Architettura e design ultramoderni nelle case delle bambole

12 febbraio, 2010

dollhouse ultramoderna

dollhouse ultramoderna

Le case delle bambole in miniatura hanno da sempre affascinato gli amanti del design e dell’oggettistica, mai però i seguaci dell’architettura ultramoderna e contemporanea. Fino ad ora. Ad essere appassionati della riproduzione in formato mignon di case, ville e cascine sono sempre stati i cultori del classico in tema di linee e forme. Specchi pieni di fronzoli, poltrone e divani regali, orologi a cucù sulle pareti. Le dollhouses più note, fino ad oggi, sono quelle che riportavano in vita lo stile sfarzoso e principesco delle antiche case patrizie o le dimore di palazzi reali.

L’inversione di rotta ora arriva naturale, seguendo quella che è un po’ l’evoluzione dei tempi. Edifici ultramoderni, con mobili e interni figli della generazione del Duemila, arricchiti da splendidi oggetti di valore e riproduzioni fedeli di vere opere d’arte, iniziano a contagiare anche le case delle bambole.

la Kaleidoscope House

la Kaleidoscope House

Non deve stupire infatti che nelle dollhouses dei tempi moderni si possano trovare sedie firmate dal noto designer scozzese Charles Rennie Mackintosh, precursore alla fine dell’Ottocento dell’Art Nouveau, all’interno di quello che fu il Glasgow Movement. Le sue sedie, che vanno a ruba tra i collezionisti, hanno prezzi variabili intorno ai 250 dollari e rappresentano senza dubbio uno dei vezzi che gli amanti dell’architettura formato Barbie non possono lasciarsi scappare. Per i cultori delle poltrone ecco le pupille del design siglato Vitra prendere vita in piccolissime dimensioni: ogni stanza può assumere la fattezza di un capolavoro di architettura contemporanea, grazie ai tanti accessori in vendita negli shop dei musei, su internet, nei negozi on line persino su Ebay.

Orologi dal design sofisticato, lampade originali studiate nei minimi dettagli, divani chic e fashion, fino ai tappeti griffati: una casa costruita sul proprio personale gusto, di certo non economica ma molto più “a portata di mano” di un’abitazione reale, per chi non sa rinunciare a lasciarsi viziare. Ottimo esercizio per gli amanti dell’arredamento fai da te: c’è da sbizzarrirsi nello scegliere quale arredo comprare e come abbinarlo ai vari oggetti a disposizione.

la Arne Jacobsen House

la Arne Jacobsen House

Per chi ama invece le cose semplici, ecco che esistono anche le case già pronte, come  la Kaleidoscope House, disegnata dagli americani Peter Wheelwright e Laurie Simmons. Un’opera di architettura modernista, con le pareti di colori trasparenti e una lunga gamma di accessori e rifiniture firmate da designer di fama indiscussa, come Dakota Jackson, Karim Rashid, Ron Arad e Keiser/ Newman, e con disegni, fotografie e sculture che portano i nomi celebri di Peter Halley, Carroll Dunham, Laurie Simmons, Cindy Sherman e Mel Kendrick, solo per citarne alcuni. Anche chi ama curiosare nel lusso altrui sarà accontentato: a disposizione c’è la Arne Jacobsen Dollhouse, riproduzione fedele della celebre villa a Charlottenlund dell’omonimo architetto.

di Alessia Barbiero

Giovani orafi alla ribalta con lo Studio Arrais

5 febbraio, 2010

spilla fioreE’ dove l’arte c’è da sempre che spesso passa inosservata. Si guardano con interesse le creazioni più bizzarre, quelle più originali e spesso fuori luogo perché simbolo di una nuova forma di comunicazione, mentre si perdono di vista quelle che sono invece da sempre sinonimi di forme d’arte.

A riportare l’attenzione nei confronti del design originale ci pensa lo Studio Arrais, che dal centro di Firenze, ribadisce l’importanza di coniugare passato e futuro nel campo del disegno orafo. E lo fa con una mostra, che si inaugurerà domani all’interno dello Spazio Bianco nel Cellai Boutique Hotel.

Ad esporre i loro lavori saranno gli studenti della scuola di gioielleria. Designer alle prime armi, dotati di una passione, che come recita la réclame della mostra “diventerà una carriera”. Bracciali, orecchini, spille e collane: la fantasia di questi giovani artisti non ha limiti.

collana

Fino al giorno di San Valentino lo spazio in via Aprile si trasformerà in un centro d’eccellenza e di innovazione nella realizzazione di oggetti, gadget e accessori di moda. Occhi puntati non sui grandi nomi del design né sugli insegnanti professionisti che lavorano per Studio Arrais, ma proprio sui ragazzi che frequentano le lezioni e che, con tutta probabilità, saranno i designer del futuro.

Un occhio nuovo, leggero e innovativo dettato dall’età, ma anche tradizionale, perché sollecitato dall’esperienza decennale dei maestri della scuola. C’è di tutto e un po’ nella mostra fiorentina: ci sono le linee contemporanee, figlie dei nostri giorni, nelle collane ad esempio, semplici ma nello stesso tempo elaborate.

Non resteranno delusi nemmeno gli amanti del taglio più tradizionale, che potranno assistere a una vasta gamma di gioielli che richiamano la classicità, come gli orecchini in oro impreziositi da colorate pietre preziose, simili a quelli che le nostre mamme ancora indossano con eleganza. La scelta dipenderà solo e esclusivamente dal gusto e dal potenziale creativo del singolo designer, che potrà così avere un riscontro formale e immediato con l’interesse del pubblico, e un primo contatto diretto con il mondo delle grandi aziende orafe.

orecchini

E non solo: grazie alle lezioni, ai laboratori e alle mostre, gli studenti possono entrare in un circuito internazionale che consentirà loro di varcare la soglia dei grandi concorsi, nazionali e non, volti a premiare il meglio del design del gioiello. Ad essere sotto gli occhi di tutti i progetti grafici ma anche i gioielli finiti. La scuola da sempre punta sulla modellazione 3D per consentire agli studenti di vedere con i propri occhi il prodotto finito: grazie ad un laboratorio specifico è possibile infatti rendere reale il loro schizzo con la prototipazione rapida, prima in cera e poi in argento e oro.

di Alessia Barbiero

Informazioni mostra: c/0 Cellai Boutique Hotel, via 27 Aprile 14-52/r, ingresso mostra via S. Zanobi 55r, Firenze. Dal 6 al 14 febbraio 2010.

www.studioarrais.com

“Casa in fiore”: ecco le tendenze di primavera

29 gennaio, 2010

Casa in fioreIl freddo domina ancora le nostre giornate, le gelate persistono fuori dai cancelletti di casa. Ma la moda, si sa, corre veloce, guarda avanti, pensa al futuro. Ecco perché  per il  mondo del design è arrivato il momento di parlare di Primavera, anche se il calendario ricorda che mancano ancora quasi due mesi.

Le prime a pensare alla nuova stagione sono le aziende che la scorsa settimana hanno partecipato a Casa in fiore, il progetto organizzato da Macef, il salone internazionale della casa,  appena concluso nella capitale italiana della moda per eccellenza, Milano.

All’insegna della più totale eleganza, il padiglione che ha ospitato questo progetto ha voluto riportare alla ribalta la classicità come passione eterea e eterna. Di fronte all’emergere dell’arredamento contemporaneo, in barba allo stile minimal degli interni giapponesi o orientali, il salone ha dimostrato come rimanga sempre in voga l’italian style legato al passato e alla modernità, quello che premia e mette al primo posto la classicità (con tutti i suoi fronzoli, l’arredamento maestoso e l’oggettistica regale e chic), testimonial autentico dell’arte nostrana di arredare gli interni facendo leva su esperienza e conoscenze antiche consolidate negli anni.

Casa in fiore

Dopo i colori rossastri, gialli e arancioni che si prediligono nella stagione invernale ecco che le stanze ritrovano una nuova freschezza: sì ai colori tenui, quelli della primavera, con il rosa pastello e il beige in primo piano, per rivivere la casa in un modo moderno continuando però a mantenere viva la tradizione artigianale che è il tratto distintivo del Bel Paese.

Tanti stili e arredamenti eclettici hanno preso parte al progetti mostrando una vasta gamma di oggetti di design degni di nota, tutti rigorosamente legati al tema floreale: i fiori, declinati in diversi materiali, vengono usati dalle aziende come paralumi, decorazioni, soprammobili o mosaici e tanti sono gli imbottiti con texture floreali (dalle linee che spaziano dal classicismo più vero all’astrattismo più ardito) usati per colorare la stanza.

Casa in fiore

La scelta del soggetto, i fiori appunto, è stata adottata perché «i fiori che si schiudono nella loro bellezza, ricchi di colori e profumi capaci di infondere benessere ed euforia – spiega l’architetto Barbara Villari, presidente del Gruppo Classico Italiano di Federlegno-Arredo e coordinato e del Gruppo del complemento – sono simbolo della primavera, della stagione della rinascita, della natura che ritorna alla vita dopo l’inverno, della giovinezza, dello sbocciare di nuovi amori, di emozioni e di gioia».

Dalla cucina alla camera da letto, ogni angolo è buono per evocare i concetti di rinascita, natura e freschezza e per donare quel sano ottimismo che, dopo il buio invernale, non è mai abbastanza.

di Alessia Barbiero

L’eleganza del “made in Italy” premiata a Chicago

22 gennaio, 2010

Argento VivoE’ italiana l’azienda che si aggiudica il Good Design Award 2009. Dopo aver sbaragliato migliaia di imprese provenienti da 35 paesi del mondo è GeD Cucine a conquistare il prestigioso premio conferito dal Chicago Athenaeum.

Merito di Argento Vivo, la cucina ideata da Roberto Pezzetta per la ditta trevigiana, che ha convinto la giuria grazie alla sua forma circolare, alla pulizia delle linee e ai pochi tratti, semplici e maturi, che hanno consentito a questa pupilla dell’arredamento di entrare a far parte, da oggi in poi, nella storia dell’interior design.

Il premio statunitense è infatti uno dei più importanti riconoscimenti per gli amanti del genere: dal 1950, seleziona il miglior pezzo su scala mondiale e la commissione vanta nomi d’eccezione del settore, quali George Beylerian, direttore generale e fondatore di Material Connection, Yama Karim, titolare dello Studio Daniel Libeskind e Joseph MacIsaac, presidente di Knoll International.

La notizia, accolta con orgoglio in Italia, riporta il nostro Paese e le nostre aziende al vertice della ricerca tecnologica e delle soluzioni innovative in termini di linee, estetica e utilizzi pratici. L’Italia insieme agli States e al Giappone, si conferma uno dei più importanti ispiratori di tendenze, come aveva già sottolineato lo scorso anno anche la rivista londinese Wallpaper. Non è un caso che siano infatti solo questi tre paesi a contendersi i maggiori riconoscimenti: il Good Design Award 2008 era infatti toccato alla giapponese Ryohin Keikaku, con la sua Dwelling House Mado no ie,  la casa prefabbrica realizzata basandosi sullo stile di vita delle persone che la abitano.

Argento Vivo, la cucina italiana vincitrice del Good Design Award 2009

Argento Vivo, la cucina italiana vincitrice del Good Design Award 2009

Stavolta invece ad avere la meglio è la nostrana Argento Vivo, elegante, con la sua struttura che ruota intorno all’isola,ossia il banco dalle estremità circolari che si colloca nel mezzo della stanza. L’attenzione ai dettagli è senza dubbio uno degli aspetti su cui Pezzetta si è soffermato maggiormente: il piano in sottile acciaio lucidato, il lavello rotondo a filo, il tavolo di appendice con il piano in cristallo complanare e il rubinetto telescopico. Al di là dell’estetica, la cucina ha saputo sposarsi anche con una perfetta dimensione funzionale: ogni cosa è infatti accessibile da entrambi i lati dell’isola, grazie al movimento lungo l’asse longitudinale. Argento Vivo testimonia ancora un’altra volta che all’eleganza, tratto distintivo del design “made in Italy”, difficilmente si riesce a resistere.

di Alessia Barbiero

Addio vecchie canaline, ora ci sono i cavi a vista

18 gennaio, 2010

i cavi a vista di Maisie Maud BroadheadSe ci sono casi in cui il confine tra arte, design e bisogni pratici è tutt’altro che nitido, e nessuno di questi tre aspetti prevale sull’altro, allora possiamo parlare dell’inglese Maisie Maud Broadhead. O per lo meno del suo lavoro cable drawings.

Chiamatela designer, artista, innovatrice o anche semplicemente studentessa, perché di fatto, sebbene con alcuni dei suoi lavori abbia già conquistato la prima pagina di riviste d’oltremanica (e non solo) di architettura, fotografia e design, in realtà lei è ancora “un’apprendista” al Royal College of Art di Londra. Un’artista in erba, si potrebbe dire. Tanto di cappello. E sebbene adesso si esibisca alla Leicester City Gallery londinese con una mostra fotografica sul significato della gioielleria (The meaning of Jewellery) fa eco in tutto il mondo il suo lavoro precedente, quello dei cavi a vista, cable drawings appunto, innovativo come idea e decisamente pratico.

Il lavoro infatti nasce da un bisogno concreto e da un’esperienza che sicuramente è quotidiana per la generazione di ventenni e trentenni del ventunesimo secolo. Ma che può fruttare anche agli adulti. Ok, immaginatevi la scena: una camera da letto e sulla scrivania un sacco di aggeggi elettronici. Computer, monitor esterno, stereo (con tanto di casse incorporate). E soprattutto cavi, tanti cavi. Perché, questo è un dato di fatto, quasi tutti i gingilli tecnologici dell’ultima generazione (fatta eccezione per quelli wireless) si collegano tramite una serie di cavetti, funzionali ma decisamente antiestetici.

E da qui l’idea: perché non trasformare in arte proprio qualcosa che arte non è?

i cavi a vista di Maisie Maud Broadhead

Basandosi sullo stile delle vecchie costruzioni architettoniche ottocentesche, riprendendo i fronzoli e le decorazioni sui mobili o sulle pareti delle antiche case regali, ecco che i cavi divengono una forma di arredamento, fissati alla parete in modo tale da produrre un’immagine. Possono essere semplici fronzoli decorativi (come quelli che Maisie Maud Broadhead ha proposto) oppure, non lo si esclude, figure da realizzare seguendo i propri gusti. L’idea è sua, certo. Ma chiunque può adottarla e mettere così nel dimenticatoio quelle diffuse canaline che sebbene ripristinino l’ordine, rinchiudendo al loro interno i vari cavetti, sono lontane anni luce dal poter sfiorare quell’equilibrio estetico tipico solo delle opere d’arte.

di Alessia Barbiero

I 60 anni della Lettera 22, emblema del design “made in Italy”

8 gennaio, 2010

Lettera 22

Lettera 22

Compie sessant’anni. Sessanta candeline e più di mezzo secolo di storia. La Lettera 22, il primo modello di macchina da scrivere meccanica e portatile firmata Olivetti, feticcio vintage e pezzio storico del design “made in Italy”, ha assistito e resistito a oltre mezzo secolo di cambiamenti. Nata nel 1950 dalla mente dell’architetto e designer Marcello Nizzoli in collaborazione con Giuseppe Beccio, la Lettera 22 ha superato indenne l’avvento delle nuove tecnologie, e alla faccia dei computer e dei palmari più evoluti, vanta la nomea di oggetto di culto, tanto da essere annoverata nella collezione permanente del prestigioso MoMA (Museum of Modern Art) di New York.

E questo è solo uno della lunga serie dei riconoscimenti ottenuti nel corso del tempo, a partire dagli anni Cinquanta, quando conquistò il Compasso d’Oro (1954) e nel 1959 si aggiudicò il premio estero “miglior prodotto di design del secolo” bandito dall’Illinois Institute of Technology. Vittoria meritata perché la giuria considerò la Lettera 22 un “esempio di ottima soluzione per le esigenze di portabilità legate alla tipologia di oggetto”, impreziosita da una “ricerca estetica [...] che esalta il concetto stesso di portabilità coerentemente con le esigenze di minimo ingombro”. Tant’è.

la Lettera 22 esposta al MoMA

la Lettera 22 esposta al MoMA

Ma non basta: oltre all’attenzione per l’estetica e  la funzionalità che vengono riconosciute a questo oggetto di design, oggi pezzo vintage ambito dai collezionisti di tutto il globo, c’è un intero mondo, simbolo di un’Italia ben lontana dallo stereotipo che all’estero conferiscono al Bel Paese e ai suoi abitanti. La Lettera 22 ricorda infatti i bei tempi del successo italiano all’estero, rammenta quando l’Olivetti poteva godere, negli anni Sessanta, del prestigio di essere considerata una delle più importanti aziende al mondo nel campo delle macchine da scrivere e dell’elettronica. E ricordare questa pupilla del design è rivangare dentro un passato non troppo lontano, quello delle grandi aziende di famiglia, con una politica sociale molto attiva e una filosofia aziendale che considerava i dipendenti come “persone di casa”, dove, nonostante le gerarchie, il contatto diretto con i vertici era immediato e quotidiano.

E non è finita qui. Alla Lettera 22 è collegato l’immaginario della storia del giornalismo italiano: le fotografie di Enzo Biagi e Indro Montanelli, seduti in ogni dove con la loro macchina da scrivere in mano, sono l’esempio più tipico della diffusione di questa creazione. Loro, che fecero della Lettera 22 la loro inseparabile compagna di viaggio.

Indro Montanelli con la sua inseparabile Lettera 22

Indro Montanelli con la sua inseparabile Lettera 22

Oggi, 60 anni dopo la nascita di questo gioiello meccanico, dopo il fallimento (e la ripresa) dell’Olivetti, dopo la morte di Biagi e di Montanelli, dopo il crollo delle aziende familiari, sopraffatte dalle grandi multinazionali, la Lettera 22, esposta a New York, continua a far rivivere quei giorni. Per raccontare ancora una volta quell’altra Italia, più lontana nel tempo, ma ancora tanto viva nell’immaginario comune.

di Alessia Barbiero

99 icone per il design tutto italiano

18 dicembre, 2009

Moka, @Archivio Aldo Ballo

Moka, @Archivio Aldo Ballo

Dopo un lungo percorso 99 icone raggiunge la tappa finale. La mostra, organizzata dal Centro Ricerche Enrico Baleri e curata da Enrico Baleri e Luigi Baroli, che mette in scena i 99 oggetti simbolo del made in Italy, dopo aver pellegrinato fra i maggiori centri d’arte del Nord Italia (dalla galleria Gamec di Bergamo a Palazzo Reale di Milano, passando per il museo Santa Giulia di Brescia e la casa Radici di Orio al Serio), trova dimora a Bergamo, in via Camozzi.

E’ allestito qui infatti il Temporary Shop Solidale pronto a mettere in vendita gli oggetti figli della cultura italiana, quelli che più che altri incarnano l’essere italiano, il suo stile di vita, la sua arte e la sua tradizione. Dalle Superga alla Moka Bialetti, dal bollitore Alessi alla borsa di Fendi, dai maglioni Benetton alla Vanity Fair di Poltrona Frau. E ancora le zeppe di Ferragamo, l’orologio Bulgari, l’orso Ettore firmato Trudi: icone, perché altro nome non si può trovare, inconfondibili del design del Bel Paese, testimonianze della creatività, del lusso, della ricerca di innovazione e di stare al passo con i tempi e della grande genialità in tema di moda e design in cui spiccano i nostri grandi designer.

Vanity Fair, archivio fotografico Poltrona Frau

Vanity Fair, archivio fotografico Poltrona Frau

Oggetti dall’uso anche quotidiano, abiti, accessori, arredi, lampade, gioielli, elettrodomestici, apparecchi radio e televisori, moto e automobili, rappresentativi di uno stile, capaci di incarnare il mito italiano.

Assenti dal temporary shop, ma degni di essere menzionati, anche altri tre grandi emblemi marchiati dal tricolore: la Fiat 500, la Vespa e l’abito rosso di Valentino. La non presenza al negozio installato temporaneamente in via Camozzi si deve al fatto che questi pezzi d’eccezione sono già stati venduti o assegnati all’asta casa Radici lo scorso 15 ottobre. Tant’è. Anche loro comunque fanno parte di quella lunga sfilza di nomi degni di rappresentare il nostro paese all’estero, dove questi oggetti vengono venduti e rivenduti, ammirati e studiati sui libri di design.

All’iniziativa fortemente artistica si accompagna poi un evento benefico: i profitti saranno infatti destinati al Cesvi, associazione attiva a livello umanitario. In particolar modo il ricavato delle vendite degli oggetti (molti dei quali firmati e autenticati direttamente dal loro designer, in occasione dell’asta di ottobre) andrà a promuovere il progetto Casa del Sorriso, finalizzato al recupero dei bambini delle favelas di Rio de Janeiro.

Bulgari, Davide Fagiani, eb&c

Bulgari, di Davide Fagiani, archivio fotografico eb&c

di Alessia Barbiero

Informazioni:

Bergamo, via Camozzi 60

Orari_ lu-ve: 15.30-19.30, sa-do: 10-12.30 e 15.30-19.30, aperto fino a Natale.

Tazze per un simpatico e bizzarro Natale all’insegna del design

12 dicembre, 2009

Smile cup, Psycho design

Smile Cup, Psycho Design

Aziende, privati, artisti: tutti a Natale riscoprono l’importanza del design. Nella stagione più consumistica dell’anno non si può fare a meno di soffermarsi su tutte le innovazioni e gli oggetti più originali e ricercati. Per un regalo importante, o anche per un pensierino, si tende a scegliere qualcosa di personalizzato, qualcosa che rispecchi la persona che riceverà quel regalo, qualcosa di bizzarro e se non unico, di certo lontano dalla produzione di massa. Si ricercano l’arte e il design, nelle loro forme più semplici e a basso costo, perché regalare un pezzo d’arte e come regalare una parte di sè.

E dato che il Natale mette generalmente di buon umore, ecco che la caccia ai regali diventa la caccia ai gadget curiosi. Ed è il web che offre gli spunti decisamente migliori, soprattutto per quanto riguarda quella che è una delle idee più semplici e carine per fare un pensierino poco impegnativo, ma di grande effetto: una tazza. Da caffé o da colazione, poco importa. Le tazze da sempre sono una fonte inesauribile di idee per i designer: la loro semplicità diventa una sfida irresistibile, con risultati a dir poco pazzeschi.

tazza Dear Van Gogh

tazza Dear Van Gogh, Mike Mak Design

Per gli amanti del macabro e anche un po’ del kitch c’è la tazza omaggio a Van Gogh, firmata Mike Mak Design: dopo averci abituato alla simpatica idea dell’orologio da comodino che segna l’ora con gli occhi (Eyeclock) il designer ha lanciato quest’anno la sua Dear Van Gogh, una tazza il cui manico ha la forma di un orecchio sinistro, proprio quello che il pittore olandese si tagliò con un rasoio nel dicembre nell’88 dopo una violenta lite con un altro guru del mondo dell’arte, Gauguin.

Più di uso comune invece le tazze “calamitose” proposte dalla statunitense Angela Schwab per il suo Inv/Alt design: i suoi lavori sono invenzioni che alternano gli oggetti esistenti. Ecco dunque sfidare la gravità proponendo tazze che si uniscono tramite calamita e che assumono così forme nuove e originali. E ancora la tazza porta biscotti, che coniuga estetica e praticità: è una normalissima mug dalla forma standard, con alla base uno spazio riservato per i biscotti. Si chiama Dunk Mug e il modo migliore per trovarla è spulciare la rete e incontrare l’offerta più vantaggiosa, con meno di 20 euro si può acquistare da diversi siti internet.

lampadario Tealight, Jan Bernstein

lampadario Tealight, Jan Bernstein

Dallo studio Psycho, invece, la novità si chiama Smile Cup, ovvero la tazza che sorride: basandosi sulla forte diffusione delle emoticons per esprimere le proprie emozioni (si pensi a skype, msn e tante altre chat) i designer hanno pensato ad una tazza che una volta sollevata restituisca un’espressione, sia essa un sorriso, un occhiolino o una faccia arrabbiata. Ultima, ma non meno innovativa l’idea di Jan Bernstein, è sempre una tazza, di nome Tealight, ma con una funzionalità tutta differente:  non si può usare per bere perchè la mug rovesciata è  in realtà una lampada che si accende tirando la cordicella, artisticamente creata con una bustina di tè.

di Alessia Barbiero

La “contaminazione indotta” nelle opere di Pieke Bergmans

4 dicembre, 2009

Utopia Infected

Utopia Infected

In un periodo in cui l’influenza si associa alla pandemia e il “panico da germi” contagia i più, c’è chi scopre il lato attraente dei virus, nascosto sotto la facciata dell’insidia. Si tratta della designer olandese Pieke Bergmans che proprio sul concetto di virus ha costruito tutto il suo lavoro, con il suo Design Virus.

Quella che normalmente viene considerata la conseguenza più pericolosa e meno felice del virus, ovvero la sua mutabilità, diventa in termini artistici notevolmente rilevante e addirittura quasi affascinante. E proprio la capacità di assumere forme sconosciute, imprevedibili e, perché no, estreme, è la forza di questo soggetto artistico, che si articola seguendo un ritmo proprio e del tutto personale. Il virus in questione è in realtà l’artefice stessa dei lavori, l’artista: è lei infatti che interviene in prima persona e modifica, plasma, compone e ricompone, e stravolge le proprie opere in fase di lavorazione. Le contamina e poi lascia che sia il virus (come se fosse iniettato) ad agire e ad assumere un’autonomia tutta propria. Il risultato è frutto non del caso: non si tratta

Big Mama

Big Mama

infatti di un virus sconosciuto o dall’origine ignota. La “patologia”, se così la vogliamo chiamare, è indotta, ed è la designer stessa a ricrearla dopo un’ attenta analisi a metà tra arte e scienza.

Le opere create diventano l’emblema dell’inaspettato: i materiali si gonfiano formando escrescenze laddove nella comune concezione di quell’oggetto non dovrebbero esserci; i tessuti si piegano, si allungano e si accartocciano, contaminando quella che dovrebbe essere la loro linea e la loro fisionomia naturale.

Light blubs

Light blubs

Il mondo di Pieke Bergmans è fatto di lampade che al posto della normale lampadina hanno led luminosi che prendono vita e che richiamano alla mente la creatura informe e gelatinosa protagonista della pellicola Blob, il fluido che uccide e dei remake successivi. E ancora di vasi sinuosi e deformi, realizzati con i doppi contrasti di temperatura. Un lavoro spontaneo e fresco, quello di questa giovane creatrice olandese, volto ad opporsi, attraverso la manipolazione, alla produzione di massa, rendendo personale quella che per definizione è la quinta essenza dell’impersonalizzazione. I suoi lavori nascono dalla

Reunion vases

Reunion vases

porcellana, dalla plastica, dal cristallo e dal vetro. Prendono vita anche da oggetti già esistenti che vengono ricreati, resi irregolari e asimmetrici, in modo da farli apparire puri e di una bellezza che si potrebbe definire, nonostante l’ossimoro su cui si fonda, fortemente naturale.

di Alessia Barbiero

Informazioni:

www.piekebergmans.com

Designer con PHOTOBOX

27 novembre, 2009

cofanetti multi foto PHOTOBOX
cofanetti multi foto PHOTOBOX

Essere designer per un giorno. Studiare le linee, scegliere i colori, capire i giusti abbinamenti. Ok, ovviamente non è tutto qui. Però, se è vero che parte del lavoro è anche questo, è oltremodo vero che ogni tanto ci si può improvvisare designer alle prime armi. Come? Semplice, con clic. Connessione a internet, fotografie alla mano e pronti a giocare con le proprie immagini. Scegliete la foto che più vi piace e tramutatela in un oggetto. Non solo cuscini con un’immagine stampata sopra, ma anche tazze, magliette, lampade. O ancora un vassoio, un puzzle, un calendario, un gioiello e addirittura un orologio. E chi più ne ha più ne metta. La parola chiave diventa personalizzazione.

puzzle foto PHOTOB0X

puzzle foto PHOTOB0X

Oggi essere cultori delle forme, delle linee e dell’arte (sebbene in senso lato) non è più prerogativa di pochi. E’ l’attenzione per i piccoli oggetti quotidiani, è la cura per i dettagli che permette di guadagnarsi questa nomea. Ecco che con PHOTOBOX tutto ciò diventa reale. Senza troppe pretese, è possibile dare alle proprie fotografie un nuovo ruolo. E’ l’evoluzione dei siti internet (ormai ce ne sono sempre di più) basati sulla trasformazione delle proprie immagini (quelli che collocano gratuitamente la propria figura su cartelloni di Armani, o ritraggono la propria persona sui biglietti da dieci dollari): dal web ora si passa al concreto, oggetti veri pronti a ricordare un momento particolare vissuto, plasmati dalle vostre mani e spediti direttamente al vostro indirizzo di casa.

fiore portafoto

fiore portafoto

L’idea è  creare un prodotto unico, totalmente personale per un’abitazione che abbia uno stile firmato non da un grande nome del design; si tratta di un fashion autoprodotto, frutto delle proprie passioni.In camera da letto, ad esempio, invece del normale orologio da parete è possibile sceglierne uno che al posto dei numerini lasci spazio alle fotografie, per ricordare i momenti più belli dell’anno o semplicemente le persone a cui si è maggiormente legati. In cucina tazze superpersonalizzate con la propria faccia incisa sopra. E agli oggetti comuni (come la scatoletta per racchiudere i propri ricordi) si aggiungono poi oggetti dal design più sofisticato, come il fiore porta foto che, con le sue linee originali, conferisce un tocco di creatività all’ambiente. Potete scegliere se usare fotografie in bianco e nero, o color seppia, se associare a un oggetto una sola persona o una foto di gruppo, capire se una determinata inquadratura ben si sposa con le linee dell’oggetto prescelto. Un modo semplice per vestire, almeno occasionalmente, e anche se solo in parte, i panni di un vero e proprio designer.

di Alessia Barbiero


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