Napoleone e l’impero della moda

18 giugno, 2010

Napoleone e l'impero della modaPer chi crede che i così detti fashion victim siano solo un fenomeno dei nostri tempi la mostra Napoleone e l’impero della moda sarà sicuramente spunto per ricredersi. L’esposizione vuole essere un viaggio nel passato dell’età Napoleonica attraverso i costumi che l’hanno caratterizzata.

Importante sapere che, proprio in questo periodo, per la prima volta la moda venne percepita come strumento di potere. Napoleone Bonaparte seppe darle l’importanza giusta per creare uno status symbol di affermazione sociale e potenza. L’importanza e la magnificenza di una persona dovevano riflettersi inevitabilmente nel proprio stile e nell’eleganza del modo di porsi, sempre aggiornato e al passo con le creazioni dei sarti dell’epoca.

L’interesse per il proprio aspetto e la cura nello scegliere gli abiti con l’accortezza di come presentarsi ed essere percepiti dagli altri cominciò a dilagare. Proprio in questo periodo storico si ebbe un forte incremento di boutique, sarti e parrucchieri erano sulla cresta dell’onda e, addirittura, nacque quella che potrebbe essere considerata la prima rivista di moda Costume Parisien. La moda, inoltre, rifletteva le trasformazioni sociali generate dallo sviluppo industriale e commerciale, conseguenza del nuovo ordine politico in Europa e nelle colonie.

Napoleone e l'impero della modaL’esposizione è curata da Cristina Barreto e Martin Lancaster, ricercatori e consulenti tessili del periodo Napoleonico. I due studiosi hanno messo a disposizione cinquantadue capi dalla loro collezione privata, tutti originari dell’epoca. Potremo vedere come le più agiate classi sociali, ma non solo, usavano vestirsi nelle occasioni più disparate. Da i costumi di tutti i giorni a quelli creati appositamente per cerimonie ed occasioni speciali.

Non solo la moda femminile fu toccata da questo fenomeno innovativo ma anche quella maschile. A testimoniarlo costumi di virile democrazia e l’attenzione ai dettagli delle divise militari. In esposizione anche molti accessori e stampe dell’epoca.

Una mostra imperdibile per tutti gli appassionati di storia della moda.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: Napoleone e l’Impero della moda, Triennale di Milano, 16 giugno – 12 settembre 2010.

Orario: Martedì-Domenica 10.30-20.30. Giovedì e Venerdì 10.30-23.00

Ingresso: euro 8,00

Stanley Kubrick fotografo in prima mondiale a Milano

29 maggio, 2010

Stanley Kubrick fotografoIl palazzo della Ragione di Milano è fiero di presentare al pubblico una mostra unica dai contenuti rari e mai visti precedentemente. Un aspetto poco noto di Stanley Kubrick, istituzione importantissima nel mondo del cinema e della regia, viene indagato e riportato alla luce dopo anni. Ci si riferisce all’intenso rapporto che il regista ebbe con la fotografia negli anni del dopoguerra Newyorkese.

Fu proprio il 1945 l’anno nel quale la sua carriera partì con uno straordinario scatto rubato ad un edicolante rattristato dalla morte del presidente Roosevelt che vendette alla rivista Look. Il periodico, ad ampia distribuzione a New York, si proponeva di indagare la vita sociale americana del dopoguerra descrivendone tutte le sfaccettature.

La redazione, colpita immediatamente dal talento del promettente ragazzo, lo assunse subito tra i collaboratori del magazine. Dopo aver terminato gli studi ed aver seguito un corso di fotografia, il diciassettenne Kubrick iniziò a collaborare con Look in qualità di fotografo.

Rainer Crone, curatore di questa mostra e critico d’arte contemporanea, ha scoperto un complesso di più di mille immagini tratte dalla rivista Look e, per la prima volta, le ha esaminate dal punto di vista prettamente storico e stilistico.

La grandiosa dote di narratore di storie di Kubrick, che si riflette anche nel cinema, è un elemento importantissimo che ci ha dato la possibilità di avere una documentazione sociale e pienamente rispecchiante la realtà degli anni seguenti la seconda guerra mondiale nei quali l’America si stava affermando nella propria originalità.

Stanley Kubrick fotografo

Ed è proprio la singolarità a caratterizzare gli scatti di Kubrick filtrati da un buona dose di senso dell’humor e da una capacità narrativa non comune. La cosa curiosa fu il singolare modo ci concepire la fotografia di Look e la maniera in cui Kubrick ne fu affascinato. Il magazine infatti riportava scatti in sequenza che avevano lo scopo di narrare delle storie con i soggetti seguiti costantemente in modo quasi invadente.

Tutto ciò piacque molto al desiderio di raccontare delle storie che caratterizzava Kubrick. Anzi, per perfezionare la tecnica dai più considerata invadente, Kubrick attuò degli stratagemmi per riuscire a fotografare passando inosservato e indisturbato. Uno di questi consisteva nel nascondere il cavo della macchina fotografica sotto la manica della giacca e nell’azionare l’otturatore con un interruttore nascosto nel palmo della mano.

Nonostante la quasi imprevedibilità del soggetto fotografato, gli scatti sono pervasi dal senso estetico che poi si troverà anche nei film del Kubrick regista e da un’indagine quasi psicologica dei volti.

Stanley Kubrick fotografo

E’ lo stesso curatore, Rainer Crone, ad affermare che “il percorso espositivo è organizzato in due parti. La prima, divisa a sua volta in 7 sezioni, ha un’introduzione, Icone, nella quale vengono presentate le immagini simbolo delle storie che l’occhio dell’obiettivo di Kubrick ha immortalato. La seconda parte del percorso toccherà altri argomenti rappresentativi della breve carriera di Kubrick fotografo, come le immagini dedicate al giovane Montgomery Clift colto all’interno del suo appartamento, o quelle del pugile Rocky Graziano, che raccontano i momenti pubblici e privati di un eroe moderno, o ancora l’epopea dei musicisti dixieland di New Orleans”.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: Stanley Kubrick fotografo 1945-1950, Palazzo della Ragione, Milano. Fino al 4 Luglio 2010. www.mostrakubrick.it

MAN RAY – ROBERT MAPPLETHORPE. Provocazioni a confronto

11 maggio, 2010

La chevelure, 1929, Man Ray

La chevelure, 1929, Man Ray

Una mostra imperdibile ospitata dalla Fondazione Marconi mette a confronto due geni dell’arte fotografica del secolo scorso: Man Ray e Mapplethorpe. Un’esposizione per gli amanti della fotografia senza tempo e delle immagini che di certo non lasciano indifferenti.

Foto, oggetti e dipinti di Man Ray, realizzati tra i primi anni venti ed i primi anni settanta, insieme a una selezione di 25 lavori realizzati dal 1975 al 1986 da Robert Mapplethorpe.

Un accostamento molto particolare tra due artisti che hanno operato a più di mezzo secolo di distanza. Cosa accomuna due talenti così provocatori ma nello stesso tempo raffinati?

La ricerca sperimentale dei due fotografi (anche se definirli soltanto tali sarebbe riduttivo) trae ispirazione dalla pittura.

Robert Mapplethorpe inizia a farsi conoscere fotografando amici e conoscenti, alcuni dei quali diventati in seguito artisti famosi (Andy Warhol, Deborah Harry, e Patti Smith). Già dai primi scatti si nota la sua capacità di evidenziare, attraverso un bianco e nero delicato ottenuto mediante attenti studi di luce, la sua capacità di scolpire la bellezza e la sensualità della forma. Nella sua ricerca si coniugano perfettamente, in un insolito sposalizio, elementi e pose classiche con soggetti moderni.

In Mapplethorpe si trova un notevole linguaggio di rottura. Il suo contributo artistico ha contribuito a mescolare il mondo dell’arte con quello della pornografia. Pratiche erotiche estreme, coppie omosessuali e argomenti taboo fino ad allora neppure pronunciabili finirono nelle gallerie d’arte.

Le tematiche da lui affrontate furono quindi un vero e proprio scandalo per la cultura del tempo. Soggetti sadomaso che, senza alcun filtro di censura, penetrano nella cultura omosessuale, ancora clandestina e nascosta, di una New York degli anni settanta. Inoltre ritratti di nudo maschile e omoerotico, giovani modelli efebici fotografati come eterne divinità greche.

Lisa Lyon, 1981, Robert Mapplethorpe

Lisa Lyon, 1981, Robert Mapplethorpe

La specialità di Mapplethorpe era proprio quella di considerare le sue fotografie uguali a quadri tanto da conferire loro una presentazione quasi museale con tanto di cornici imponenti ed esotiche. Certo è il fatto che Mappelthorpe visse in un periodo in cui la fotografia era appena stata accetta come una delle arti visive.

Proprio questa voglia di cambiamento e ribaltamento delle convenzioni sociali è quello che più accomuna Mapplethorpe con Man Ray, anch’egli di New York, esponente del movimento artistico denominato Dadaismo.

Model, 1920, Man Ray

Model, 1920, Man Ray

Negli anni venti Ray fu fabbricatore di oggetti e autore di film d’avanguardia, precursore del cinema Surrealista. Egli si è servito della fotografia alla stregua di altri mezzi espressivi per creare delle autentiche opere d’arte, anche quando lo scopo del suo lavoro era finalizzato alla fotografia di moda.

Un’innovativa tecnica fotografica utilizzata dall’artista è stata quella dei rayograph (denominazione derivante proprio dal suo nome) scoperta da Ray nel 1921. In camera oscura, durante una sessione di sviluppo fotografico, un foglio di carta vergine finì accidentalmente in mezzo agli altri. Ovviamente non vi comparì nulla e Ray, irritato, vi poggiò sopra degli oggetti di vetro. Il foglio era ancora a mollo. Quando accese la luce Ray si trovò di fronte un inaspettato risultato. L’artista ottenne delle immagini deformate, quasi in rilievo su fondo nero. Da qui l’idea di poggiare oggetti direttamente sulla carta fotografica, procedimento apparentemente semplice, ma che seppe usare per immagini altamente suggestive.

Due pilastri della storia della fotografia a confronto, un’occasione sicuramente da non perdere in esposizione fino al 22 Maggio 2010 ad ingresso gratuito.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: Man Ray-Mapplethorpe, Fondazione Marconi, via Tadino 15 (MM Porta Venezia), Milano. Tel 02 29417278. Ingresso gratuito. Fino al 22 maggio 2010.

Ambra e l’eclettismo di una ex bambina prodigio

29 aprile, 2010

locandina del film Ce n'è per tuttiIl 24 Aprile scorso è uscito in home video il suo ultimo film Ce n’è per tutti per la regia di Luciano Melchionna.

Ambra Angiolini torna a stupirci mostrando in questa pellicola uno dei suoi tanti volti che, da quasi vent’anni a questa parte, la poliedrica artista mostra al pubblico in un turbinio di cambiamenti che intraprendono strade diverse. Dalla tv per passare alla musica fino ad arrivare al teatro e al cinema.

Il film di Melchionna parla del vuoto esistenziale che attanaglia i giovani di oggi, delusi da una società che non è in grado di ascoltarli. Il protagonista, Gianluca, sale in cima al Colosseo, a quanto pare con l’intenzione di suicidarsi, con uno zaino pieno di poesie mai pubblicate. Ai piedi del monumento iniziano a vedersi i primi curiosi ed i primi soccorsi: la nonna del ragazzo (interpretata da Stefania Sandrelli) riesce comunque a raggiungerlo per parlargli. Nel frattempo la notizia raggiunge anche i suoi amici che cercheranno di raggiungerlo. Tra questi Eva (Ambra) infermiera in continua ricerca di affetto che fa della sua trasgressione e del suo modo di fare egocentrico un modo per distinguersi da una quotidianità noiosa e priva di stimoli. Diverse, insomma, le persone la cui vita è stata più o meno influenzata dalla comune amicizia con questo ragazzo molto particolare. Tutti tenteranno di raggiungerlo e, pur non riuscendo a salvarlo, alla fine avranno stretto con lui legami insospettabili.

Ambra afferma che il ruolo non è stato per nulla facile. Il forte accento romano del personaggio (che invece anni di dizione hanno fatto eliminare definitivamente dal modo di parlare dell’attrice), la scena dello strip tanto discusso e le tematiche spinte affrontate da Eva nel film sono distanti anni luce dalla personalità lontana da ogni forma di volgarità della Angiolini.

Ambra AngioliniAmbra, non si fa in tempo a ricordardarla che è già cambiata. Rispecchiando l’essenza del nome che porta, Ambra Angiolini è semplice e allo stesso tempo complessa, ricca di sfaccettature. Anche lei non nasce, artisticamente, come gemma di pregio. Anche lei irradia energia e fulgore. E può vantare variegati colori: lolita tra cento lolite, conduttrice (televisiva e radiofonica), cantante, testimonial di campagne sociali, attrice impegnata e culturalmente snob, mamma premurosa e compagna devota di un cantante bravo e bello.

E’ il 1992 ed una giovanssima Ambra, quattordicenne, esordisce cantando Poster di Baglioni nel programma Bulli e Pupe di Gianni Boncopagni. Da li a breve tempo le viene affidata la conduzione dell’ormai cult degli anni novanta Non è la rai che, nel giro di poco tempo, diventa un vero e proprio fenomeno di costume con tanto di gadget, cd e tormentoni. Un successo straordinario, alimentato anche da quel copioso gruppo di detrattori che, paradossalmente, ne aumentano la popolarità. Contro il programma si scagliano intellettuali, politici, sociologi, associazioni di genitori allarmati, telefoni azzurri, preti e finanche insospettabili cantanti. Vasco Rossi- da un pulpito discutibile -dedica proprio alle lolite del Palatino la sua Delusa, in cui attacca apertamente “quel Boncompagni lì”, alludendo ad ambigue liaison tra il regista e le sue fanciulle. Nulla, però, frena l’inarrestabile ascesa della trasmissione cult dei teenager. E il vero successo è decretato soprattutto dalla presenza dell’impertinente conduttrice. Ambra ha carisma, incanta la platea televisiva, grandi e piccini. Intervista personaggi prestigiosi: Ferrara, Mentana, Vespa.

Si favoleggia dell’auricolare che Gianni, ironico professor Henry Higgins, utilizza per tradurre le sue parole nella voce di Ambra, spavalda signorina Eliza Doolittle. Menzognere o veritiere, tali congetture non fanno che accrescere la curiosità morbosa attorno alla conturbante adolescente. Folle di giovinette/i adoranti la proiettano nell’Olimpo dei personaggi rivelazione di quell’anno (1994), assegnandole l’ambito Telegatto. Blob le dedica un intero cartone animato, Forever Ambra. Dopo tante cover, la piccola showgirl interpreta l’inedito T’appartengo, primo estratto da un album che si aggiudica tre dischi di platino in Italia e un disco d’oro in Spagna. Nel 1996 conduce Generazione X. Lanciatissima nella pista dello showbiz, Baudo la vuole, nel 1996, alla conduzione del Dopofestival di Sanremo con due supporters d’eccezione: Luciano De Crescenzo e Roberto D’Agostino.

La escalation di Ambra prosegue anche come abile ballerina, diretta dal coreografo Luca Tommassini. In una indimenticabile puntata di Milano-Roma con Dario Fo, i due insoliti compagni di viaggio ricevono la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a quell’istrionico mattatore che è Fo.

Poi, la promessa dello spettacolo italiano si concede un anno lontano dai riflettori televisivi per dedicarsi alla musica come cantautrice. Nel 1997 esce infatti Ritmo Vitale, il suo terzo disco immancabilmente tradotto anche in lingua spagnola. La ritroviamo nel 1999 nei panni di Salomè nel film-tv Maria Maddalena. In quello stesso periodo, ad un passo dall’altare, lascia il suo fidanzato dell’epoca, il chitarrista Francesco Forni. Ma una artista tout court non ignora il teatro, ed eccola debuttare sulle tavole siciliane con la commedia Menecmi di Plauto. Un’interpretazione che le vale la Venere d’Argento. Sensibile alle tematiche omosessuali presenti anche nel suo quarto album Incanto assurge, inevitabilmente, al ruolo di madrina del Gay Pride del 2000.

E’ comunque un periodo tormentato per la ventitreenne romana. Probabilmente frastornata dalle mille lusinghe di pubblico non ha ancora trovato il suo equilibrio di artista. Sono gli anni in cui incontra il cantante Francesco Renga, anche lui in un momento di instabilità emozionale. Azzerate le paure, i due si innamorano. Arrivano per Ambra nuove prove teatrali nel dramma elisabettiano La duchessa di Amalfi e poi nel musical Emozioni con le canzoni del grande Lucio Battisti e nuovi ritorni televisivi in mediaset con il programma L’assemblea.

Ambra Angiolini

E’ il 2007 e Ferzan Ozpetek è interessato alla “fanciulla con lo zainetto”. Ne decanta la grazia e l’armonia, e la sceglie per il suo sesto film, Saturno contro. Per la prima volta sul grande schermo, Ambra propone un personaggio tenero e controverso: sotto la guida di un grande regista, ha raggiunto una persuasiva maturità artistica. Il pubblico applaude, la critica approva, tanto da assegnarle vari riconoscimenti: Nastro d’argento, David di Donatello e Ciak d’oro come miglior attrice non protagonista o come miglior rivelazione. In quello stesso anno, alla faccia delle immancabili velenose polemiche, è nella giuria della Mostra del Cinema di Venezia.

Subito dopo Ambra decide di tornare in tv con un programma creato su misura per lei Stasera niente MTV in onda sulla tv musicale più amata dai giovani nella quale torna a ballare e a cantare. Segue poi una nuova commedia per il cinema firmata dalla regia di Cristina Comencini Bianco e nero nella quale Ambra recita affianco a Fabio Volo.

Attualmente impegnata sul set del film Immaturi accanto a Raul Bova e appena terminata la tournè teatrale con il monologo La misteriosa scomparsa di W scritto da Stefano Benni, la signora Angiolini/Renga può vantare una maturità artistica raggiunta attraverso diverse prove e cambiamenti. L’ex reginetta degli adolescenti italiani, tra un cielo artistico fatto di meteore cadenti, è ora più che mai presente reinventando se stessa ad ogni progetto.

di Andrea Pellegrino

“All in the face”, la prima personale di Giuseppe Ciracì

15 aprile, 2010

Giuseppe CiriacìLo spazio Dream Factory di Milano ospita All in the face, la prima esposizione personale di Giuseppe Ciracì, giovane artista pugliese.

La pittura di Ciracì si caratterizza dalla spiccata abilità nell’usare i colori per dar vita a ritratti in grado di comunicare attraverso gli sguardi a volte attoniti, altre più sereni ma pur sempre pervasi da un realismo proprio della mimesi sulla quale si basa l’arte accademica del pittore.

Il senso quotidiano dello sguardo aggiunge un nuovo contributo estetico alla ricerca di un diverso approccio con la dimensione umana, con tutto quello che abitualmente circonda la nostra vita e che spesso guardiamo con un occhio distratto senza avere la forza o l’attenzione per coglierne la strutturata complessità. Ecco che Ciracì, attraverso l’alternarsi di tecnica pittorica e sfumato a matita, mette a nudo l’interiorità del corpo che viene contrapposta ai colori accesi dell’incarnato.

Giuseppe CiriacìParti anatomiche come ossa, muscoli e tendini vengono accostate ai ritratti e si insinuano languidamente nelle opere diventando un tutt’uno con i personaggi raffigurati.

Sono ritratti che non si propongono come maschere di uno status, nè come maschere fisiognomiche, consegnate ad una identità intellettuale, ma come figure affacciate sulla contraddittoria pluralità e ambiguità dell’esistere…

Nel mondo illusorio dell’arte cogliere l’attimo è raro. Per dargli una sua realtà occore un “dentro” e “fuori”, occorre esplorarlo. Ciò che caratterizza la pittura di Ciracì è uno sguardo mimetico verso il reale, una mimesi che pare fotografia, tanto è fine la pennellata e oggettiva, fino quasi all’iperrealismo, la sua visione.

Il 6 marzo 2010 Giuseppe Ciracì è tra i 180 finalisti sui 5500 partecipanti del Premio Internazionale Arte Laguna, Tese di San Cristoforo, Arsenale di Venezia dal 6 al 27 marzo 2010, e vince uno dei premi speciali che lo porta ad esporre dal 12 al 26 aprile 2010 all’Istituto Italiano di Cultura di Vienna e dal 20 maggio al 3 giugno 2010 all’Istituto Italiano di Cultura di Praga.

Nell’aprile 2010 Giuseppe Ciracì è finalista del Premio di Pittura Zingarelli – Rocca delle Macìe che vede 19 artisti – selezionati da un comitato di critici e gallerie d’arte – esporre in una collettiva che si svolgerà dal 29 aprile nella prestigiosa tenuta toscana di Rocca delle Macie. Una giuria popolare decreterà a fine anno il vincitore assoluto della manifestazione.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: All in the face, Giuseppe Ciriacì. A cura di Martina Cavallarin e Maria Chiara Valacchi Dreamfactory

In mostra fino al 2 Maggio 2010 Corso Garibaldi 117, Milano.

www.dreamfactory.it

A Palazzo Reale il genio di Goya in mostra

8 aprile, 2010

Streghe in volo, Goya

Streghe in volo, Goya

E’ a Milano una delle mostre più importanti che Palazzo Reale abbia mai ospitato: Goya e il suo tempo. L’esposizione ha coinvolto sessantadue enti prestatori da quindici paesi diversi tra privati e musei internazionali.

Centottanta opere ci introducono nel mondo di un artista controverso e dalle tematiche forti e provocatorie. Francisco Goya (1743- 1828) è considerato uno dei più grandi pittori spagnoli.

Il suo estro e coraggio gli ha permesso di affrontare tematiche quali la guerra, la violenza, lo stupro gridando il proprio punto di vista attraverso la voce di un’arte evocatoria di emozioni contrastanti tra loro. Goya, infatti, è un’artista che ha saputo magistralmente unire aspetti diversi della realtà che lo circondava raffigurandoli senza filtri e censure. Attento osservatore della realtà ne comprese, nelle sue rappresentazioni, anche le sfaccettature più dolorose, talvolta squallide ma squisitamente reali.

Il percorso della mostra si articola in cinque tematiche che posso riassumere l’opera di Goya: il ritratto, la vita di tutti i giorni, il comico-grottesco, la violenza e il grido. Attraverso questi temi lo spettatore può immergersi nelle vicissitudini storiche proprie del periodo in cui Goya operò, per capirne la drammaticità.

La contessa De Haro, Goya

Contessa De Haro, Goya

Osservando i ritratti dei personaggi più illustri della corte spagnola si comprendono i cambiamenti politici e i turbamenti che la caratterizzarono fino dell’avvento di Napoleone.

Gli sguardi austeri di personaggi come l’attore Isidoro Maiquez (ritratto del 1807) o della Contessa de Haro (1808) rivelano l’ispirazione di Goya alla tradizione settecentesca di napoletani e veneziani, seppur svincolata da ogni accademicità.

I personaggi importanti della borghesia spagnola lasciano il posto ad una selezione di opere ispirate dalla vita di tutti i giorni. Ecco che l’occhio attento di Goya sembra trasportarci in una realtà dove nulla viene risparmiato all’indagine e all’interpretazione dell’artista. Si passa da deliziose scene di vita popolare madrilena ad altre più forti e provocatorie come lo stupro o gli orrori della guerra. In questo Goya si mise in luce con il modernismo satirico dei suoi lavori. Invece di associare la realtà con una moralità nobilitante, l’artista esplorò la desolazione e il dolore della vita con un’acuta indagine della condizione umana eludendo ogni differenza tra aristocrazia e classi popolari.

Il sonno della ragione genera mostri, Goya

Il sonno della ragione genera mostri, Goya

L’arte di Goya si tinge di grottesco nella serie delle incisioni chiamate Capricci (1799) per le quali l’artista si ispirò a Durer. Rappresentazioni di incubi, streghe e personaggi che popolano il regno della fantasia e che sono evocate dalla parte più irrazionale della sua creatività. Creature sopratutto notturne che si nascondono nell’ombra a caccia dei suoi sogni.

L’arte di Goya, pur essendo di difficile collocazione per il suo evolvere nell’arco degli anni, è sicuramente in grado di suscitare emozione e coinvolgimento.

Nella mostra presenti anche molti altri artisti tra i quali Guttuso, Pollok, Saura e Bacon, le cui opere sono state ricollegate alle tematiche o allo stile inconfondibile del maestro spagnolo.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: Goya e il mondo moderno, Palazzo Reale, Milano. Fino al 27 giugno 2010.

Orari: lunedì 14:30-19:30, martedì-domenica 9:30-19:30, giovedì e sabato fino alle 22:30. Ingresso: intero € 9, ridotto € 7,50.

Informazioni: tel. 0254910.

Gli strani paradisi di Giovan Battista d’Achille

1 aprile, 2010

Gli strani paradisi di Giova Battista d'Achille

“Le mie origini sono in Umbria, pur essendo spesso in giro perchè amo viaggiare e l’esperienza del confronto con altre culture. Dopo vari lavori in diversi campi mi dedico alla fotografia sperimentando e accettando le sfide che la vita stessa mi propone.

Al centro dei miei pensieri c’è sempre l’essere umano e il suo rapporto con il mondo che lo nutre, lo sfida, lo fa innamorare e che talvolta lo spezza in frammenti quasi impossibili da ricollegare, per dargli modo di rinascere ancora. Nella fotografia si coglie ciò che siamo, non si può fare un ritratto a qualcuno o qualcosa senza fotografare noi stessi, credo sia perciò utile raffinare il nostro sguardo e le nostre idee, per saper cogliere con maggior chiarezza ciò che è nascosto dentro e intorno l’uomo”.

Gli strani paradisi di Giovan Battista d'AchilleCosì definisce il proprio concetto di fotografia Giovanni Battista d’Achille, eclettico fotografo tra i più raffinati del panorama contemporaneo.

Attraverso l’osservazione dei suoi lavori vediamo come l’obiettivo della sua macchina fotografica si tramuta in un meccanico occhio indagatore della realtà che, mediante un sapiente lavoro di angolazioni e colori, è in grado di far emergere la parte più sensibile e poetica di tutto quello che ci circonda.

Volti assorti, delicati, persi in un fluire di pensieri imperscrutabili la cui natura si riflette sistematicamente nell’atmosfera onirica che li pervade. Ecco che allora una semplice fotografia può diventare un varco per accedere a una dimensione nella quale il sogno e la tranquillità regnano incontrastati a dispetto di una meccanica razionale che rende la vita frenetica e sempre meno generosa di possibilità di riflettere e stupirci delle piccole cose che spesso diamo scontate.

Nella fotografia di d’Achille vediamo come un fiume immerso in una natura notturna e dormiente possa fare da scenario ad un moderno Narciso che vi si specchia, oppure come una semplice vetrata a fiori possa trasformarsi in una decorazione che accoglie un volto quasi etereo, che richiama una madonna bizantina. Proprio in questo sta il segreto della maestria di questo fotografo. Il saper trasformare gli oggetti comuni e i paesaggi di tutti i giorni in qualcosa di speciale, unico.

Col passare del tempo la sperimentazione artistica di Giovanni Battista si è spostata nel campo della fotografia di moda. Apparentemente vincolata alla funzione svolta nella pubblicità e nell’industria del fashion, le sue immagini sono ben più profonde grazia alla permanente esplorazione dello stato onirico e ciò che comporta di erotico, beffardo ed elegante.

Sequenze, attimi fuggenti rincorsi nel loro dispiegarsi e contraddirsi. Quasi immagini filmiche, allusive e dinamiche. La bellezza del corpo umano, dei visi e dei vestiti che i modelli indossano, vengono esaltati da colori e angolazioni che rendono la visione unica nel suo genere.

Si può dire che, sia quando fatta per puro impeto interiore, sia quando risponde ad esigenze di moda, la fotografia di d’Achille è in grado di entrare nei mille aspetti della nostra psiche.

www.gbattyroom.com

di Andrea Pellegrino

Seduzione e mistero nell’arte dei Preraffaelliti

11 marzo, 2010

J.W. Waterhouse "Circe invidiosa", 1892

J.W. Waterhouse, "Circe invidiosa", 1892

In mostra a Ravenna dal 28 febbraio al 6 giugno la mostra I Preraffaelliti e il sogno Italiano dona la possibilità al visitatore di ammirare e lasciarsi incantare dalle opere più celebri di uno dei movimenti artistici più suggestivi (seppur di breve durata) che la storia dell’arte ci ha donato.

Fascino, volti sospesi in eleganti atmosfere che richiamano ad un passato lontano e misterioso, antiche mitologie narrate attraverso sguardi e personaggi suggestivi e romantici.

Tutto questo fa parte del modo di concepire la pittura tipico dei Preraffaelliti.

Questa confraternita di pittori nacque in epoca vittoriana, nel 1848 in Gran Bretagna e fu composta da Dante Gabriele Rossetti (1828-82), William Holman Hunt (1827-1910) e Sir John Everett Millais (1829-96).

Il gruppo di artisti che fecero parte di questo movimento ne scelsero il nome per indicare un certo richiamo ai pittori che operarono prima di Raffaello, considerati da loro fonte di ispirazione per un totale rifiuto dell’accademicità. I Preraffaelliti erano infatti sostenitori di una pittura genuina, lontana dalle convenzioni ma rivelatrice di suggestioni e sentimenti interiori non contaminati dalle varie scuole. Ecco come un gruppo di giovani studenti, deluso dai propri insegnati e dallo stile accademico dominante, decise di rivoluzionare l’arte.

Dante Gabriele Rossetti "Pandora", 1869

Dante Gabriele Rossetti, "Pandora", 1869

Il motore del movimento artistico fu lo scrittore e critico d’arte Jhon Ruskin. Egli con il suo ideale di pittura tese a mettere in secondo piano le tecniche e i linguaggi artistici per favorire un principio di missione apostolica secondo la quale l’arte ha un profondo scopo di redenzione umana e deve essere in grado di comunicare con lo spirito, sempre più messo da parte a causa della meccanica razionale.

Le tematiche care ai Preraffaelliti affondano la loro radice nelle leggende medievali, in personaggi mitologici spesso seducenti e fatali, nei poemi shakespeariani e rinascimentali.

Questa dimensione fantasiosa non lascia però in secondo piano anche tematiche più attuali come l’emigrazione, il progresso e il lavoro rappresentate anche esse con maestria ed eleganza.

Nella mostra di Ravenna presenti anche alcuni opere del Beato Angelico, Perugino e altri artisti italiani a testimoniare le fonti di ispirazione dei Preraffaelliti.

di Andrea Pellegrino

Informazioni mostra: I Preraffaelliti e il sogno italiano, Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna. Dal 28 febbraio al 6 giugno 2010.

http://www.museocitta.ra.it/mar/news/pagina155.html

La Moda fra analogie e dissonanze in mostra a Palazzo Pitti

9 marzo, 2010

Tunica “Peplos”, Mariano Fortuny, Venezia, 1934

Tunica “Peplos”, Mariano Fortuny, Venezia, 1934

La moda va e la moda torna. Ci sono capi che hanno fatto la storia del costume e abiti che invece erano in voga all’epoca dei nostri nonni (o ancor prima), e che oggi hanno trovato nuovamente le luci della ribalta. Epoche diverse messe a confronto e studiate su un piano strettamente stilistico: è questo l’obiettivo della mostra Moda fra analogie e dissonanze, che fino al 31 marzo sarà ospitata nella celebre cornice fiorentina di Palazzo Pitti, alla Galleria del Costume.

Dal 18esimo secolo fino ad oggi: un’esposizione de i capolavori dei più grandi stilisti di tutti i tempi, accostati non tanto in ordine cronologico quanto in base alle analogie e alle differenze stilistiche che sono emerse nel corso degli anni o dei secoli. Ecco che le affinità e le contrapposizioni tra passato e presente saltano subito all’occhio quasi a sottolineare come circostanze storico-sociali simili abbiano cavalcato gli stessi gusti, mentre periodi decisamente diversi abbiano portato a realizzare abiti e manufatti completamente differenti.

Si passeggia per le sale ed ecco che un articolato abito di Gianfranco Ferré viene accompagnato da un’andrienne del 18esimo secolo (la classica robe à la française); mentre un secondo Ferré, lineare e semplice, è confrontato a un abito stile Impero. E ancora due statuari Fortuny (lo stilista italo-catalano che vestì le dive della Belle Epoque) sono accostati a capi anni Cinquanta e Settanta, in virtù della linea fluida modellata dal plissé.

abito da sera Gianfranco Ferré, Milano, Collezione Haute Couture p/e 1989

abito da sera Gianfranco Ferré, Milano, Collezione Haute Couture p/e 1989

Alla base di tutta la mostra permangono delle costanti, che forniscono qualche dettaglio sulla storia della moda: si evince, ad esempio, come nei periodi di maggiore equilibrio economico e in quelli accompagnati da voglia di ricerca e innovazione (come il Settecento, l’Ottocento e ancora negli anni Cinquanta del Novecento), la scelta degli stilisti cada sempre su abiti ampi e forme espanse, come le grandi gonne sostenute da sotto-strutture, tipiche appunto di quei momenti storici e che richiedono grandi quantità di tessuti e decori pregiati per essere realizzate.

La moda, nel suo mutare, trasforma poi anche l’immagine del gentil sesso: dalle pellicce e piume che conferiscono alla donna quella capacità di velata seduzione e grinta aggressiva , al tailleur femminile, elegante e sportivo, che dona all’immagine femminile quell’autorevolezza che in passato era associata solo al sesso forte.

Per arricchire l’excursus sulla storia della moda, vi è spazio anche per l’arredo artistico, che estende dall’abbigliamento agli oggetti di design l’alternanza tra analogie e dissonanze. Esposti a fianco di abiti e a accessori si trovano infatti opere prese in prestito dalla Galleria d’Arte Moderna, che rispondono agli obiettivi e allo stile di questa esposizione.

di Alessia Barbiero

Informazioni mostra: Moda fra analogie e dissonanze, Palazzo Pitti – Galleria del Costume, Firenze.

Fino al 31 marzo. Orario di apertura ore 8.15 – 17.30. Biglietto intero 7,00 euro, ridotto 3,50 euro.

Marzo si apre all’insegna della moda, orgoglio milanese a Palazzo Morando

4 marzo, 2010

Museo Costume Moda Immagine a Palazzo MorandoA Palazzo Morando, nel cuore del quadrilatero della moda, è  stato inaugurato il 2 marzo il museo Costume Moda Immagine, nuovo spazio dedicato a cultura, arte e stile. Ospitate qui le importanti collezioni di tessuti, abiti e accessori fino ad oggi conservate presso le Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco. L’apertura del nuovo spazio si inserisce all’interno di Just a Look, programma di iniziative promosse dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano in collaborazione con Louis Vuitton in occasione della settimana della moda milanese.

Dal 2 marzo al 2 maggio 2010 sono proposte 4 esposizioni. Una selezione del patrimonio di dipinti e abiti storici dalle Civiche Raccolte Artistiche del Castello Sforzesco è protagonista della mostra Milano e lo stile di una città tra Settecento e Novecento.

Al piano terra The Thread of Dreams – Frette 2010 / 1860, una vasta esposizione di collegamento tra passato e futuro promossa dall’Assessorato alla Cultura e da Frette, in occasione dei 150 anni di attività della Maison.

E ancora, spazio a due mostre molto ricche: Dettagli di moda. Gli anni Venti e Trenta nella collezione Mangiameli e La Collezione Tirelli. Costumi dell’atelier tra cinema e teatro, curata dalla costumista Premio Oscar Gabriella Pescucci, testimonianza di alta creatività, rinnovamento ed eccellenza italiana unica nel mondo.

All’inaugurazione l’Assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory ha commentato: “Vorrei sottolineare la gratuità a tutte le mostre allestite in questo spazio magico e misterioso dove, in occasione dell’inaugurazione, ho voluto mettere in scena, come in un teatro, tutti i cinque sensi, per offrire un’emozione completa e compiuta al visitatore-spettatore. Non solo immagine ma anche musica, profumi, un bicchiere di vino per stimolare il gusto e un “angolo” dove toccare gli oggetti che costituiranno il percorso estetico del museo”.

di Giovanni Bertuccio

Informazioni: museo Costume Moda Immagine, Palazzo Morando, via Sant’Andrea 6, Milano.