Raymond Queneau – Suburbio e fuga

24 febbraio, 2010

Einaudi 2005, 204 pp., 8,50 euro.

C’è un esempio famoso di Umberto Eco che più o meno dice: i parenti sono serpenti solo per la rima. Nella poesia è il suono che comanda. Nella letteratura no, perché la letteratura crea dei mondi. È una cosmogonia.

Ovviamente i mondi creati dai libri non sono reali, né veri. Basti pensare alla fantascienza o, più semplicemente, al codice da Vinci. Però devono essere possibili. Rappresentazione di stati di cose alternativi allo stato di cose reale. Quindi si può volare, si può essere comandati dai robot e così via.

L’unica cosa che si chiede a questi mondi è uno dei fondamenti della logica: devono rispettare il principio di non contraddizione. Se a un certo punto Harry Potter perde i suoi poteri, allora qualche mago cattivo glieli ha tolti. Non è che si può fare finta di niente e dire che non li ha mai avuti.

Creare un mondo possibile significa creare un universo narrativo con una sua coerenza interna capace di stipulare con il lettore un patto finzionale per il quale, riassumendo, non è vero ma ci credo.

Raymond Queneau, che nella sua opera ha fatto mille cose incredibili, riesce a mettere in scena questa operazione. In Suburbio e fuga il protagonista, Jacques, vive mille vite differenti. Da figlio di un semplice calzettaio e “di una madre insignificante”, diventa capitano dell’esercito olandese, campione del mondo di scacchi, fachiro nel cristallo, cercatore d’oro, attaché all’ambasciata di Pechino, “lord inglese (per adozione), gran lama (per vocazione), presidente della repubblica di Nicaragua (per elezione), presidente della repubblica di Costa Rica (per rivoluzione) e presidente della repubblica di Guatemala (per occupazione)”. E tante altre cose.

Tutto il libro è un susseguirsi di vite possibili che iniziano e terminano in ogni pagina, in un turbinio che spesso ne sporca il discernimento: non si capisce bene quando inizia il sogno o ricomincia la realtà. I mondi possibili si rincorrono uno dopo l’altro rendendo la realtà di partenza una semplice possibilità come tutte le altre.

Qualsiasi altro autore, per delimitare i confini, avrebbe usato un espediente linguistico come shift tra mondi, anche solo un e Jacques si immaginò di… o un e Jacques vorrebbe diventare…

Oppure avrebbe usato un accorgimento visivo, una riga vuota tra il primo paragrafo e il secondo, o un carattere tipografico diverso.

Queneau invece, da buon avanguardista e sostenitore dell’avanguardia (il suo amico italiano era Enrico Baj, mica Calvino), usa la velocità. Velocità narrativa, si intende.

Il mondo possibile “originale”, quello della storia iniziale, è costruito con un andamento narrativo canonico: avvenimenti salienti diluiti da digressioni e descrizioni, di modo che, in 10 pagine, succedono due o tre cose rilevanti, non di più. I mondi possibili derivati invece proliferano a diverse velocità, di modo che ogni vita viene descritta dalla successione dei due/tre avvenimenti centrali attorno ai quali si impernia. Una intera carriera di boxeur in pochi paragrafi; le peripezie d’acrobata in due righe.

Lo shift tra i mondi è la velocità. E non a caso lo shift, come il cambio della macchina in inglese, fa proprio questo.

di Jacopo Cirillo

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Enrico Brizzi – L’inattesa piega degli eventi e La nostra guerra

3 febbraio, 2010

Baldini Castoldi Dalai 2008 e 2009, 518 e 640 pp.

Enrico Brizzi è diventato un grandissimo scrittore. Intendiamoci, non che prima non lo fosse, ma rispetto a Jack Frusciante, Bastogne, Tre ragazzi immaginari eccetera, ha cambiato di molto intenzione e argomenti. Per Baldini Castoldi Dalai ha pubblicato due romanzi in due anni, più di 1000 pagine, in ordine inverso: prima il seguito e poi l’antefatto.

Ma non è l’unico trucco col quale ha scombinato il tempo della narrazione. Entrambe le storie, infatti, sono ucroniche, cioè immaginano un futuro alternativo – in questo caso per l’Italia e le sue colonie – partendo da uno scarto della storia, come ad esempio l’Italia che vince la guerra o Mussolini che non si allea con Hitler. Da qui, Brizzi si immagina cosa sarebbe potuto succedere, raccontando la saga della famiglia Pellegrini di Bologna.

L’inattesa piega degli eventi si fonda sul più grande collante sociale europeo che io ricordi: il calcio. Il giornalista Lorenzo Pellegrini viene mandato per punizione in Africa a seguire il campionato di calcio locale. Le colonie italiane in Africa dell’anteguerra, però, negli anni ’60 sono ancora nostre, dunque stiamo parlando di una sorta di succursale della serie A.

La nostra guerra racconta invece del dodicenne Lorenzo Pellegrini che subisce, nella sua Bologna, l’attacco della Germania nazista, indispettita dalla neutralità (sic) di Mussolini. La famiglia del ragazzo, col padre donnaiolo e la mamma sottomessa ma ribelle, si trasferisce a San Sepolcro causa occupazione tedesca e cerca di ricostruirsi una vita laggiù.

E la cosa davvero divertente in entrambi i romanzi, peraltro scritti benissimo e piacevoli da leggere nonostante la mole, è la combinazione tra un tipo di narrazione molto “verista”, con descrizioni accurate e approccio quasi storico/scientifico agli avvenimenti storici, e l’assoluta falsità oggettiva dei fatti narrati. Come raccontare per filo e per segno qualcosa che non è mai successo, mantenendo però veri i nomi e i riferimenti.

Un’avvertenza: per chi si è dimenticato dagli studi liceali come sono andate esattamente le cose in Italia dal 1930 al 1960, si rinfreschi la memoria prima di intraprendere la lettura di questi libri, altrimenti potrebbe rischiare seriamente di confondersi le idee e fare qualche bella figuraccia in società.

di Jacopo Cirillo

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Mark Crick – La zuppa di Kafka

27 gennaio, 2010

Ponte alle Grazie 2006, 113 pp., 10 euro.

A volte si vedono film con un’idea di partenza estremamente convincente – a volte proprio geniale – sviluppata purtroppo attraverso una sceneggiatura banale o pessimi autori. Se penso a film come Be kind rewind di Gondry o l’attualissimo Up in the air (quello con Gorge Clooney) mi viene da dire: che peccato. Chissà che film sarebbe potuto diventare se.

Di solito però questi film piacciono lo stesso molto (più al box office che ai critici, in effetti), probabilmente perché apprendere una bella idea, conoscerla, poterla raccontare e magari farci due risate con gli amici è una cosa comunque particolarmente appagante. Quasi che l’idea valesse il film.

Ecco, La zuppa di Kafka di Mark Crick è la stessa cosa. L’idea è meravigliosa – scrivere 16 ricette nell’inconfondibile stile di 16 grandi scrittori, tra i quali giova ricordare Kafka, Borges, Calvino, Omero, Proust, De Sade e molti altri. È bello perché, pur essendo una sfida impari per il povero Crick, non si conclude con una sua capitolazione di fronte a questi mostri sacri della letteratura di tutti i tempi: pur di qualità infinitamente peggiore, i suoi scritti ci possono stare. Come ci possono stare le ricette, che sembrano gustose e semplici da cucinare, nonostante il filtro spesso e pesante dello stile autoriale altrui.

Tutto bene tutto bello insomma, a parte un piccolo dettaglio: a leggerlo davvero, senza lasciarsi influenzare dalla bellezza e dall’originalità dell’idea, ci si annoia.

E non poco.

di Jacopo Cirillo

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Giorgio Scerbanenco – I ragazzi del massacro

20 gennaio, 2010

Garzanti 1999, 230 pp., 9,50 euro.

In una puntata dei Simpson, Lisa prepara un esperimento scientifico per dimostrare che Bart, suo fratello, è più stupido di un criceto. Va in un negozio di animali e chiede al commesso il criceto più intelligente che ha. Il baffuto gestore fruga a caso in una scatola piena di animaletti tutti uguali, ne sceglie uno e dice a Lisa: “Questo è il più intelligente di tutti: scrive romanzi gialli”. E come fa un criceto a scrivere romanzi gialli? Semplice, immagina la fine e poi va a ritroso. Bart poi si scoprirà essere molto più stupido di un criceto, ma questa è un’altra storia. L’importante ora è notare che il senso comune della produzione di un giallo/noir/poliziesco funziona all’incontrario. Parte dalla fine e deduce l’in(d)izio. Questa dinamica è sorprendente perché di solito è il contrario, mi immagino un inizio, comincio fisicamente a scrivere dalla prima pagina e poi vedo che succede. Lascio che la storia si scriva da sola.

Ne I Ragazzi del massacro di Scerbanenco non succede nessuna di queste due cose. Perché è un libro che comincia dalla metà. Dal mezzo. Come tutta la letteratura di genere, inizia in medias res, a massacro avvenuto. Una dolce maestrina di scuola serale viene trovata uccisa brutalmente dopo la lezione dai piccoli delinquenti che stava cercando di educare. Tutti i ragazzini accusano indefinitamente i compagni proclamandosi innocenti, di modo da rendere impossibile un qualche avanzamento delle indagini. Duca Lamberti però non si fida e ha l’intuizione che qualcuno, un adulto, abbia organizzato e aizzato gli altrimenti inesperti ragazzi all’omicidio di gruppo.

Qui inizia la parte centrale del libro, quella in cui succedono le cose. La fine, incredibilmente, non è con il botto. Il colpevole viene rivelato presto e il suo ruolo comunque era chiaro già da un bel po’, gli mancavano solo un nome e un passato, roba di poco conto.

Tutto questo funziona perché Scerbanenco, nella sua breve vita, ha avuto una produzione vastissima. Centinaia di titoli in relativamente pochi anni che dimostrano una cosa: velocità. Scerbanenco i libri li scrive in fretta. Non nel passato (l’inizio), non nel futuro (la fine) ma nell’attimo presente. Nel mezzo. E la velocità si prende solo dal mezzo, nel mezzo. Non c’è tempo per il resto.

I ragazzi del massacro è una macchia che si spande di cui il centro coincide con il centro del libro e i bordi con l’insignificante inizio e l’ancor più insignificante fine. D’altra parte lo diceva anche Deleuze: “Da dove partite? Dove volete arrivare? Sono domande davvero inutili. Fare tabula rasa, partire o ripartire da zero, cercare un inizio o un fondamento, tutto questo implica una falsa concezione del viaggio e del movimento”.

Scerbanenco ha scritto troppo per permettersi di sapere da dove partire e dove arrivare. Ma ha scritto abbastanza per sapere dov’è.

di Jacopo Cirillo

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James Frey – In un milione di piccoli pezzi.

13 gennaio, 2010

TEA 2003, 459 pp., 10 euro.

L’autore di un libro conta qualcosa? La sua biografia, le sue opinioni influenzano la lettura? O meglio, dovrebbero influenzarla?

In un milione di piccoli pezzi è un libro pesante. Due mesi terribili di riabilitazione di un alcolizzato e drogato, che poi sarebbe l’autore, in una famosa clinica di Chicago. Cadute, ricadute e distributori automatici di crack. Innamorarsi di donne e delle scimmie sulle loro spalle.

Alla sua uscita è stato accompagnato da un codazzo infinito di polemiche: l’autore, o chi per lui, lo spacciava per autobiografia quando invece è più o meno inventato tutto di sana pianta. Apriti cielo! Indignazione dei lettori che, attenzione, accusano di aver letto un ignobile falso. Si lamentano per avere letto una finzione camuffata da storia vera. Puntano il dito contro chi marcia sulla loro buona fede.

Stiamo scherzando? A parte che l’obiezione non ha senso perché comunque il libro, qualsiasi libro, non è altro che una rappresentazione di una storia (vera o falsa che sia), dunque una finzione altrettanto “finta”, ma a parte questo, cosa accidenti mi interessa del passato dell’autore? Cosa accidenti mi interessa dell’autore? Il libro non può perdere la sua credibilità a causa di un guaio o una mancanza di chi materialmente l’ha scritto.

Le categorie “vero” e “falso” semplicemente non possono essere applicate a un libro o, in generale, a qualsiasi opera culturale. Al limite si può parlare di veridicità. Quando un autore produce qualcosa, la proietta fuori da sé e la consegna all’enciclopedia globale, dove l’opera circola e perde qualsiasi paternità, definendosi continuamente nella relazione con i lettori. Ce la dà in adozione e, solo qualche volta, viene a vedere come sta, se sta crescendo bene. Ma niente di più.

E questo è un bel libro, nonostante tutto l’inchiostro e il fiato sprecato.

di Jacopo Cirillo

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Paolo Roversi – L’uomo della pianura.

16 dicembre, 2009

Mursia 2009, 286 pp., 17 euro.

Ci sono certi libri che, per scriverli, bisogna documentarsi. I Wu Ming, per esempio, per portare a termine Q, 54, Manituana, Altai, eccetera, hanno passato forse più tempo a scartabellare in archivi polverosi che effettivamente a scrivere. Marguerite Youcenar ha impiegato vent’anni di studi prima di iniziare a comporre le sue Memorie di Adriano.

Tuttavia, finché le ricerche si svolgono in vecchie biblioteche o su moderni laptop non ci sono particolari problemi, a parte lo sbattimento di ore ed ore chini su tomi e monitor. Ma quando si scrive un libro giallo o noir e lo si ambienta per un buon centinaio di pagine in un carcere raccontando l’ascesa di un ragazzino da innocente vittima di errore giudiziario a spietato killer, dov’è che si trovano le informazioni necessarie? O meglio, dove si cercano?

Perché il problema, qui, sono proprio le dinamiche interne a San Vittore: i soldi per le sigarette e il cibo buono, i conti regolati e da regolare, addirittura tre o quattro tappe ben codificate per i rapporti intimi con gli altri detenuti, uomini o donne indifferentemente (cosa che ricorda un po’ vagamente la regola del tre di jackfrusciantiana memoria). E poi come si fa a farsi rispettare, a farsi amico il capo, a mettere su una banda e a controllare i propri illeciti esterni da dentro.

Paolo Roversi, che è un bravissimo ragazzo, di certo non l’ha visto con i suoi occhi ma, altrettanto certamente, lo racconta benissimo. Il giovane Hurricane – omaggio alla canzone di Bob Dylan che a sua volta è un omaggio del cantautore a un pugile incarcerato per sbaglio – diventa una figura importante della mala milanese ma combina un po’ troppi casini. Ed Enrico Radeschi, giornalista, hacker, alter-ego e personaggio ricorrente di Roversi, torna nella natia bassa padana per un caso di indiani assassini mungitori di mucche.

Detto così magari non si capisce un gran che ma, fidatevi, alla fine torna tutto. E bene.

di Jacopo Cirillo

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Michel Houellebecq – Estensione del dominio della lotta.

9 dicembre, 2009

Bompiani 2007, 152 pp., 7 euro.

Magritte diceva che i titoli non sono spiegazioni dei quadri e i quadri non sono illustrazioni dei titoli. E che la rivelazione tra titolo e quadro è poetica. Due cose allora: tra il quadro e il titolo non c’è relazione ma rivelazione, quindi qualcosa che qualcuno deve scoprire per tutti; questa rivelazione (contribuisce a) costituisce e fonda la poetica dell’artista.

Estensione del dominio della lotta è un bel titolo. Si riferisce al primo romanzo di Michel Houellebecq e non lo spiega, come il libro non illustra il titolo. Anzi, tutto il contrario. Estensione del dominio della lotta come dire che prima si lottava solo per la sopravvivenza mentre adesso si lotta per molte più cose: il lavoro, l’amore, il sesso eccetera. I motivi per cui si combatte, ma non ciò per cui ne vale la pena, aumentano sempre di più. Il libro però non parla di uno che lotta con il coltello tra i denti, facendosi largo in questa società frenetica; non parla nemmeno di uno che non lotta o che non si rende conto di questo fenomeno, altrimenti la relazione, seppur inversa, sarebbe tale e non da rivelare.

Il libro parla di un trentenne depresso che incarna il manifesto della non-vita, dell’indifferenza, della noia che, come dicono i signori della Bompiani, “è capace di segnare la generazione contemporanea come Lo straniero di Camus segnò i giovani del dopoguerra”. Il protagonista si rende perfettamente conto di quanto il dominio della lotta si stia estendendo. Solo che non gliene frega niente. E, si badi, non perché gli manchi la speranza, come il finale potrebbe far pensare. Al contrario gli manca uno scopo che è, chiaramente, fondamento e perno della lotta stessa.

La lotta senza scopo non esiste, trovatemene un esempio. Il trentenne è fuori dal mondo non perché non lo capisce ma perché lo capisce troppo. E sa che per chi non ha scopo, non ci può essere ontologicamente posto. Eccolo qua il manifesto che segnerà una generazione.

Ma è un manifesto strano, non è polemico. Qua non si accusa una società, semplicemente ne si delineano le strutture. D’altra parte il protagonista, durante una passeggiata, legge un graffito che gli fa dubitare dell’effettiva competenza ecclesiastica: “Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie”.

La poetica di Houellebecq è tutta qui ed emerge dal rapporto tra un titolo e un libro che non tanto lo sconfessa quanto lo costeggia.

di Jacopo Cirillo

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Niccolò Ammaniti – Che la festa cominci.

2 dicembre, 2009

Einaudi 2009, 328 pp., diciotto euro.

Molto spesso, quando si inizia un libro, non lo si finisce in giornata. E non solo nei casi, ovvi, in cui non si ha fisicamente tempo – penso al lunedì mattina dopo un week-end un po’ pesante. Anche in un giorno di conclamata nullafacenza, in cui si è già programmato di stare in casa, raramente capita di leggere un libro per intero (a meno che non sia di 100 paginette o addirittura meno). La lettura è un passatempo come tanti altri e con tanti altri la si alterna.

Ecco, Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti è invece uno di quei libri che si devono leggere in un giorno, che se non ce l’hai libero e non ne hai voglia, nemmeno lo dovresti cominciare.

Anzitutto perché la storia dura più o meno un giorno, a parte un irrilevante prologo, e l’ebbrezza di leggere “in diretta” è rarissima – vero Thomas Mann e altri autori di saghe familiari interminabili?

Per i più nerd si consiglia di sincronizzare il tempo di lettura con il movimento del sole, di modo da far coincidere l’alba e il crepuscolo narrativi con quelli reali.

Poi perché la storia va velocissima, succedono cose incredibili, ci sono un milione di nomi e di assurdità. Sembra quasi di rileggere l’Ammaniti primissima maniera di Fango.

In breve, lo scrittore più promettente d’Italia e il leader di una ridicola setta satanica, spinto da un presagio di Gerry Scotti (sic) sono i perni attorno a cui ruota tutta la storia, che non è altro che una festa faraonica a Villa Ada in Roma, promossa da un cafone arricchito e costellata da macchiette tipicamente italiane quali veline, calciatori e vecchi rottami. In questa festa, che si trasformerà in un safari e finirà, ovviamente, malissimo, ci sono ippopotami, ciccioni, cuochi taumaturghi, ex metallare convertite papa girls e la Durlindana di Orlando.

Insomma, un buttasù di roba che non permette di chiudere il libro e andare a letto, vuoi prima vedere dove va a parare. A voi decidere se questo è un complimento.

di Jacopo Cirillo

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Jean Echenoz – Correre.

25 novembre, 2009

Adelphi 2009, 148 pp., quindici euro.

Ci sono due modi per raccontare una storia: la noiosa verità o la mirabolante iperbole. Gonfiare il racconto, esagerare con piccoli particolari o caricaturizzarne altri, rende sicuramente la narrazione più divertente. Ma occhio a non esagerare.

Ecco, Jean Echenoz ha esagerato. Nel suo Correre, racconta la storia di Emil Zatopek (da non confondere, per gli intenditori disneyani, con il professore, collega di Marlin e inventore della macchina del tempo), grande mezzofondista cecoslovacco a cavallo tra gli anni ’40 e ’50.

Zatopek, secondo l’autore, era un atleta “male in arnese”, correva in modo strano, sgraziato e con poca coordinazione. Insomma, messo così si presenta ai Giochi Interalleati di Berlino del ’46 come unico atleta della Cecoslovacchia, tutti gli ridono in faccia ma lui, correndo i cinquemila, dà più di un giro di distacco a tutti gli altri blasonati concorrenti.

E da qui è sempre un crescendo: nel 1952 va alle Olimpiadi di Helsinki e vince i 5.000 e i 10.000 e, giusto per provare, partecipa anche alla maratona che, ovviamente, stravince. Nell’arco di una settimana.

In pochi anni frantuma i record del mondo dei 5, dei 10, dei 20, dei 25 e dei 30 km e il record dell’ora. Il tutto reclinando la testa all’indietro, tenendo i gomiti vicini al corpo e ansimando pesantemente durante lo sforzo e, per questo, guadagnandosi il nome di locomotiva umana.

Leggendo il libro, tra l’altro scritto benissimo e con uno spessore e una sensibilità storica notevole, visto che Emil è stato anche – se non soprattutto – pedina del governo cecoslovacco postbellico, si gode la storia con piacere e interesse, immaginandosela però estremamente irreale. Insomma: uno non può iniziare a “corricchiare” controvoglia per gioco e, in pochi anni, battere tutti i record del mondo dai 5.000 ai 30.000 e dominare anche una maratona senza essersi mai allenato specificamente. E invece.

E invece è tutto vero: Emil Zatopek era un fenomeno. E questa è la sua vita. Solo il finale, probabilmente, è inventato ma rimane amaro come quello vero, di un campione che per vent’anni, dopo il suo ritiro, non ha avuto quella grande dignità nazionale che meritava.

Con una storia talmente bella che sembra un’esagerazione.

di Jacopo Cirillo

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Gianluca Morozzi – Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte.

18 novembre, 2009

Fernandel 2006, 157 pp., dodici euro.

Ogni persona che è nata, vive, ha vissuto o vivrà in Emilia-Romagna ha un solo e unico sogno per quando sarà vecchia: aprire un’osteria nella propria cittadina natale (non tanto per guadagnarci quanto per farci una patta), servire piatti tipici e, soprattutto, fare l’affabulatore. Passare il tempo, cioè, girando tra i tavoli e raccontando degli aneddoti. Ora, visto che l’autoctono medio ha aneddoti (veri o inventati) per allietare una serata sin dai 20 anni di età, figuriamoci a 80.

Gianluca Morozzi è di Bologna e di anni ne ha 38 – è già a metà strada insomma. Animato probabilmente da un afflato di senile impazienza, ha raccolto i dieci aneddoti più divertenti che gli sono capitati da quando era un timido tredicenne fino al giorno prima della consegna del manoscritto e li ha titolati con una didascalica frase di diciassette parole. E, in più, ha messo in copertina una sua foto in cui beve un bicchiere di vino.

La prolissità, gli aneddoti esasperati e gonfiati fino all’impossibile, il vino rosso e qualche volgarità nascosta tra le righe fanno di lui il vero vecchio bolognese che, impossibilitato a disporre di un’osteria, ha tirato fuori tutti i suoi assi nella manica, li ha impaginati e donati ai suoi potenziali/virtuali avventori al costo di un litro di rosso sfuso della casa.

Le storie di Morozzi, vere, false o esagerate che siano, sono divertenti. In una è un giovane punk ultrà del Bologna, nell’altra il timido fidanzatino modello, poi un pazzo ubriacone, un approfittatore di poliziotte ubriache e spettatore della band di Annalisa Minetti.

Insomma, questo giovane vecchio ha centrato in pieno il vero segreto per raccontare gli aneddoti, segreto che viene finemente rivelato da Tom Waits che, da qualche parte, disse più o meno: “quando sei al cinema e stai vedendo un film veramente brutto, a un certo punto si sente una voce che dice tratto da una storia vera. Ma da quando in qua la verità rende migliore una storia?”

Esatto, da quando in qua?

di Jacopo Cirillo

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