I vasi “personificati” di Piero Fornasetti

26 febbraio, 2010

I vasi "personificati" di Piero FornasettiC’è chi li reputa strani, addirittura folli, chi originali e chi a dir poco strepitosi. Piero Fornasetti era così, o lo si amava o lo si odiava. A livello artistico, s’intende. E i suoi lavori più bizzarri, quelli dei vasi “personificati” realizzati per l’azienda di ceramiche artistiche Bitossi, ora sono pronti al giudizio internazionale di uno dei Paesi più creativi in tema di oggettistica, dal momento che stanno per volare verso New York,  città per eccellenza del design contemporaneo.

Prima che partano Oltreoceano con destinazione Barneys (la catena di negozi di lusso della Grande Mela), a Milano sarà possibile ammirare fino al 3 aprile le pupille creative del designer morto nell’88. E non pensate che possano esserci poi molte altre occasioni: la produzione firmata Fornasetti era a tiratura limitata e siamo pronti a scommettere che molti collezionisti non si lasceranno scappare l’occasione.

Dall’atmosfera fortemente retrò grazie al contrasto bianco-nero, ma proiettati verso un futurismo non troppo lontano, a cui si aggiunge un sottile senso di humor che a Fornasetti certo non mancava. Ed è proprio questo che si respira ammirando i suoi lavori di design. Vasi, ferma-libri e anche tavoli: tutti realizzati a partire dall’immagine di un volto per un effetto che oscilla tra il tetro (sguardi improgionati nella grafite) e l’ironico, come nel caso del volto a cui si appoggia, quasi divertita, una mosca, anch’essa frutto della manualità artista di questo designer milanese.

I vasi personificati di Piero Fornasetti

Va ricordato che le opere sono tutte figlie della creatività di Piero, ma la loro realizzazione si deve al figlio Barnaba che, dopo la morte del padre, ha continuato parte della sua attività. E ritrovando tra i lavori del padre una forma in gesso di un vaso concepito per poterci riprodurre il famoso viso, ha deciso di tenere fede a quello che il tempo non ha concesso al padre di fare.

di Alessia Barbiero

Milano: sfilano i giovani designer emergenti di COOL HUNTER Italy

25 febbraio, 2010

Stili diversi ma un unico sogno: quello di entrare nel fashion system. Sono sei i giovani designer emergenti che hanno presentato le proprie collezioni martedì 23 febbraio allo Spazio Fitzcarraldo di Milano, nella prima serata di moda e spettacolo organizzata da COOL HUNTER Italy.

Un vero e proprio trampolino di lancio per creativi emergenti.

Sangue siculo scorre nelle vene di Claudia La Mattina: le opere della giovane designer sono piccoli capolavori di gioielleria tessile, realizzati utilizzando materiali come seta, chiffon, tulle e cotone ricoperti di incrostazioni in vetro, pietre semipreziose, pvc e neoprene. In un forte richiamo alle origini che la rende affine a creativi come Antonio Marras, l’ispirazione nasce da un personaggio storico della sua terra, Franca Florio, vissuta nell’epoca liberty: Claudia ha poi reinterpretato l’arte dei primi del ‘900 in una propria chiave, creando pezzi che mixano materiali classici ad altri più particolari ed inusuali.

L’ispirazione è storica anche per Caterina Montagni, che partendo dall’Annunciazione di Botticelli ha creato i propri abiti: pezzi unici e fatti a mano, che ricalcano l’ideale di una femminilità voluttuosa ed eccentrica. La figura della donna-angelo vuole essere un messaggio di speranza e positività in un momento negativo.

La sensualità della donna mediterranea è il fil rouge che lega le creazioni di Alessia Messina: i pezzi di abbigliamento della giovane designer siciliana sono colorati delle tonalità calde della sua terra, usati appositamente per attirare l’attenzione. Le silhouette ottocentesche sono richiamate dal derriere bombato con il tulle, perché come dice la designer “il corpo è uno strumento con cui giocare”.

Il viaggio di Eva Bende parte dal giardinaggio: i capi della creativa scandinava sono realizzati in materiale eco e godono di ispirazione garden. I materiali plastici usati per le cure di piante e fiori si tramutano in texture che movimentano gli abiti dalle tonalità estive, e che riportano alla vegetazione dell’isola di Madeira, rivisitati usando materiali rispettosi dell’ambiente.

Severità e rigore, perchè l’abito è come una divisa: questa è la tematica della collezione di Filomena Saltarelli, che ha scelto l’epoca fascista come tematica ispiratrice. Partendo dai grembiuli degli Anni Trenta ha realizzato i propri pezzi in seta, ecopelle, jersey ed uncinetto declinati in una palette esclusivamente in blu, nero e giallo. Unica eccezione l’abito color carne, sua reinterpretazione della divisa.

Nelle creazioni di Embawo piallatrici e frese sostituiscono ago e filo. Norbert Öttl e Verena Lusser sono il duo creativo che realizza le creazioni: partendo dalla falegnameria sono nate delle borse di design, che vanno oltre l’arredamento. Dai legnami di alberi di acero, noce ed ulivo di piantagioni europee nascono borse e sporte ergonomiche contaminate da applicazioni in differenti materiali come la pelle, ma anche occhiali divertenti e cinture innovative.

di Chiara Zappacenere foto Riccardo Meregalli

Al via i fashion show firmati COOL HUNTER Italy

25 febbraio, 2010

La settimana della moda a Milano è iniziata un giorno in anticipo rispetto  alle  classiche sfilate patinate della settimana meneghina. Già da martedì  23 febbraio, infatti, si è iniziato a parlare di stile, fashion e novità. Sono queste le caratteristiche del primo evento organizzato da COOL HUNTER Italy, incubatore della moda che allo Spazio Fitzcarraldo ha fatto scendere in passerella le creazioni di sei giovani designer emergenti. Partner dell’evento la Nazionale Italiana Modelle e My Own Vision, presentate da Thomas Incontri.

fashion show COOL HUNTER ItalyNumerosi gli ospiti presenti alla prima serata, che ha dato la possibilità agli stilisti di far conoscere le proprie creazioni con una sfilata all’interno del locale.

Ad aprire le danze la giovane Claudia La Mattina, con i suoi gioielli tessili. E poi la varietà è stata la parola d’ordine.

C’è chi ha puntato sull’introdurre nuovi stili dentro il già variegato mondo modaiolo, come Norbert Ottl e Verena Lusser che hanno utilizzato il legno per i loro capi. C’è chi ha preso l’ispirazione dall’arte di Botticelli (è il caso della tosca-finlandese Caterina Montagni) e chi ha portato un po’ di spontaneità tutta siciliana negli abiti, come Alessia Messina.

E infine la floreale Eva Bende che ha colorato di rosa e rosso la passerella, e l’eccentrica Filomena Saltarelli che ha mostrato i suoi capi anti-omologanti e anti-conformisti ispirati ai grembiuli anni Trenta. C’era di tutto e un po’ nel primo evento COOL HUNTER Italy: stilisti diversi tutti legati da due fattori in comune: l’essere giovani e l’essere italiani.

Un bell’elogio al Made in Italy, quindi, per la gioia degli stilisti e del pubblico, che ha reagito positivamente alla serata. “Finalmente un’iniziativa – ha detto Filomena Saltarelli – che rappresenta una possibilità che va oltre i circuiti tradizionali del sistema moda, che dà spazio ai giovani sulla base del loro talento”. Contenti anche gli altoatesini Ottl e Lusser: “questo per noi è un buonissimo trampolino di lancio, un modo per diffondere le nostre proposte, il nostro modo di vestire”. Il locale ha fatto il pieno, e ora si attende solo la seconda puntata. “C’era veramente tanta gente, ci speravo ma non pensavo a un riscontro così positivo – conclude Caterina Montagni -. Spero che eventi del genere vengano fatti in più parti di Italia”.

fashion show COOL HUNTER Italy

di Alessia Barbiero e Melania Guarda foto Riccardo Meregalli e TiPics

Uno sguardo al backstage…

25 febbraio, 2010

Quando nel pomeriggio sono arrivata allo Spazio Fitzcarraldo l’aria era già piena di preoccupazione e frenesia.

Le tre make up artist (Alice Cipullo, Paola Longaretti, Samantha Forlin) e i due hair stylist (Andrea Gaetani e Jhonny Ayauca Zambrano) erano indaffaratissimi nel rendere perfette le modelle che sarebbero scese in passerella, “fittate” e coordinate dagli stylist Elena Bara e Giordano Cioni.

Sono andata dalla make up artist Alice Cipullo per sapere che trucco avrebbero utilizzato per il primo fashion show di COOL HUNTER Italy.

Cosa distingue un trucco normale da un trucco per la passerella?

backstage sfilata

modella al trucco (foto Tipics)

Il trucco normalmente è un correttore, serve per far risaltare il nostro viso, il nostro sguardo.

Per queste occasioni bisogna tener conto degli abiti e dell’idea che vuole dare lo stilista, quindi viene deciso da più persone. Devi vedere prima le collezioni con gli stilisti, ne parli e poi vedi che trucco fare.

In ogni caso il primo step per un trucco perfetto è il fondotinta, liquido ma setificato, che poi va ripassato con la cipria. No a fondotinta mousse o compatti. Poi ombretto, fard e solo prima di uscire in passerella le labbra, che hanno sempre bisogno di un ritocco dell’ultimo minuto.

backstage

chignon a fiore (foto Tipics)

Dopo il make up è toccato all’hair stylist Jhonny Ayauca Zambrano darmi qualche informazione sulle  acconciature.

Che tipo di pettinature avete scelto per la sfilata?

Insieme agli stilisti – ha raccontato Jhonny – abbiamo optato per uno chignon alto, di lato ma realizzato come fosse quasi naturale.

Per prima cosa io e Andrea abbiamo creato una coda di cavallo, poi con le mani l’abbiamo divisa in varie ciocche creando dei piccoli boccoli che poi abbiamo raccolto dando la forma di rosa, bloccandoli con delle forcine. Un tocco di lacca e un po’ di gel ed ecco l’acconciatura.

…Tutto pronto per la splendida serata!

di Melania Guarda

lo staff backstage in sala  per gli applausi al termine della sfilata: da sinistra Andrea Gaetani, Giordano Cioni, Elena Bara, Jhonny Ayauca Zambrano, Samantha Forlin, Paola Longaretti, Alice Cipullo

lo staff backstage in sala per gli applausi al termine della sfilata. Da sinistra: Andrea Gaetani, Giordano Cioni, Elena Bara, Jhonny Ayauca Zambrano, Samantha Forlin, Paola Longaretti, Alice Cipullo (foto Riccardo Meregalli)

scatti dal backstage (foto Tipics)

Raymond Queneau – Suburbio e fuga

24 febbraio, 2010

Einaudi 2005, 204 pp., 8,50 euro.

C’è un esempio famoso di Umberto Eco che più o meno dice: i parenti sono serpenti solo per la rima. Nella poesia è il suono che comanda. Nella letteratura no, perché la letteratura crea dei mondi. È una cosmogonia.

Ovviamente i mondi creati dai libri non sono reali, né veri. Basti pensare alla fantascienza o, più semplicemente, al codice da Vinci. Però devono essere possibili. Rappresentazione di stati di cose alternativi allo stato di cose reale. Quindi si può volare, si può essere comandati dai robot e così via.

L’unica cosa che si chiede a questi mondi è uno dei fondamenti della logica: devono rispettare il principio di non contraddizione. Se a un certo punto Harry Potter perde i suoi poteri, allora qualche mago cattivo glieli ha tolti. Non è che si può fare finta di niente e dire che non li ha mai avuti.

Creare un mondo possibile significa creare un universo narrativo con una sua coerenza interna capace di stipulare con il lettore un patto finzionale per il quale, riassumendo, non è vero ma ci credo.

Raymond Queneau, che nella sua opera ha fatto mille cose incredibili, riesce a mettere in scena questa operazione. In Suburbio e fuga il protagonista, Jacques, vive mille vite differenti. Da figlio di un semplice calzettaio e “di una madre insignificante”, diventa capitano dell’esercito olandese, campione del mondo di scacchi, fachiro nel cristallo, cercatore d’oro, attaché all’ambasciata di Pechino, “lord inglese (per adozione), gran lama (per vocazione), presidente della repubblica di Nicaragua (per elezione), presidente della repubblica di Costa Rica (per rivoluzione) e presidente della repubblica di Guatemala (per occupazione)”. E tante altre cose.

Tutto il libro è un susseguirsi di vite possibili che iniziano e terminano in ogni pagina, in un turbinio che spesso ne sporca il discernimento: non si capisce bene quando inizia il sogno o ricomincia la realtà. I mondi possibili si rincorrono uno dopo l’altro rendendo la realtà di partenza una semplice possibilità come tutte le altre.

Qualsiasi altro autore, per delimitare i confini, avrebbe usato un espediente linguistico come shift tra mondi, anche solo un e Jacques si immaginò di… o un e Jacques vorrebbe diventare…

Oppure avrebbe usato un accorgimento visivo, una riga vuota tra il primo paragrafo e il secondo, o un carattere tipografico diverso.

Queneau invece, da buon avanguardista e sostenitore dell’avanguardia (il suo amico italiano era Enrico Baj, mica Calvino), usa la velocità. Velocità narrativa, si intende.

Il mondo possibile “originale”, quello della storia iniziale, è costruito con un andamento narrativo canonico: avvenimenti salienti diluiti da digressioni e descrizioni, di modo che, in 10 pagine, succedono due o tre cose rilevanti, non di più. I mondi possibili derivati invece proliferano a diverse velocità, di modo che ogni vita viene descritta dalla successione dei due/tre avvenimenti centrali attorno ai quali si impernia. Una intera carriera di boxeur in pochi paragrafi; le peripezie d’acrobata in due righe.

Lo shift tra i mondi è la velocità. E non a caso lo shift, come il cambio della macchina in inglese, fa proprio questo.

di Jacopo Cirillo

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La Storia come magistra vitae: Memoria vs Oblio nelle opere di Giovanni Sesia.

24 febbraio, 2010

G. Sesia, senza titolo, tecnica mista su base fotografica cm.70 x 50  200

G. Sesia, senza titolo, tecnica mista su base fotografica cm.70 x 50, 2009

Alla Galleria Forni di Milano si espongono fino al 27 febbraio le opere di Giovanni Sesia.

Nato a Magenta nel 1955, Sesia e’ un artista del tutto particolare, che si pone a metà fra pittura e fotografia, rielaborando lastre e scatti con tratti ad olio. L’origine va ricercata nel ritrovamento di pellicole e lastre antiche che vengono ristampate su tavola e poi ritoccate con colori ad olio, polveri di ferro e rame e ricoperte da una fitta scrittura, che diventa anch’essa segno pittorico.

Il tema della memoria è stato, negli ultimi anni, accantonato rispetto ad altre tematiche considerate più’ “attuali” o di maggiore impatto dal punto di vista mediatico o mercantile. L’attenzione collettiva si è concentrata più sul rapporto tra presente e futuro che sull’elaborazione del proprio passato individuale e sulle implicazioni che ne derivano a livello sociale e collettivo. Quello di Sesia è un lavoro che parte, come spesso avviene nella ricerca artistica, da un incontro casuale. L’incontro, fortemente suggestivo dal punto di vista simbolico, tra l’immaginario poetico di Sesia e la immagini di “reperti umani” salvati dall’oblio grazie alla funzione riparatrice del gesto artistico. Gesto che assume il senso di una vera ri-nascita capace di sensibilizzare la coscienza a una diversa percezione dello scorrere del tempo e della memoria.

Simile alle ricerche che negli anni Sessanta animarono il gruppo dei nouveaux realistes in Francia, concentrate su una nuova percezione del reale e della sua oggettualità, questi artisti francesi ponevano l’oggetto in un contesto artistico, spostandolo dalla sua mera funzione di utilità. Punto di partenza per tracciare quel legame che partendo dall’immanente conduce al trascendente. Da qui l’uso di reperti in chiave, se non decisamente polemica, quanto meno riflessiva. Una meditazione sulla contemporaneità che non vuole perdere il suo legame con il passato, per meglio vivere il suo futuro.

G. Sesia, senza titolo, tecnica mista su base fotografica cm.140 x 96  2010

G. Sesia, senza titolo, tecnica mista su base fotografica cm.140 x 96, 2010

Ecco, in Sesia il legame con questa corrente è forte: anche il linguaggio utilizzato dall’artista – un mix di fotografia dalle forti suggestioni pittoriche e di pittura, contaminata da una serie di folli e invadenti grafismi privi di significato apparente – è significativo dell’intenzione di Sesia di riappropriarsi, in maniera coinvolgente, del significato anche “politico” del valore della memoria.

In questo suo ultimo lavoro ‘Madri e di Terra’, l’artista focalizza la sua attenzione sulla «ricerca dell’identità, di una storia che non conosco e che voglio ricordare». Ricordare senza chiedere nulla in cambio, anche solo per combattere l’indifferenza del tempo. Per riportare all’attualità questi esseri umani dimenticati, Sesia ha scelto di rappresentare figure di donne, madri con i loro bambini, eterno femminino da cui nasce l’accostamento con la natura, gli alberi, i gigli (da sempre simbolo delle spose) e la terra, anch’essa generatrice di vita. Sono le donne-madri ad essere protagoniste di queste immagini fotografiche ingigantite e intaccate dal colore e dalla materia, applicazioni di foglie d’oro e di terra, superfici cosparse di segni e di scritte incomprensibili, ormai pura decorazione e gesto. A rimarcare l’incomunicabilità e la perdita di significato che si prova di fronte allo sguardo e ai visi sconosciuti di chi non è più in grado di rivelare qualcosa di sé.

di Giovanni Bertuccio

Per un approfondimento www.giovannisesia.it , www.galleriaforni.it

Aspettando Alice

24 febbraio, 2010

Alice nel paese delle meraviglie è tornata.

In uscita nelle sale italiane l’ultimo film di Tim Burton, regista visionario che ci riporta un po’ bambini con attori del calibro di Jhonny Depp e Anne Hathaway.

Per poterci calare nei panni della bella Alice, alcune case cosmetiche lanciano le loro linee di make up ispirate alla pellicola.

palette Alice,

palette Disney e Urban Decay

Una palette che ricorda un libro quella creata da Disney in collaborazione con Urban Decay.

Un libro che si “sfoglia”, rivelando una scena del film; Alice, dopo aver bevuto la pozione che la rimpicciolisce, si ritrova a camminare in mezzo alla foresta di funghi giganti. La scena viene riprodotta in carta con dietro uno specchio. All’interno 16 ombretti dai colori magici a cui sono stati dati i nomi dei personaggi della fiaba, un primer che sembra una pozione e due matite per gli occhi. Disponibile in esclusiva nel nuovo negozio Sephora di Milano  da marzo. Prezzo al pubblico 40 euro.

linea di smalti OPI

linea di smalti OPI

Anche OPI lancia una linea di smalti dedicata alla favola di Lewis Carroll. 4 nuovi smalti, due glitterati e due nuance di rosso per creare un look ad hoc.

Linea dedicata alla fanciulla bionda con vestitino azzurro anche per Paul & Joe. Il packaging è un po’ vintage, con i colori del giallo, rosa e azzurro pastello. Due i kit disponibili, uno in rosa e l’altro in azzurro, contengono un porta-veline anti lucidità e un lipstick. Saranno in vendita su Asos dal 25 febbraio, mentre da Harrods saranno lanciati il 6 marzo.

E allora andiamo tutte  alla ricerca del Bianconiglio!

di Melania Guarda

Punk chic – primavera/estate 2010

22 febbraio, 2010

Aggressivo, sicuramente. Ribelle, senza ombra di dubbio. Pelli, squarci e applicazioni come borchie e safety pin definiscono un look che giocando con influenze seventies richiama il movimento di Sex Pistols e Clash. Che potrà però essere reso subito chic e attuale grazie a dettagli jewellery, come borchie impreziosite e declinate in versione cristallo, o creando un gioco di contrasti con capi leggeri ed estivi. Per poter osare uno stile sfrontato ma non troppo, in bilico tra mood da biker e particolari assolutamente ed innegabilmente girlie.

di Chiara Zappacenere illustrazioni Sara Moschini

Milano 2015, “L’ultima sfilata” della moda. Intervista all’autore Luca Testoni

19 febbraio, 2010

la copertina del libro

la copertina de L'ultima sfilata

Febbraio 2010: gli stilisti italiani si accapigliano per sfilare davanti alla regina del giornalismo di moda, il direttore di Vogue America Anna Wintour. Febbraio 2015: dopo più di quarant’anni di presenza internazionale Milano perde le sue sfilate. Non è l’incipit di un romanzo, ma il futuro della moda italiana ipotizzato ne L’ultima sfilata di Luca Testoni.

Con un’incursione dietro le quinte delle passerelle, Testoni annuncia le sfide del futuro del prêt-à-porter italiano: dalla concorrenza americana alla nascita dell’ethical chic, dai giovani talenti ignorati dalle grandi maison alla debolezza della Camera della moda. Testoni cita fatti di cronaca come tracce di decadenza del “sistema Italia” del fashion. Ecco allora i regali ai giornalisti, gli imprenditori in stile “lei-non-sa-chi-sono-io”, gli uffici stampa che confondono il fatturato con il Pil, i testimonial presi dalla cronaca nera, le sfilate sponsorizzate dai pomodori.

Un declino che era già scritto nella natura del boom più duraturo del miracolo economico italiano. La più grave responsabilità dell’elite del fashion: aver lasciato che al culto della personalità creativa si sostituissero l’arroganza ed l’egoismo di un’elite autoreferenziale e miope.

Un processo che non è solo accusa, ma anche un appello per salvare l’anima delicata di Milano e del “made in Italy”. L’opera si svolge in sette capitoli, con l’amara vicenda finale dello stilista Romeo Gigli, genio dimenticato degli anni ’80. Un’analisi di ampio respiro, punteggiata da fatti di cronaca documentati o vissuti in prima persona. Una lettura scorrevole e illuminante dedicata, dice Testoni “a chi spera che le cose possano ancora cambiare”. Prima dell’ultima sfilata.

Luca, se davvero nel 2015 Milano dovesse perdere le sfilate, la creatività italiana nella moda andrebbe completamente dispersa?

Se perdi la vetrina in cui mostri la tua creatività non emerge più quello che c’è dietro, destinato a essere cancellato. Un conto è avere una rete che valorizza il prodotto in continuità fra negozio e stilista, un altro è esportare e avvalersi di altri fornitori. Diventa difficile mantenere tutta la filiera. La crisi, ad esempio, sta già trasformando molti distretti del tessile in ghost town.

Sul retro della copertina una citazione da Valentino accenna a un’epoca finita della moda. Quale nuova epoca sta nascendo?

Nella moda è finita l’epoca in cui tutto era concesso e permesso a poche genialità individuali che con un’idea creativa costruivano qualcosa di concreto. L’antico adagio “vizi privati, pubbliche virtù” ha fatto grande la moda italiana, ma ora proprio questo non funziona più. Il problema della moda italiana era nel Dna originario degli stilisti. Oggi sorge il bisogno di confrontarsi con nuovi valori eco-etici e il consumatore non è più conquistabile solo con l’immagine dello status symbol.

L’ethical chic sarà la fine del prêt-à-porter di lusso che seduce le fashion victim e che ha dato successo alla moda italiana?

In effetti l’ethical chic è una variabile molto pericolosa per la moda, con cui è finito il vecchio modello del lusso. Come antidoto bisognerà ripensare la comunicazione e la distribuzione in alcuni segmenti che hanno fatto la moda italiana. Poi è cresciuto anche da noi il settore del “pronto moda”, ma è considerato di “serie b” e comunque non basterà perché la concorrenza straniera è forte. Nel prêt-à-porter italiano servono soprattutto idee nuove e persone nuove: i giovani.

Luca Testoni autore del libro

Luca Testoni autore del libro

Quali sono le barriere all’ingresso per i giovani creativi? Perché i grandi non si accorgono di loro, nonostante le scuole di moda?

La torta della moda è stata distribuita solo fra i grandi nomi e se il talento creativo emergente non viene sostenuto dai grandi il giovane deve avere una grande forza economica di partenza per farsi largo e deve seguire modelli diversi di stile, fuori dagli schemi dell’epoca passata.

Ha ancora senso difendere la moda italiana con la legge sul “made in Italy”?

Sono scettico, secondo me non bisogna basarsi troppo sul marchio, ma creare un sistema che sappia adeguarsi e non abbia paura di produrre in Cina. Un tessuto va sponsorizzato non solo perché italiano e il suo micron più fine dà una qualità maggiore, ma bisogna offrire un tessuto migliore perché magari investe nel settore eco-sostenibile. Bisogna comunicare esclusività per le elités socio culturali, rappresentare nuovi modelli di cultura con cui creare il valore aggiunto dell’oggetto di lusso. Un esempio che mi ha impressionato è stato Gorbaciov testimonial di Louis Vuitton nella campagna autunno inverno 2007-2008.

Quindi come potrebbero le case del prêt-à-porter italiano uscire dalla crisi e affrontare il cambiamento culturale?

Trovando una formula equa ed etica. Una casa di moda può praticare un ricarico del 1500% su un abito, ma deve darmi una ragione. Può trovarla ad esempio nel sostenere dei nuovi valori come l’ecologia, il rispetto dei diritti di chi lavora nel settore, i sussidi alla cultura o alla ricerca. Parole già sentite, ma spesso erano parole vuote.

L’Italia soffre di un ritardo nella gestione manageriale della moda?

Ci sono ancora strutture che risalgono a modelli di 20 anni fa che limita le maison nell’aggiornamento, che non è solo un adeguarsi alle tendenze ma anche interpretare un’evoluzione sociale. Questo discorso non è ancora entrato nei piani marketing delle varie aziende.

Nel tuo libro definisci il 2009 l’anno delle “illusioni perdute”: la moda italiana è già a un punto di non ritorno?

Il quadro è scoraggiante: il 2010 è partito malissimo. Basta pensare al caos sul calendario delle sfilate di questo mese, suscitato da una richiesta del direttore di Vogue America Anna Wintour. È chiaro che in Italia non c’è volontà fra le case di moda di fare sistema. In più la crisi economica non aiuta, non ci sono sussidi pubblici, riforme o idee.

Il presidente della Cnmi, Mario Boselli, ha detto che questo è il canto del cigno della Wintour e che tutto questo non si ripeterà più: è credibile alla luce di quanto già successo nel 2005 e nel settembre 2009?

O è il canto del cigno della Wintour o della moda di Milano. Penso che Boselli abbia il polso della situazione e che il suo sia un auspicio affinché le cose cambino.

Questa crisi può essere salutare per un cambiamento della moda italiana?

Quando il malato è gravissimo o muore o si riprende.

Come è stato accolto il tuo libro sui media?

Vorrei che questo libro aprisse una discussione. Ma la stampa  non gli ha dato molta attenzione, al contrario di  radio, tv e internet che sono meno vincolati alle inserzioni del settore.

Luca Testoni è giornalista del quotidiano “Finanza & Mercati” e ha lavorato per il settimanale “Fashion Magazine”. Nel 2008 ha scritto con Carlo Pambianco “I signori dello stile” (Sperling & Kupfer).

di Daniele Monaco

Milano Moda Donna

19 febbraio, 2010

Milano Moda DonnaLe fashion victim saranno felicissime. Tra qualche giorno si darà il via all’appuntamento del prêt à porter più atteso nel mondo, nella città della moda per eccellenza: Milano.

Dopo qualche scompiglio dovuto ad Anna Wintour, la direttrice più temuta dagli stilisti, che voleva dimezzare gli appuntamenti, ecco che finalmente è uscito il calendario definitivo delle sfilate meneghine.

Dal 24 febbraio al primo marzo scenderanno in passerella non solo grandi designer ma anche giovani stilisti; il tutto accompagnato da mostre, presentazione ed eventi.

Il fulcro della settimana della moda sarà via Gattamelata. Ma diamo uno sguardo al calendario delle sfilate.

L’apertura è dedicata alle taglie forti di Elena Mirò, poi sarà la volta di Simonetta Ravizza e Alviero Martini, che lasceranno poi le passerelle ai debuttanti. Giovedì e venerdì grande spazio ai big: da Blugirl a Prada, da Dsquared2 a Versace e Jil Sander. Il 27 aprirà la giornata Bottega Veneta, seguita da Antonio Marras, Max Mara, Moschino e Gucci. La domenica si vedrà sfilare Marni, Etro, Missoni, Cavalli e Scervino. Ultimo giorno per Mila Shon, Laura Biagiotti e Mariella Burani.

Tanti gli appuntamenti, non solo per i professionisti del settore. Mercoledì 24 febbraio verrà inaugurata l’opera d’arte House of Shades dell’artista Sudarshan Shetty, esposta fino al 2 marzo in Galleria Vittorio Emanuele II.

Lo stesso giorno in Corso Vittorio Emanuele aprirà il più grande store Sephora d’Europa, che si svilupperà su 1000 mq. Le beauty addicted potranno crogiolarsi nella bellezza, fermarsi al beauty bar per avere qualche consiglio dai make up artist e dare un’occhiata anche alla mostra Tyena 30 anni di creazione per Dior.

Altro appuntamento per gli appassionati giovedì 25 febbraio dalle 18 alle 22 in via Bergognone 59 la mostra Richard Hambleton – New York, presentata da Vladimir Restoin Roitfeld e Andy Valmorbida in collaborazione con Giorgio Armani.

Eventi imperdibili, per chi fa della moda non solo uno stile.

di Melania Guarda foto CNMI


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