
la copertina de L'ultima sfilata
Febbraio 2010: gli stilisti italiani si accapigliano per sfilare davanti alla regina del giornalismo di moda, il direttore di Vogue America Anna Wintour. Febbraio 2015: dopo più di quarant’anni di presenza internazionale Milano perde le sue sfilate. Non è l’incipit di un romanzo, ma il futuro della moda italiana ipotizzato ne L’ultima sfilata di Luca Testoni.
Con un’incursione dietro le quinte delle passerelle, Testoni annuncia le sfide del futuro del prêt-à-porter italiano: dalla concorrenza americana alla nascita dell’ethical chic, dai giovani talenti ignorati dalle grandi maison alla debolezza della Camera della moda. Testoni cita fatti di cronaca come tracce di decadenza del “sistema Italia” del fashion. Ecco allora i regali ai giornalisti, gli imprenditori in stile “lei-non-sa-chi-sono-io”, gli uffici stampa che confondono il fatturato con il Pil, i testimonial presi dalla cronaca nera, le sfilate sponsorizzate dai pomodori.
Un declino che era già scritto nella natura del boom più duraturo del miracolo economico italiano. La più grave responsabilità dell’elite del fashion: aver lasciato che al culto della personalità creativa si sostituissero l’arroganza ed l’egoismo di un’elite autoreferenziale e miope.
Un processo che non è solo accusa, ma anche un appello per salvare l’anima delicata di Milano e del “made in Italy”. L’opera si svolge in sette capitoli, con l’amara vicenda finale dello stilista Romeo Gigli, genio dimenticato degli anni ’80. Un’analisi di ampio respiro, punteggiata da fatti di cronaca documentati o vissuti in prima persona. Una lettura scorrevole e illuminante dedicata, dice Testoni “a chi spera che le cose possano ancora cambiare”. Prima dell’ultima sfilata.
Luca, se davvero nel 2015 Milano dovesse perdere le sfilate, la creatività italiana nella moda andrebbe completamente dispersa?
Se perdi la vetrina in cui mostri la tua creatività non emerge più quello che c’è dietro, destinato a essere cancellato. Un conto è avere una rete che valorizza il prodotto in continuità fra negozio e stilista, un altro è esportare e avvalersi di altri fornitori. Diventa difficile mantenere tutta la filiera. La crisi, ad esempio, sta già trasformando molti distretti del tessile in ghost town.
Sul retro della copertina una citazione da Valentino accenna a un’epoca finita della moda. Quale nuova epoca sta nascendo?
Nella moda è finita l’epoca in cui tutto era concesso e permesso a poche genialità individuali che con un’idea creativa costruivano qualcosa di concreto. L’antico adagio “vizi privati, pubbliche virtù” ha fatto grande la moda italiana, ma ora proprio questo non funziona più. Il problema della moda italiana era nel Dna originario degli stilisti. Oggi sorge il bisogno di confrontarsi con nuovi valori eco-etici e il consumatore non è più conquistabile solo con l’immagine dello status symbol.
L’ethical chic sarà la fine del prêt-à-porter di lusso che seduce le fashion victim e che ha dato successo alla moda italiana?
In effetti l’ethical chic è una variabile molto pericolosa per la moda, con cui è finito il vecchio modello del lusso. Come antidoto bisognerà ripensare la comunicazione e la distribuzione in alcuni segmenti che hanno fatto la moda italiana. Poi è cresciuto anche da noi il settore del “pronto moda”, ma è considerato di “serie b” e comunque non basterà perché la concorrenza straniera è forte. Nel prêt-à-porter italiano servono soprattutto idee nuove e persone nuove: i giovani.

Luca Testoni autore del libro
Quali sono le barriere all’ingresso per i giovani creativi? Perché i grandi non si accorgono di loro, nonostante le scuole di moda?
La torta della moda è stata distribuita solo fra i grandi nomi e se il talento creativo emergente non viene sostenuto dai grandi il giovane deve avere una grande forza economica di partenza per farsi largo e deve seguire modelli diversi di stile, fuori dagli schemi dell’epoca passata.
Ha ancora senso difendere la moda italiana con la legge sul “made in Italy”?
Sono scettico, secondo me non bisogna basarsi troppo sul marchio, ma creare un sistema che sappia adeguarsi e non abbia paura di produrre in Cina. Un tessuto va sponsorizzato non solo perché italiano e il suo micron più fine dà una qualità maggiore, ma bisogna offrire un tessuto migliore perché magari investe nel settore eco-sostenibile. Bisogna comunicare esclusività per le elités socio culturali, rappresentare nuovi modelli di cultura con cui creare il valore aggiunto dell’oggetto di lusso. Un esempio che mi ha impressionato è stato Gorbaciov testimonial di Louis Vuitton nella campagna autunno inverno 2007-2008.
Quindi come potrebbero le case del prêt-à-porter italiano uscire dalla crisi e affrontare il cambiamento culturale?
Trovando una formula equa ed etica. Una casa di moda può praticare un ricarico del 1500% su un abito, ma deve darmi una ragione. Può trovarla ad esempio nel sostenere dei nuovi valori come l’ecologia, il rispetto dei diritti di chi lavora nel settore, i sussidi alla cultura o alla ricerca. Parole già sentite, ma spesso erano parole vuote.
L’Italia soffre di un ritardo nella gestione manageriale della moda?
Ci sono ancora strutture che risalgono a modelli di 20 anni fa che limita le maison nell’aggiornamento, che non è solo un adeguarsi alle tendenze ma anche interpretare un’evoluzione sociale. Questo discorso non è ancora entrato nei piani marketing delle varie aziende.
Nel tuo libro definisci il 2009 l’anno delle “illusioni perdute”: la moda italiana è già a un punto di non ritorno?
Il quadro è scoraggiante: il 2010 è partito malissimo. Basta pensare al caos sul calendario delle sfilate di questo mese, suscitato da una richiesta del direttore di Vogue America Anna Wintour. È chiaro che in Italia non c’è volontà fra le case di moda di fare sistema. In più la crisi economica non aiuta, non ci sono sussidi pubblici, riforme o idee.
Il presidente della Cnmi, Mario Boselli, ha detto che questo è il canto del cigno della Wintour e che tutto questo non si ripeterà più: è credibile alla luce di quanto già successo nel 2005 e nel settembre 2009?
O è il canto del cigno della Wintour o della moda di Milano. Penso che Boselli abbia il polso della situazione e che il suo sia un auspicio affinché le cose cambino.
Questa crisi può essere salutare per un cambiamento della moda italiana?
Quando il malato è gravissimo o muore o si riprende.
Come è stato accolto il tuo libro sui media?
Vorrei che questo libro aprisse una discussione. Ma la stampa non gli ha dato molta attenzione, al contrario di radio, tv e internet che sono meno vincolati alle inserzioni del settore.
Luca Testoni è giornalista del quotidiano “Finanza & Mercati” e ha lavorato per il settimanale “Fashion Magazine”. Nel 2008 ha scritto con Carlo Pambianco “I signori dello stile” (Sperling & Kupfer).
di Daniele Monaco