Steve Dublanica – La resa del conto.

11 novembre, 2009

Rizzoli 2009, 320 pp., sedici euro.

C’è un vecchio adagio che recita: “quando il mangiare non è un penoso dovere né una indifferente necessità, fiorisce l’arte dell’incontro”.

E le persone che si incontrano di più quando si mangia non per dovere, né per necessità, sono i camerieri.

Un cameriere in particolare, Steve Dublanica, sostiene: “la gente dimentica che mangiare ha prima di tutto a che fare con la sopravvivenza”. E attorno a questo sottile sospetto di acredine verso l’avventore, ha costruito un libro molto divertente che si chiama La resa del conto. Qui ci racconta la sua ventennale esperienza di capocameriere in un ristorante di lusso a New York ma, soprattutto, tutto quello che devono subire i camerieri, stretti tra l’incudine dei cuochi e delle loro provocazioni a sfondo sessuale e il martello dei clienti che, come recita la quarta di copertina (una volta tanto convincente), si aspettano che chi li serve sia “allergologo, sommelier, censore dell’abuso di cellulari, fotomodello, confessore, intrattenitore, barman, medico d’urgenza, buttafuori, centralinista, barzellettiere, terapeuta, poliglotta, valvola di sfogo, sensitivo, maestro di bon ton e chef dilettante”.

Ora, per ognuna di queste mansioni c’è almeno una storiella divertente da raccontare che qui non verrà raccontata per non rovinarvi la lettura. Ma nel capitolo La vendetta è un piatto che va servito freddo, il buon Steve ci racconta per filo e per segno cosa ti fanno i camerieri se sei un po’ troppo insolente con loro. Anzitutto sì, ti sputano nel piatto. Poi giuocano a hockey con il tuo hamburger, usando le scope come mazze e gli stracci come porte. Smascherano i mariti traditori e, soprattutto, ricorrono all’arma finale: la flatulenza. E non sto scherzando. Passano tra un tavolo e l’altro esprimendo il loro dissenso gassoso e lasciando ognuno dei clienti col dubbio della paternità: chi è stato, tra i miei commensali?

Poi però Steve Dublanica, alla faccia nostra, ha scritto questo libro, è diventato ricco e famoso e ha lasciato per sempre la professione di cameriere. Potendosi finalmente permettere tutte quelle pietanze che, impietosamente, ha servito per vent’anni.

di Jacopo Cirillo

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Violetta Bellocchio – Sono io che me ne vado.

20 ottobre, 2009

Mondadori 2009, 352 pp., diciotto euro.

Quando comincia la scuola e si entra in una nuova classe, i ragazzini più sgamati sanno già cosa aspettarsi: ci sarà il bullo, il secchione, quella carina, quella brutta e quella simpatica, l’amico di tutti, eccetera. Ruoli ben definiti che aspettano solo uno o più occupanti. Questi ruoli esistono da quando esiste la scuola e si definiscono per differenza: un bullo è tale solo perché ha qualche secchione a cui fare le mutandate; quella carina ha bisogno di girare insieme alla racchia per sembrare bella.

Ecco, un certo linguista francese degli anni Cinquanta ha pensato bene di complicare e appesantire questo concetto semplice e comune chiamandolo attanzialità e parlando di ruoli attanziali. Stiamo parlando di (Yawn) Lucien Tesnière.

Ecco, una certa scrittrice italiana degli anni Duemila ha pensato bene di prendere un ruolo attanziale e costruirci attorno un romanzo. Un romanzo giustissimo. Stiamo parlando di Violetta Bellocchio.

I personaggi di Sono io che me ne vado infatti, fanno e dicono continuamente delle “gran figate”.  C’è un maxi ruolo: quello del tipo/a che ha una storia incredibile alle spalle, che conferma il suo sorprendente passato con nuove e bellissime avventure (che so, inventare una storia di antichi ammazzamenti per fare qualche soldo extra) e che, in qualsiasi dialogo, ha sempre la frase pronta e la locuzione perfetta da dire, in battuta e in risposta.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       In questo enorme spot trovano spazio praticamente tutti i personaggi del romanzo, in primis i due protagonisti Layla e Sean. Ma anche una ragazza a bordo piscina che accetta una falsa videointervista in cambio di un’acconciatura, una mamma che viene chiamata “Vanessa” tra virgolette, un ex quasi stupratore che fa finta di niente e tanto altro.

Io non ho mai letto nessuno scrivere come Violetta Bellocchio, in Italia. Probabilmente solo lei poteva mettere in piedi un libro così.

Tanti attori, un solo attante, direbbe il vecchio Lucien.

Una grande personalità per scrivere una bella opera prima a partire da un solo ruolo, diremmo noi.

di Jacopo Cirillo

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