Emiliana Torrini: la nuova voce della terra dei ghiacci

25 gennaio, 2010

Se qualcuno vi dice che Emiliana Torrini ha sempre voluto imitare Bjork, non gli credete. A parte l’essere islandesi e avere quello stupendo accento quando cantano in inglese, le due hanno davvero poco in comune. L’anticonformismo e le sperimentazioni elettroniche non fanno proprio per Emiliana, sebbene anche lei abbia sempre provato stili diversi e si sia messa alla prova in diverse occasioni durante la propria carriera musicale.

Emiliana Torrini live in ottobre

Emiliana Torrini live in ottobre

Emiliana comincia giovanissima, già a diciassette anni vince una competizione canora cantando I Will Survive di Gloria Gaynor e decide per il suo diciottesimo compleanno di incidere un disco di cover intitolato Croucie D’Où Là. Presto arriva dunque la carriera da solista e il terzo album, Merman, include nuovamente cover: Tom Waits, Stevie Wonder, Lou Reed sono questa volta i protagonisti assieme ad alcune ballate folk, tra cui la commovente The Boy Who Giggled So Sweet.

In questo periodo, mentre canta in ristoranti e piccoli locali, uno dei discografici dell’etichetta inglese One Little Indian si accorge di lei proponendole di registrare un album. Nasce così Love In The Time Of Science, primo album di Emiliana Torrini con un singolo importante come Baby Blue. L’album viene salutato come una nuova gemma della scena trip-hop, ma Emiliana ha sempre sostenuto che il disco fosse in realtà pop puro, e che in ogni caso qualunque definizione fosse restrittiva. E’ sicuramente un turning point nella carriera della cantante, che la rende più sicura delle proprie capacità sia di interprete che di autrice di testi.

Emiliana con il suo miniabito patchwork

Emiliana con il suo miniabito patchwork

Purtroppo, quando tutto sembra andare bene, Emiliana perde improvvisamente il fidanzato e lascia l’Inghilterra per rifugiarsi nella sua terra d’origine.

La Emiliana Torrini che torna cinque anni dopo con Fisherman’s Woman non è più la stessa. Il disco è minimale a livello musicale, la chitarra acustica arpeggiata è lo strumento principale assieme alla voce della cantante, il pop allegro e spensierato è ormai lontano e lascia spazio a una malinconia invernale che non può lasciare indifferente il cuore e l’anima.

Sembra la fine di un viaggio, ma nel 2008 esce Me And Armini, ultimo album dell’islandese che vede un certo ritorno alla solarità e alla sperimentazione a livello strumentale e di generi. Le atmosfere diverse si alternano e si scontrano, irresisitibili le scatenate Jungle Drum e Big Jumps, ma interessanti anche la reggaeggiante Me and Armini e il blues di Gun.

Emiliana è in gran forma sul palco, piccola e sempre vestita in maniera originale, con miniabiti colorati, di ispirazione retrò o etnica, i capelli spesso raccolti ai lati e con decorazioni, che siano piume o fiori. Balla e canta infiammando un pubblico che le vuole davvero bene e canta con lei.

E’ una storia di cambiamenti quella di Emiliana Torrini, la storia di una ragazza che non ha mai avuto paura di tentare nuove strade seguendo l’istinto e i sentimenti, e che ha sempre saputo quale fosse la cosa più importante: la musica.

di Sara Moschini

foto Peter Wafzig: http://www.flickr.com/photos/peter-wafzig/

video Sunny Road: http://www.youtube.com/watch?v=MyuL1z2tejs

video Jungle Drum: http://www.youtube.com/watch?v=iZ9vkd7Rp-g

Bimbi in passerella da Pitti

25 gennaio, 2010

Pitti BimboFirenze si è confermata anche quest’anno il centro internazionale più importante per la moda bambino e teenager. Dal 21 al 23 gennaio si è svolto infatti il consueto appuntamento Pitti Bimbo, giunto alla sua settantesima edizione.

47 mila metri quadri per 504 marchi e 400 aziende; tra le novità, presentazioni speciali di griffe come Junior Jean-Paul Gaultier e Paul Smith Kids e nuovi ingressi per Adidas, Desigual ed altri grandi nomi internazionali.

Tra gli altri appuntamenti EcoEthic, una selezione di 12 collezioni che hanno scelto eticità ed eco-sostenibilità come elemento forte dei marchi. Spazio particolare è stato dedicato anche al denimwear con Superstreet, e allo sport con SportGeneration.

Soddisfatti gli organizzatori: “Pitti Bimbo conferma i segnali importanti già registrati durante Pitti Uomo – dice Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine – che la moda internazionale sta ripartendo, e si presenterà sul mercato nei prossimi mesi con contenuti forti. Pitti Bimbo in questi giorni ha fatto la sua parte”.

di Melania Guarda

L’eleganza del “made in Italy” premiata a Chicago

22 gennaio, 2010

Argento VivoE’ italiana l’azienda che si aggiudica il Good Design Award 2009. Dopo aver sbaragliato migliaia di imprese provenienti da 35 paesi del mondo è GeD Cucine a conquistare il prestigioso premio conferito dal Chicago Athenaeum.

Merito di Argento Vivo, la cucina ideata da Roberto Pezzetta per la ditta trevigiana, che ha convinto la giuria grazie alla sua forma circolare, alla pulizia delle linee e ai pochi tratti, semplici e maturi, che hanno consentito a questa pupilla dell’arredamento di entrare a far parte, da oggi in poi, nella storia dell’interior design.

Il premio statunitense è infatti uno dei più importanti riconoscimenti per gli amanti del genere: dal 1950, seleziona il miglior pezzo su scala mondiale e la commissione vanta nomi d’eccezione del settore, quali George Beylerian, direttore generale e fondatore di Material Connection, Yama Karim, titolare dello Studio Daniel Libeskind e Joseph MacIsaac, presidente di Knoll International.

La notizia, accolta con orgoglio in Italia, riporta il nostro Paese e le nostre aziende al vertice della ricerca tecnologica e delle soluzioni innovative in termini di linee, estetica e utilizzi pratici. L’Italia insieme agli States e al Giappone, si conferma uno dei più importanti ispiratori di tendenze, come aveva già sottolineato lo scorso anno anche la rivista londinese Wallpaper. Non è un caso che siano infatti solo questi tre paesi a contendersi i maggiori riconoscimenti: il Good Design Award 2008 era infatti toccato alla giapponese Ryohin Keikaku, con la sua Dwelling House Mado no ie,  la casa prefabbrica realizzata basandosi sullo stile di vita delle persone che la abitano.

Argento Vivo, la cucina italiana vincitrice del Good Design Award 2009

Argento Vivo, la cucina italiana vincitrice del Good Design Award 2009

Stavolta invece ad avere la meglio è la nostrana Argento Vivo, elegante, con la sua struttura che ruota intorno all’isola,ossia il banco dalle estremità circolari che si colloca nel mezzo della stanza. L’attenzione ai dettagli è senza dubbio uno degli aspetti su cui Pezzetta si è soffermato maggiormente: il piano in sottile acciaio lucidato, il lavello rotondo a filo, il tavolo di appendice con il piano in cristallo complanare e il rubinetto telescopico. Al di là dell’estetica, la cucina ha saputo sposarsi anche con una perfetta dimensione funzionale: ogni cosa è infatti accessibile da entrambi i lati dell’isola, grazie al movimento lungo l’asse longitudinale. Argento Vivo testimonia ancora un’altra volta che all’eleganza, tratto distintivo del design “made in Italy”, difficilmente si riesce a resistere.

di Alessia Barbiero

Cotone rosso sangue

22 gennaio, 2010

cotoneUn appello ai grandi retailer internazionali dell’abbigliamento per non vendere vestiti realizzati con il cotone coltivato in Uzbekistan. È l’iniziativa congiunta dell’associazione umanitaria Anti-Slavery International e dell’associazione ambientalista Environmental Justice Foundation (Ejf) contro lo sfruttamento del lavoro minorile nell’ex repubblica sovietica dell’Asia centrale.

Ogni anno fra settembre e dicembre il governo uzbeco costringe circa 200mila bambini a lasciare le scuole e ad andare con i maestri a lavorare nei campi per la raccolta del cotone. Ognuno di loro deve caricare una quota giornaliera che può raggiungere i 50 chili. Chi si rifiuta di lavorare o non raggiunge gli obiettivi viene minacciato, picchiato o espulso dalla scuola. Lavorano fra i campi dai sette anni in su, a mani nude, senza poter bere acqua potabile, pagati 3-4 centesimi di dollaro per ogni chilo di cotone raccolto.

I proprietari dei campi ricevono un compenso vessatorio, pari a un terzo del valore di mercato dell’oro bianco, che è di 1.15 dollari al chilo. L’Uzbekistan, terzo esportatore e sesto produttore al mondo di cotone (800mila tonnellate all’anno), in questo modo copre da solo il 60% dei ricavi dell’export, più di un miliardo di dollari.

Ma non è tutto. La coltivazione estensiva del cotone senza macchinari ha provocato un disastro ambientale di enormi dimensioni. Il lago d’Aral, un tempo il quarto più grande del mondo, si è ridotto al 15% del suo volume originario per la massiccia deviazione delle sue acque nei canali di irrigazione. Ben 24 specie di pesci sono scomparse e decine di migliaia di abitanti che vivevano sulle sponde del lago sono diventati rifugiati ambientali, essendosi esaurita la fonte dell’economia locale.

ragazzo di 13 anni mentre raccoglie il cotone in un campo vicino a Bukhara (foto di Nicole Hill)

ragazzo di 13 anni mentre raccoglie il cotone in un campo vicino a Bukhara (foto di Nicole Hill)

Nonostante il governo di Islom Karimov, in carica dal 1991, abbia dichiarato di aver messo fuori legge il lavoro infantile, Ejf e Anti-slavery International hanno ottenuto alcune immagini che mostrano bambini a lavoro durante il raccolto del 2009. A fine dicembre le due associazioni hanno chiesto alle grandi catene H&M e Zara di sospendere la vendita di prodotti realizzati con cotone uzbeko. Da un’inchiesta dell’Independent World Report è emerso che H&M non chiede ai propri fornitori l’origine del cotone, mentre Inditex, proprietaria di Zara e Bershka, si rifornisce in Bangladesh da Beximco Textiles che ha ammesso che il 45-50% del cotone acquistato proviene dall’Uzbekistan.

Mentre i governi europei mantengono rapporti commerciali con la repubblica asiatica, 25 aziende hanno preso un impegno pubblico a non usare cotone uzbeco, come riporta il sito dell’International Labor Right Forum. Una misura da adottare, auspicano le associazioni, insieme all’applicazione di una etichetta su tutti i vestiti che garantisca che il vestito non sia stato realizzato con lavoro minorile. Come ricordano le associazioni, comprare cotone uzbeco significa anche finanziare una dittatura che tortura gli oppositori politici e soffoca con le armi le manifestazioni di civili.

di Daniele Monaco

Silvia

21 gennaio, 2010

Silvia (img. 01)

Silvia (img. 01)

Silvia è una giovane studentessa di design e appassionata di fotografia. Le sue foto hanno quell’atmosfera un po’ malinconica e nostalgica delle polaroid (sebbene polaroid non siano) che fanno pensare al passato, sarà per gli abiti particolari e dal sapore un po’ retrò che lei preferisce indossare, sarà per i suoi grandi occhi azzurri o per i colori pastello tenui che spesso vi si ritrovano. Qualunque sia il motivo, lo stile di Silvia ci ha subito colpiti e abbiamo deciso di farle qualche domanda sul suo modo di affrontare la moda nella vita di tutti i giorni.

“Di sicuro la moda influisce sul miei ritardi cronici, sul tempo non indifferente che passo davanti all’armadio/specchio, e ultimo, non per importanza, sul mio portafogli! A parte questo, amo la moda soprattutto perché credo che ogni giorno mi permetta di rappresentare la mia interiorità, il mio essere, magari l’umore della giornata, oppure rispecchia il tempo che c’è fuori. Sono convinta che vestirsi dia la possibilità a tutti di essere, in qualche modo, degli artisti, in alcuni casi più semplicemente degli esteti.”

Fasciata sotto lo strato del suo cape grigio (img. 01) o della mantella a frange (img. 02), Silvia riesce a far risaltare i propri outfit grazie ad accessori sempre ben scelti, come le originali headband e le sue borse portate a mano, e grazie a bijoux originali, con un certo interesse verso le calze coprenti, da indossare sotto t-shirt basic oversize o abiti di chiara ispirazione vintage (img. 03).

“Non credo di avere dei feticci nel campo della moda, come stilisti o marchi preferiti, una cosa deve conquistarmi subito e non penso mai se rientri nel mio stile oppure no. Direi che amo gli abiti romantici di Alberta Ferretti, Chloé, Bottega Veneta e Blumarine. Ah, e mi è molto piaciuta la collezione primavera-estate 2010 di Balmain e Balenciaga e consiglio a tutti Atos Lombardini.”

Silvia è di Brescia e può dare molti consigli su dove acquistare dei bei vestiti: “Rebelot, Penelope, Ngf e Axel a Brescia. E’ impossibile per me non citarli. E poi naturalmente acquisto anche da H&M (COS compreso), Zara e Topshop, e ultimamente ho anche cominciato a frequentare i mercatini dell’usato, ottimi per i pezzi unici e i prezzi contenuti.”

E quale è l’outfit preferito di Silvia?

“Maglione o camicia oversize, leggings, décolleté con plateau e giubbino di pelle, il tutto condito con strati di bigiotteria ed una fascia sui capelli portata alla rambo.”

di Sara Moschini

Silvia blog: http://thegardasguide.blogspot.com/

Silvia Lookbook: http://lookbook.nu/user/1784-Silvia-S

Silvia Flickr: http://www.flickr.com/photos/36057542@N06/

Milan Men’s Fashion Week

20 gennaio, 2010

Si è concluso a Milano il consueto appuntamento con la Men’s Fashion Week per l’autunno-inverno 2010-2011. Dal 16 al 19 gennaio sono scesi in passerella i migliori stilisti per regalare il nuovo look del prossimo anno.

modelli come statue per il party Paul&Betty (foto Michele Miele)

Tra sfilate, feste e presentazioni abbiamo visto capi tradizionali e classici come quelli di Ferragamo, ma anche rivisitazioni di un intramontabile come il mocassino da parte di Gucci.

Anche Paul&Betty ha presentato la sua nuova collezione di scarpe da uomo con il party Absolutely Fabulous all’Old Fashion Café.

A rappresentare il brand lo stilista Joshua Fenu, che per la serata ha richiesto uno stile anni ’80, seguito dal suo stylist Marco Ferra e con la collaborazione di Zeroottouno per jeans e magliette, e di Jumper’s per gli occhiali.

Jeans vissuti, giacche in panno, mocassini lucidi lunghi e stretti con quell’aria english un po’ retrò, per una collezione giovane, elegante, sofisticata e … assolutamente sexy!

di Melania Guarda

party Paul&Betty

foto Michele Miele e TiPics www.photoreportage.info

AU REVOIR SIMONE: keyboard sweetness

20 gennaio, 2010

il gruppo delle Au Revoir Simone

No signori, non state guardando un frame dal film Il Giardino delle Vergini Suicide, né un servizio fotografico di Vogue. Anche se le tre ragazze in questione hanno alle spalle decine di lavori per la moda, la loro prima e unica occupazione è la musica.

Erika Forster, Annie Hart e Heather D’Angelo, capelli lunghi e lisci, frangette sugli occhi, altezza e appeal da modelle, altro non sono che le ormai celebri Au Revoir Simone, gruppo tutto al femminile, che basa il proprio sound sulle melodie delle tre tastiere e sulle armonie create dalle tre voci. Una ricetta semplice, ma efficace, che le ha portate ad essere considerate alla stregua dei grandi gruppi della musica alternativa contemporanea, grazie anche alla bella presenza e allo stile delle tre ragazze, che non ha lasciato indifferenti pubblico e critica.

Il primo Ep viene pubblicato nel 2005, una raccolta di otto brani chiamato Verses of Comfort, Assurance & Salvation, ma è con il primo album, The Birds of Music, che le tre ragazze si fanno davvero notare. L’album piace, loro pure e il gioco è fatto.

Au Revoir SimoneLunghi abiti a fiori o decorati con fantasie etniche, mollette e headband nei capelli, camicette e gonne larghe. Le influenze stilistiche delle Au Revoir Simone passano da quelle del vintage a quelle degli anni ’70 e delle comunità hippy, tra il virginale e il sensuale, proprio come la loro stessa musica, spesso allegra, innocente e avvicinabile alle sonorità del brit-pop e del folk, ma con un risvolto elettronico più aggressivo e ancora più incisivo, perché nascosto e inaspettato. Altre volte ancora le canzoni assumono un tono più soave di matrice trip-hop che va ad assecondare l’aspetto più mistico dell’immaginario del gruppo di Brooklyn.

Purtroppo un’estetica così pronunciata può essere un’arma a doppio taglio e le Au Revoir Simone sono state spesso accusate di tanta carineria e poca sostanza. Le critiche non sembrano però aver toccato le ragazze, che hanno pubblicato il loro terzo album Still Night, Still Light nel 2009, ricevendo una promozione da Pitchfork, sito che non era stato così clemente nel giudicare le precedenti prove della band, e più in generale da tutta la critica musicale, affermando il loro statement di artiste a tutto tondo.

Il modo migliore per rispondere a dei giudizi negativi è dimostrare l’esatto contrario e le Au Revoir Simone lo hanno fatto donandoci una prova tangibile e soprattutto ascoltabile del loro talento.

di Sara Moschini

sito web: http://aurevoirsimone.com/

video Sad Song: http://www.youtube.com/watch?v=gFG-cUQ1a8k

video Fallen Snow: http://www.youtube.com/watch?v=xXmKpB9dn3c

Giorgio Scerbanenco – I ragazzi del massacro

20 gennaio, 2010

Garzanti 1999, 230 pp., 9,50 euro.

In una puntata dei Simpson, Lisa prepara un esperimento scientifico per dimostrare che Bart, suo fratello, è più stupido di un criceto. Va in un negozio di animali e chiede al commesso il criceto più intelligente che ha. Il baffuto gestore fruga a caso in una scatola piena di animaletti tutti uguali, ne sceglie uno e dice a Lisa: “Questo è il più intelligente di tutti: scrive romanzi gialli”. E come fa un criceto a scrivere romanzi gialli? Semplice, immagina la fine e poi va a ritroso. Bart poi si scoprirà essere molto più stupido di un criceto, ma questa è un’altra storia. L’importante ora è notare che il senso comune della produzione di un giallo/noir/poliziesco funziona all’incontrario. Parte dalla fine e deduce l’in(d)izio. Questa dinamica è sorprendente perché di solito è il contrario, mi immagino un inizio, comincio fisicamente a scrivere dalla prima pagina e poi vedo che succede. Lascio che la storia si scriva da sola.

Ne I Ragazzi del massacro di Scerbanenco non succede nessuna di queste due cose. Perché è un libro che comincia dalla metà. Dal mezzo. Come tutta la letteratura di genere, inizia in medias res, a massacro avvenuto. Una dolce maestrina di scuola serale viene trovata uccisa brutalmente dopo la lezione dai piccoli delinquenti che stava cercando di educare. Tutti i ragazzini accusano indefinitamente i compagni proclamandosi innocenti, di modo da rendere impossibile un qualche avanzamento delle indagini. Duca Lamberti però non si fida e ha l’intuizione che qualcuno, un adulto, abbia organizzato e aizzato gli altrimenti inesperti ragazzi all’omicidio di gruppo.

Qui inizia la parte centrale del libro, quella in cui succedono le cose. La fine, incredibilmente, non è con il botto. Il colpevole viene rivelato presto e il suo ruolo comunque era chiaro già da un bel po’, gli mancavano solo un nome e un passato, roba di poco conto.

Tutto questo funziona perché Scerbanenco, nella sua breve vita, ha avuto una produzione vastissima. Centinaia di titoli in relativamente pochi anni che dimostrano una cosa: velocità. Scerbanenco i libri li scrive in fretta. Non nel passato (l’inizio), non nel futuro (la fine) ma nell’attimo presente. Nel mezzo. E la velocità si prende solo dal mezzo, nel mezzo. Non c’è tempo per il resto.

I ragazzi del massacro è una macchia che si spande di cui il centro coincide con il centro del libro e i bordi con l’insignificante inizio e l’ancor più insignificante fine. D’altra parte lo diceva anche Deleuze: “Da dove partite? Dove volete arrivare? Sono domande davvero inutili. Fare tabula rasa, partire o ripartire da zero, cercare un inizio o un fondamento, tutto questo implica una falsa concezione del viaggio e del movimento”.

Scerbanenco ha scritto troppo per permettersi di sapere da dove partire e dove arrivare. Ma ha scritto abbastanza per sapere dov’è.

di Jacopo Cirillo

http://www.finzionimagazine.it

http://www.twitter.com/finzioni

Gli odori, i colori e i suoni dell’artigiano-artista

19 gennaio, 2010

Gianni Rodari ne aveva cantato gli odori, in una sua famosa filastrocca. Ora una mostra trasforma queste sensazioni olfattive in fotografie da ammirare, capaci di rendere omaggio a una professione, quella dell’artigiano, sempre più in bilico nella realtà di oggi e destinata con il tempo a essere solo un lontano ricordo. Gli odori dei mestieri è la collettiva, curata da Linda Filacchione e Marina Zatta, fino a venerdì ospitata all’interno del suggestivo Spazio Vista, a due passi dalla splendide cornice romana del Colosseo.

Raccoglitore di ferro, Mosè Ferrari

Raccoglitore di ferro, Mosé Ferrari

E’ qui che artisti emergenti e nomi affermati nel panorama artistico italiano hanno voluto, con i loro clic, immortalare le fatiche quotidiane degli artigiani, instancabili lavoratori e artisti a tutti gli effetti, capaci di plasmare con le loro mani opere uniche e personali. La realtà del mondo artigiano, effimera nell’epoca della produzione di massa, merita – sottolinea Linda Filacchione – di essere documentata «prima che scompaia del tutto» perché «è frutto dell’impegno fisico e intellettuale, risultato esclusivo della creatività e manualità dell’uomo».

Detto e fatto. Ecco quindi Valeria Bulla, Loredana Matteoli, Paolo Schifano e Mosé Ferrari insieme ad altri, pronti a «alzare le saracinesche di ciabattini, sarti, barbieri, fornai, pescatori, per raccoglierne ogni odore, ogni segreto,ogni gesto» continua Linda.

Il folletto del cuoio, Valeria Bulla

Il folletto del cuoio, Valeria Bulla

L’Italia compare al completo, dalle tradizioni della terra di Sardegna (captate nei lavori di Valeria Bulla) ai pescherecci che approdano sull’isola di Capraia, in Liguria, documentati nella serie proposta da Federico Bernini. E ancora la Puglia, con i suoi colori, con i pennelli dei barbieri e il carretto che raccoglie il ferro, come ci mostra Mosè Ferrari. Non manca la Sicilia di Michele Lombardo, con il suo degrado e le sue solitudini ma nello stesso momento con il suo orizzonte, così intenso da ricordare i film di Sergio Leone.

C’è di tutto e un po’ nel lavoro di questi fotografi nostrani, ma soprattutto c’è la voglia di dare voce «alla magia delle mani che creano – spiega Eleonora De Blasio a proposito delle sue opere – a quell’emozione e a quella passione» che si trovano nascoste dietro i lavori «di un anziano lucidatore che fa rivivere, con antichi segreti, vecchi legni».

di Alessia Barbiero

Informazioni mostra: Gli odori dei mestieri, VISTA Arte e Comunicazione, via Ostilia 41, Roma (zona Colosseo). Fino a venerdì 22 gennaio, www.soqquadro.eu

La filastrocca di Gianni Rodari, a cui si ispira il titolo della mostra:

Io so gli odori dei mestieri:

di noce moscata sanno i droghieri,

sa d’olio la tuta dell’operaio,

di farina sa il fornaio,

sanno di terra i contadini,

di vernice gli imbianchini,

sul camice bianco del dottore

di medicine c’è buon odore.

I fannulloni, strano però,

non sanno di nulla e puzzano un po’.

B.

19 gennaio, 2010

Semplicemente B. (o meglio Beeeee) si fa chiamare questo ragazzo nel suo Lookbook, non dandoci altre informazioni, se non che ha una sorella (anche lei lookbooker e per la quale B. fa un sacco di pubblicità) e che è un ragazzo sicuramente un po’ fuori di testa, ma pieno di energia, ironico e passionale. Gli abbiamo fatto qualche domanda su quello che pensa della moda e come la affronta nella sua vita quotidiana.

“La moda è qualcosa di davvero unico per me, è una sfida. Ci sono così tanti stili da scegliere e un milione di abbinamenti possibili. Non puoi sapere se qualcosa ti sta bene finché non la provi e vedi come reagiscono le altre persone attorno a te. Cerco sempre di assicurarmi che il mio stile mi rappresenti, che rappresenti il tipo di persona che sono e quello che sento.”

Lo stile di B. è il perfetto urban style, jeans né troppo larghi né troppo stretti, délavé o classici, da indossare con felpa di ispirazione vintage o giacchino rigorosamente aperto sulla t-shirt, bianca o con giochi grafici (img.01, 03). Quando c’è bisogno di qualcosa di più chic, allora la felpa diventa blazer di tessuto lucido, più elegante, e compaiono occhiali dalla montatura particolare e orologi indossati come preziosi gioielli (img.02).

B. (img. 03)

B. (img. 03)

Le scarpe adatte a qualunque tipologia di outfit sono naturalmente le comode e duttili sneakers: “Adoro le sneakers. Magari prima o poi mi stancherò di indossarle, ma per ora è tutto ciò che ho nel mio armadio!”

Sembra un ragazzo molto sportivo, B., ma poi ci confessa: “Non uscirei mai senza avere addosso il mio profumo! Hugo, Bulgari, o Ferragamo, i miei preferiti in assoluto.”

Parlando invece di abiti, vediamo dove B. è solito fare acquisti. “La maggior parte del tempo faccio shopping nei centri commerciali, o in piccoli negozi che vendono solo cose da uomo, o anche nelle boutique con i cartelli sconto del 50%! Dipende soprattutto da quello che sto cercando.”

E il suo outfit preferito?: “Mi piace mescolare e abbinare capi diversi, ma direi che il mio outfit preferito è molto semplice: jeans e t-shirt.”

di Sara Moschini foto Rinchen

B.  Lookbook: http://lookbook.nu/beeee

B. blog: http://www.beeeee.co.cc/