi si specchia, oppure come una semplice vetrata a fiori possa trasformarsi in una decorazione che accoglie un volto quasi etereo, che richiama una madonna bizantina. Proprio in questo sta il segreto della maestria di questo fotografo. Il saper trasformare gli oggetti comuni e i paesaggi di tutti i giorni in qualcosa di speciale, unico.

Col passare del tempo la sperimentazione artistica di Giovanni Battista si è spostata nel campo della fotografia di moda. Apparentemente vincolata alla funzione svolta nella pubblicità e nell’industria del fashion, le sue immagini sono ben più profonde grazia alla permanente esplorazione dello stato onirico e ciò che comporta di erotico, beffardo ed elegante.

Sequenze, attimi fuggenti rincorsi nel loro dispiegarsi e contraddirsi. Quasi immagini filmiche, allusive e dinamiche. La bellezza del corpo umano, dei visi e dei vestiti che i modelli indossano, vengono esaltati da colori e angolazioni che rendono la visione unica nel suo genere.

Si può dire che, sia quando fatta per puro impeto interiore, sia quando risponde ad esigenze di moda, la fotografia di d’Achille è in grado di entrare nei mille aspetti della nostra psiche.

www.gbattyroom.com

di Andrea Pellegrino

Seduzione e mistero nell’arte dei Preraffaelliti

11 marzo, 2010

J.W. Waterhouse "Circe invidiosa", 1892

J.W. Waterhouse, "Circe invidiosa", 1892

In mostra a Ravenna dal 28 febbraio al 6 giugno la mostra I Preraffaelliti e il sogno Italiano dona la possibilità al visitatore di ammirare e lasciarsi incantare dalle opere più celebri di uno dei movimenti artistici più suggestivi (seppur di breve durata) che la storia dell’arte ci ha donato.

Fascino, volti sospesi in eleganti atmosfere che richiamano ad un passato lontano e misterioso, antiche mitologie narrate attraverso sguardi e personaggi suggestivi e romantici.

Tutto questo fa parte del modo di concepire la pittura tipico dei Preraffaelliti.

Questa confraternita di pittori nacque in epoca vittoriana, nel 1848 in Gran Bretagna e fu composta da Dante Gabriele Rossetti (1828-82), William Holman Hunt (1827-1910) e Sir John Everett Millais (1829-96).

Il gruppo di artisti che fecero parte di questo movimento ne scelsero il nome per indicare un certo richiamo ai pittori che operarono prima di Raffaello, considerati da loro fonte di ispirazione per un totale rifiuto dell’accademicità. I Preraffaelliti erano infatti sostenitori di una pittura genuina, lontana dalle convenzioni ma rivelatrice di suggestioni e sentimenti interiori non contaminati dalle varie scuole. Ecco come un gruppo di giovani studenti, deluso dai propri insegnati e dallo stile accademico dominante, decise di rivoluzionare l’arte.

Dante Gabriele Rossetti "Pandora", 1869

Dante Gabriele Rossetti, "Pandora", 1869

Il motore del movimento artistico fu lo scrittore e critico d’arte Jhon Ruskin. Egli con il suo ideale di pittura tese a mettere in secondo piano le tecniche e i linguaggi artistici per favorire un principio di missione apostolica secondo la quale l’arte ha un profondo scopo di redenzione umana e deve essere in grado di comunicare con lo spirito, sempre più messo da parte a causa della meccanica razionale.

Le tematiche care ai Preraffaelliti affondano la loro radice nelle leggende medievali, in personaggi mitologici spesso seducenti e fatali, nei poemi shakespeariani e rinascimentali.

Questa dimensione fantasiosa non lascia però in secondo piano anche tematiche più attuali come l’emigrazione, il progresso e il lavoro rappresentate anche esse con maestria ed eleganza.

Nella mostra di Ravenna presenti anche alcuni opere del Beato Angelico, Perugino e altri artisti italiani a testimoniare le fonti di ispirazione dei Preraffaelliti.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: I Preraffaelliti e il sogno italiano, Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna. Dal 28 febbraio al 6 giugno 2010.

http://www.museocitta.ra.it/mar/news/pagina155.html

La Moda fra analogie e dissonanze in mostra a Palazzo Pitti

9 marzo, 2010

Tunica “Peplos”, Mariano Fortuny, Venezia, 1934

Tunica “Peplos”, Mariano Fortuny, Venezia, 1934

La moda va e la moda torna. Ci sono capi che hanno fatto la storia del costume e abiti che invece erano in voga all’epoca dei nostri nonni (o ancor prima), e che oggi hanno trovato nuovamente le luci della ribalta. Epoche diverse messe a confronto e studiate su un piano strettamente stilistico: è questo l’obiettivo della mostra Moda fra analogie e dissonanze, che fino al 31 marzo sarà ospitata nella celebre cornice fiorentina di Palazzo Pitti, alla Galleria del Costume.

Dal 18esimo secolo fino ad oggi: un’esposizione de i capolavori dei più grandi stilisti di tutti i tempi, accostati non tanto in ordine cronologico quanto in base alle analogie e alle differenze stilistiche che sono emerse nel corso degli anni o dei secoli. Ecco che le affinità e le contrapposizioni tra passato e presente saltano subito all’occhio quasi a sottolineare come circostanze storico-sociali simili abbiano cavalcato gli stessi gusti, mentre periodi decisamente diversi abbiano portato a realizzare abiti e manufatti completamente differenti.

Si passeggia per le sale ed ecco che un articolato abito di Gianfranco Ferré viene accompagnato da un’andrienne del 18esimo secolo (la classica robe à la française); mentre un secondo Ferré, lineare e semplice, è confrontato a un abito stile Impero. E ancora due statuari Fortuny (lo stilista italo-catalano che vestì le dive della Belle Epoque) sono accostati a capi anni Cinquanta e Settanta, in virtù della linea fluida modellata dal plissé.

abito da sera Gianfranco Ferré, Milano, Collezione Haute Couture p/e 1989

abito da sera Gianfranco Ferré, Milano, Collezione Haute Couture p/e 1989

Alla base di tutta la mostra permangono delle costanti, che forniscono qualche dettaglio sulla storia della moda: si evince, ad esempio, come nei periodi di maggiore equilibrio economico e in quelli accompagnati da voglia di ricerca e innovazione (come il Settecento, l’Ottocento e ancora negli anni Cinquanta del Novecento), la scelta degli stilisti cada sempre su abiti ampi e forme espanse, come le grandi gonne sostenute da sotto-strutture, tipiche appunto di quei momenti storici e che richiedono grandi quantità di tessuti e decori pregiati per essere realizzate.

La moda, nel suo mutare, trasforma poi anche l’immagine del gentil sesso: dalle pellicce e piume che conferiscono alla donna quella capacità di velata seduzione e grinta aggressiva , al tailleur femminile, elegante e sportivo, che dona all’immagine femminile quell’autorevolezza che in passato era associata solo al sesso forte.

Per arricchire l’excursus sulla storia della moda, vi è spazio anche per l’arredo artistico, che estende dall’abbigliamento agli oggetti di design l’alternanza tra analogie e dissonanze. Esposti a fianco di abiti e a accessori si trovano infatti opere prese in prestito dalla Galleria d’Arte Moderna, che rispondono agli obiettivi e allo stile di questa esposizione.

di Alessia Barbiero

Informazioni mostra: Moda fra analogie e dissonanze, Palazzo Pitti – Galleria del Costume, Firenze.

Fino al 31 marzo. Orario di apertura ore 8.15 – 17.30. Biglietto intero 7,00 euro, ridotto 3,50 euro.

Marzo si apre all’insegna della moda, orgoglio milanese a Palazzo Morando

4 marzo, 2010

Museo Costume Moda Immagine a Palazzo MorandoA Palazzo Morando, nel cuore del quadrilatero della moda, è  stato inaugurato il 2 marzo il museo Costume Moda Immagine, nuovo spazio dedicato a cultura, arte e stile. Ospitate qui le importanti collezioni di tessuti, abiti e accessori fino ad oggi conservate presso le Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco. L’apertura del nuovo spazio si inserisce all’interno di Just a Look, programma di iniziative promosse dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano in collaborazione con Louis Vuitton in occasione della settimana della moda milanese.

Dal 2 marzo al 2 maggio 2010 sono proposte 4 esposizioni. Una selezione del patrimonio di dipinti e abiti storici dalle Civiche Raccolte Artistiche del Castello Sforzesco è protagonista della mostra Milano e lo stile di una città tra Settecento e Novecento.

Al piano terra The Thread of Dreams – Frette 2010 / 1860, una vasta esposizione di collegamento tra passato e futuro promossa dall’Assessorato alla Cultura e da Frette, in occasione dei 150 anni di attività della Maison.

E ancora, spazio a due mostre molto ricche: Dettagli di moda. Gli anni Venti e Trenta nella collezione Mangiameli e La Collezione Tirelli. Costumi dell’atelier tra cinema e teatro, curata dalla costumista Premio Oscar Gabriella Pescucci, testimonianza di alta creatività, rinnovamento ed eccellenza italiana unica nel mondo.

All’inaugurazione l’Assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory ha commentato: “Vorrei sottolineare la gratuità a tutte le mostre allestite in questo spazio magico e misterioso dove, in occasione dell’inaugurazione, ho voluto mettere in scena, come in un teatro, tutti i cinque sensi, per offrire un’emozione completa e compiuta al visitatore-spettatore. Non solo immagine ma anche musica, profumi, un bicchiere di vino per stimolare il gusto e un “angolo” dove toccare gli oggetti che costituiranno il percorso estetico del museo”.

di Giovanni Bertuccio

Informazioni: museo Costume Moda Immagine, Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6, Milano.

La Storia come magistra vitae: Memoria vs Oblio nelle opere di Giovanni Sesia.

24 febbraio, 2010

G. Sesia, senza titolo, tecnica mista su base fotografica cm.70 x 50  200

G. Sesia, senza titolo, tecnica mista su base fotografica cm.70 x 50, 2009

Alla Galleria Forni di Milano si espongono fino al 27 febbraio le opere di Giovanni Sesia.

Nato a Magenta nel 1955, Sesia e’ un artista del tutto particolare, che si pone a metà fra pittura e fotografia, rielaborando lastre e scatti con tratti ad olio. L’origine va ricercata nel ritrovamento di pellicole e lastre antiche che vengono ristampate su tavola e poi ritoccate con colori ad olio, polveri di ferro e rame e ricoperte da una fitta scrittura, che diventa anch’essa segno pittorico.

Il tema della memoria è stato, negli ultimi anni, accantonato rispetto ad altre tematiche considerate più’ “attuali” o di maggiore impatto dal punto di vista mediatico o mercantile. L’attenzione collettiva si è concentrata più sul rapporto tra presente e futuro che sull’elaborazione del proprio passato individuale e sulle implicazioni che ne derivano a livello sociale e collettivo. Quello di Sesia è un lavoro che parte, come spesso avviene nella ricerca artistica, da un incontro casuale. L’incontro, fortemente suggestivo dal punto di vista simbolico, tra l’immaginario poetico di Sesia e la immagini di “reperti umani” salvati dall’oblio grazie alla funzione riparatrice del gesto artistico. Gesto che assume il senso di una vera ri-nascita capace di sensibilizzare la coscienza a una diversa percezione dello scorrere del tempo e della memoria.

Simile alle ricerche che negli anni Sessanta animarono il gruppo dei nouveaux realistes in Francia, concentrate su una nuova percezione del reale e della sua oggettualità, questi artisti francesi ponevano l’oggetto in un contesto artistico, spostandolo dalla sua mera funzione di utilità. Punto di partenza per tracciare quel legame che partendo dall’immanente conduce al trascendente. Da qui l’uso di reperti in chiave, se non decisamente polemica, quanto meno riflessiva. Una meditazione sulla contemporaneità che non vuole perdere il suo legame con il passato, per meglio vivere il suo futuro.

G. Sesia, senza titolo, tecnica mista su base fotografica cm.140 x 96  2010

G. Sesia, senza titolo, tecnica mista su base fotografica cm.140 x 96, 2010

Ecco, in Sesia il legame con questa corrente è forte: anche il linguaggio utilizzato dall’artista – un mix di fotografia dalle forti suggestioni pittoriche e di pittura, contaminata da una serie di folli e invadenti grafismi privi di significato apparente – è significativo dell’intenzione di Sesia di riappropriarsi, in maniera coinvolgente, del significato anche “politico” del valore della memoria.

In questo suo ultimo lavoro ‘Madri e di Terra’, l’artista focalizza la sua attenzione sulla «ricerca dell’identità, di una storia che non conosco e che voglio ricordare». Ricordare senza chiedere nulla in cambio, anche solo per combattere l’indifferenza del tempo. Per riportare all’attualità questi esseri umani dimenticati, Sesia ha scelto di rappresentare figure di donne, madri con i loro bambini, eterno femminino da cui nasce l’accostamento con la natura, gli alberi, i gigli (da sempre simbolo delle spose) e la terra, anch’essa generatrice di vita. Sono le donne-madri ad essere protagoniste di queste immagini fotografiche ingigantite e intaccate dal colore e dalla materia, applicazioni di foglie d’oro e di terra, superfici cosparse di segni e di scritte incomprensibili, ormai pura decorazione e gesto. A rimarcare l’incomunicabilità e la perdita di significato che si prova di fronte allo sguardo e ai visi sconosciuti di chi non è più in grado di rivelare qualcosa di sé.

di Giovanni Bertuccio

Per un approfondimento www.giovannisesia.it , www.galleriaforni.it

Fra reale e sur-reale “Pictures” by Tim Walker

11 febbraio, 2010

THE DRESS LAMP TREE, Eglingham Hall, Northumberland, England, 2002 © Tim Walker courtesy Michael Hoppen Contemporary C Type Print  82 x 121 cm approx

THE DRESS LAMP TREE, Eglingham Hall, Northumberland, England, 2002 © Tim Walker courtesy Michael Hoppen Contemporary C Type Print 82 x 121 cm approx

Alla Galleria Carla Sozzani una mostra delle fotografie più note di Tim Walker oltre a molti inediti mai esposti.

Nato in Inghilterra nel 1970, Walker si appassiona di fotografia lavorando all’archivio di Cecil Beaton. Dopo gli studi di fotografia all’Exeter College of Art, lavora a New York come assistente di Richard Avedon. Tornato in Inghilterra si dedica al ritratto e al lavoro documentaristico e poi alla fotografia di moda. A 25 anni scatta il suo primo servizio per Vogue e da quel momento la collaborazione con l’edizione inglese, italiana e americana della rivista è costante. Fotografa anche campagne pubblicitarie per clienti come Yohji Yamamoto, Barneys, Gap e Comme des Garçons.

THE PRIMA BALLERINAS OF THE BALLET WEST AND PATRICK WOLF,  Braemar, Scotland, 2007 © Tim Walker courtesy Michael Hoppen Contemporary C Type Print  76 x 83 cm approx

THE PRIMA BALLERINAS OF THE BALLET WEST AND PATRICK WOLF, Braemar, Scotland, 2007 © Tim Walker courtesy Michael Hoppen Contemporary C Type Print 76 x 83 cm approx

Le immagini sono innovative e tra le più fantasiose e originali dei nostri tempi. Sognatore ad occhi aperti, Tim Walker evoca nei suoi lavori un senso di dramma epico e bellezza. Tra realtà e fantasia: al quotidiano affianca l’assurdo e il favoloso, ricreando un mondo magico fatto di bellezza, eleganza e ironia, in un’atmosfera fiabesca e surreale. Anche se fittizio, il mondo ricreato appare reale, grazie alla cura dei minimi dettagli nell’allestimento delle sue immagini, per le quali non utilizza ritocchi fotografici.

Il rimando ad una dimensione mitica, che necessariamente diventa intima e personale, sembra in Walker legarsi alla visione che ne aveva la cultura romantica, in cui la ricerca del fiabesco non negava il reale bensì gli stava accanto. Come una sorta di evasione che parte dal reale ma ricerca altro, come in una sorta di compensazione.

PASTEL CATS, Eglingham Hall, Northumberland, England, 2000 © Tim Walker courtesy Michael Hoppen Contemporary C Type Print  74 x 98 cm approx

PASTEL CATS, Eglingham Hall, Northumberland, England, 2000 © Tim Walker courtesy Michael Hoppen Contemporary C Type Print 74 x 98 cm approx

Insomma quello che voglio se non lo trovo me lo creo! Questa è una delle potenzialità dell’arte ben sfruttate nelle immagini drammatiche e bellissime di Tim Walker. Tale propensione l’ha reso uno dei fotografi di moda piu’ noti, grazie a quel tocco evocativo e sofisticato che rende ancora piu’ belli gli abiti di alta moda, che fotografa in luoghi insoliti per importanti riviste come la già citata Vogue, e ancora W e Harper’s Bazaar.

Nel 2008 al Design Museum di Londra viene presentata la sua prima personale, che coincide con la pubblicazione del libro Pictures. Al momento le sue fotografie figurano nelle collezioni permanenti del Victoria and Albert Museum e della National Portrait Gallery di Londra.

di Giovanni Bertuccio

Per le fotografie si ringrazia la Galleria Carla Sozzani

Informazioni mostra: Pictures. Fotografie di Tim Walker, Galleria Carla Sozzani, corso Como 10 – Milano. Fino al 7 marzo 2010.

Paul Banner: l’identità e l’incanto dell’Eros

9 febbraio, 2010

Paul BannerEros è donna. Anche se la mitologia ha voluto dare un’immagine maschile del dio dell’amore e della sensualità, i tempi moderni consacrano la donna a emblema dell’Eros. Dove Eros, va detto, assume un significato molteplice, un connubio tra amore, erotismo, passione e glamour.

Sarà che il corpo del gentil sesso è più armonico, nelle sue forme e nel suo essere sinuoso, sarà che al mondo maschile poco appartiene quell’ammiccare che fa tanto scatenare la fantasia e l’immaginazione, fatto sta che intorno all’icona femminile si è creata una vera a propria aurea di sensualità.

E chi meglio di Paul Banner poteva imprimere con la macchina fotografica tutto questo mondo di significati in un’immagine? Il fotografo di San Severo, al secolo Vito Tota, torna al suo paese per esporre al Mat il suo modo di vedere la creatura femminile. Trentacinque opere che resteranno nel Museo dell’Alto Tavoliere fino al 14 febbraio, San Valentino, noto in tutto il mondo come il giorno di celebrazione dell’amore (coincidenza?).

Donne nude di fronte alla telecamera, icone femminili che rovesciano il tabù del corpo senza vestiti e che sfidano l’erotismo esplicito. Alla base degli scatti di quest’artista pugliese prevale il gioco di luce, il contrasto tra chiaro e scuro, che ha spinto molti critici a notare quello che si potrebbe chiamare uno strascico dettato dall’influenza di Caravaggio: luci che penetrano nelle profonde zone d’ombra, che esaltano i movimenti e che così facendo esprimono i sentimenti, accentuano le espressioni dei soggetti rappresentati.

Paul Banner

Sono sette le sezioni che compongono la mostra, ognuna delle quali volta a soffermarsi su pose, sguardi, ambientazioni differenti: Eyes, Geometry, Lamp, Water, Window, Shell Chair, Gymnastic. Alla base di tutto però un punto fermo, costante in ogni area espositiva: malizia e candore non mancano in ogni scatto, il fotografo appare succube di quello che succede nella scena, sedotto e incantato da un equilibrio armonico che non è in grado di capire e afferrare ma che può solo limitarsi a ritrarre. E’ la donna vincente quella che appare nelle sue foto, bella, sensuale, intensa capace di far cadere l’uomo ai propri piedi. E’ la donna che seduce. E’ la sirena che con la sua musica attira il marinaio che passa nelle vicinanze.

Ma al mostro mitologico corrisponde qui una visione domestica totalmente diversa e riletta in un aurea ottimista: la donna di Banner, come dice il critico fotografico Giorgio Rigon, “non sembra volersi offrire agli sguardi collettivi, come da funzione logica della fotografia destinata alla diffusione, ma pare rivolgere il proprio potere di seduzione all’indirizzo di una sola persona, come se avesse fatto una scelta, invitando il fortunato destinatario dei propri pensieri ad avvicinarsi, a giacere con lei”. E’ selettiva e tutt’altro che demonizzante: è la Seduzione, personificata, nel significato più bello e positivo del termine.

di Alessia Barbiero

Informazioni mostra: Eros e Glamour. L’indugio nell’immagine del corpo, Paul Banner, MAT-Museo dell’Alto Tavoliere, San Severo (FG). Fino al 14 febbraio 2010.

Roy Lichtenstein: Meditations on Art alla Triennale di Milano

4 febbraio, 2010

Still life after Picasso, 1964

Still Life After Picasso, 1964

Roy Lichtenstein arriva a Milano con un’affascinante esposizione di oltre cento opere, per lo più di grande formato, oltre a numerosi disegni, collages e sculture provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private internazionali, tra le quali, per citarne solo alcune, il Ludwig Museum di Colonia, il Whitney Museum e il Gugghenheim Museum di New York, il Moderner Kunst Museum di Vienna. La mostra, a cura di Gianni Mercurio, è aperta al pubblico fino al 30 maggio e nel mese di luglio verrà trasferita al Ludwig Museum di Colonia, dove rimarrà fino al 3 ottobre 2010.

Nei primi anni ’50, quando Jackson Pollock incarnava il sogno di un’arte americana che aveva estinto i suoi debiti con quella europea, Roy Lichtenstein dipinge rivisitando iconografie medievali tratte da fonti celebri come l’arazzo di Bayeux, e reinterpreta dipinti come Emigrant Train di William Ranney o Washington Crossing the Delaware di Emanuel Leutze. In questa fase della sua produzione Lichtenstein mescola i linguaggi modernisti provenienti dall’Europa con gli elementi della storia e della cultura americana, quali gli indiani e il Far West.

Red Horsemen, 1974

Red Horsemen, 1974

Nel dicembre del 1952 ha la sua prima personale alla John Heller Gallery di NewYork. Alle pareti, oltre a diversi autoritratti in stile cavalleresco che lo ritraevano nei panni di eroe leggendario, sedici dipinti ispirati al tema della frontiera richiamavano opere ottocentesche di genere western e autori come Frederic Remington e Charles Willson Peale. Questi soggetti americani, trasposti in uno stile pittorico europeo, prevalentemente cubista, prefiguravano una strada inedita da sperimentare. Appropriarsi di una pittura “storica” e liberarla dalla partecipazione emotiva ha rappresentato nei decenni successivi una delle caratteristiche più pregnanti della poetica di Lichtenstein. Su questo immaginario, che ha guarda alla storia dell’arte piuttosto che alla Storia e alla Natura, Lichtenstein ha impresso uno stile vagamente fumettistico e ironico.

Nel periodo eroico della Pop Art, Lichtenstein definisce il proprio stile e linguaggio pittorico, e inizia una rivisitazione di opere celebri di artisti del passato più o meno recente. La rielaborazione di opere di Picasso, Matisse, Monet, Cézanne, Léger, Marc, Mondrian, Dalì, Carrà, è concepita come un modo per riportare (o ridurre) la dimensione della pittura a quella di “oggetto stampato” e commercializzato.

Still Life With Goldfisch, 1974

Still Life With Goldfisch, 1974

Potrebbe apparire paradossale che un’arte che si rivolge al mondo si sia espressa attraverso soggetti esclusivamente bidimensionali, ma Lichtenstein ha sempre saputo che l’estetica pop costituiva la sfida più attuale di quel momento storico, perché il realismo che rifletteva gli aspetti più autentici della cultura americana agli inizi degli anni ’60 era un realismo edificato sul potere seduttivo dell’icona pubblicitaria e commerciale, sul sogno a due dimensioni di una società che vedeva attraverso lenti di celluloide la proiezione delle proprie ambizioni.

Il gusto per “la citazione dell’opera” non è un tratto comune alla Pop art, è piuttosto una caratteristica peculiare della poetica di Lichtenstein. Per gli altri artisti della sua generazione la citazione di opere altrui era perlopiù un fatto occasionale, limitato a episodi circoscritti. Sin dai primi anni Sessanta, quando Warhol e Wesselmann, al pari di Rauschenberg o Rivers, davano prova di considerare la storia dell’arte come una sorta di serbatoio di immagini “belle e pronte”, da utilizzare all’occorrenza, Lichtenstein ha mostrato di avere un approccio minimalista all’immagine: l’ha isolata e non l’ha messa in relazione con nient’altro che con se stessa.

La mostra che oggi possiamo ammirare a Milano comprende opere realizzate dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, ispirate al Cubismo, all’Espressionismo, al Futurismo, al Modernismo degli anni ’30, all’astrazione minimalista, all’Action Painting, e ai generi del paesaggio e della natura morta. Assolutamente da non perdere.

di Giovanni Bertuccio foto © Estate of Roy Lichtenstein

Informazioni mostra: Roy Lichtenstein Meditations on Art, Triennale di Milano. Fino al 30 maggio 2010.

http://www.triennale.it/index.php?id=1&tbl=0&idq=207

http://www.triennale.it/index.php?id=20&tbl=2&id_repository=264


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