BLOG

Edward Hopper, il padre del Realismo Americano a Milano

Posted by:admin on dic - 10 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

Morning Sun,1952

Morning Sun, 1952

Uno degli eventi artistico-culturali di fine anno è sicuramente la mostra dedicata al più noto e popolare artista americano del XX secolo: Edward Hopper. La mostra, promossa dal Comune di Milano-Cultura e dalla Fondazione Roma, vede per la prima volta la partnership culturale con il Whitney Museum of American Art di New York e la Fondation Hermitage di Losanna.

La tappa milanese, che continuerà fino al 31 gennaio 2010, è organizzata e coordinata da Palazzo Reale, con la collaborazione di Carter Foster, curatrice del Whitney Museum.

La mostra ripercorre “tutta” la produzione di Hopper, ma pur presentandosi come una delle più grandi antologie dell’artista, non raccoglie le sue opere più importanti, quali ad esempio NY movie e Nottambuli. Si tratta piuttosto di un percorso di ricerca, che traccia l’evoluzione stilistica dell’autore attraverso le opere della formazione e della successiva affermazione.

Soir Bleu, 1914

Soir Bleu, 1914

Suddivisa in sette macro stanze, l’esposizione ha inizio con il periodo parigino, in cui Hopper subisce e rielabora gli impressionisti fino ad arrivare, passando per Le bistrot (1909), al capolavoro di questo periodo, Soir Bleu (1914), in cui chiaro è il rimando a Picasso. Si procede con il periodo “classico” e più noto degli anni ‘30, ‘40 e ’50 (Girlie Show del 1941, in mostra per la prima volta; Pennsylvania Coal Town 1947; Morning Sun 1952), per concludere con le grandi e intense immagini degli ultimi anni (Second Story Sunlight 1960, A Woman in the Sun 1961). Inoltre una sessione dedicata all’erotismo nella concezione artistica del pittore americano.

A woman in the sun, 1961

A Woman in the Sun, 1961

Il percorso prende in esame tutte le tecniche usate da Hopper: l’olio, l’acquerello e l’incisione (famosissima Locomotiva), con una particolare attenzione ai disegni preparatori. Eccezionalmente è presentato anche uno dei suoi Artist’s ledger Book, i famosi taccuini che riempiva insieme alla moglie.

Con più di 160 opere che commemorano il grande artista statunitense, in mostra si può ammirare al tempo stesso il percorso delle icone del design e dell’architettura americana: dai grattaceli alle fabbriche, dalle ciminiere ai serbatoi dell’acqua, fino ad arrivare ai pali della luce. In quadri pensati architettonicamente, quando non propriamente cinematografici, le tele palesano una sorta di ricerca di equilibrio fra ciò che è naturale ed artificiale.

Allo stesso modo appare chiara la partecipazione (probabilmente non ricercata dall’autore, che si sentiva vicino più all’Europa), all’ “epopea” americana di affermazione nel campo dell’arte contemporanea, a cui contribuì anche il Whitney Museum , con la sua attenzione per gli artisti contemporanei, promuovendo già nel 1920 una personale dell’artista, e ricevendo dalla moglie Josephine, dopo la morte del marito, una parte delle sue opere.

Una grande esposizione-studio che terminato il tempo milanese, proseguirà a febbraio a Roma, per poi avere fine a Losanna.

di Giovanni Bertuccio

Per maggiori informazioni: www.edwardhopper.it

Alla galleria Photology le po-p.laroid di Christopher Makos

Posted by:admin on dic - 3 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

alcune Polaroids di Makos

alcune Polaroids di Makos

Se il profeta del movimento pop altri no può essere che Andy Warhol, allora il compito di catturare l’insieme di quell’immaginario spetta sicuramente a Christopher Makos, in mostra con le sue Polaroids a Milano.

Scelto come fotografo ufficiale della Factory e dello stesso Warhol entra ben presto nell’ambiente pop, lo stesso che, successivamente, lo indicherà come il fotografo più moderno fra la scena pop.

Nato in Massachussetts nel 1948, si sposta a Parigi per studiare architettura e poi a New York dove subisce il fascino dell’immaginario pop, che nei primi anni ‘60 giunto dalla Gran Bretagna, trova negli Stati Uniti terreno fertile per insediarsi ed espandersi.

Ed in pieno spirito di quel tempo, Makos si proietta all’esterno: guarda, si lascia incuriosire, vive la nuova vita che gli si presenta davanti, forse la subisce, quel che è sicuro è che attraverso le sue polaroid riesce a bloccare, in un certo senso, quelle sensazioni, permettendoci di riviverle attraverso le immagini. E proprio a questa capacità evocativa che allude al suo amico e stilista Calvin Klein quando afferma:

“… le Polaroids di Christopher sono una vitale reliquia di una specifica era: gli anni ‘70 e i primi anni ‘80. Che periodo di incredibile energia ed eccessi! Le persone uscivano tutta la notte, lo Studio 54 era sempre affollatissimo, New York era il fulcro di ogni avvenimento e uscire era frenetico,eccitante e molto divertente! Nonostante questa possa sembrare una contraddizione, in un certo senso era un’epoca di maggiore innocenza e questo è ciò che le sue foto catturano”.

Non si può non essere d’accordo sulla natura innocente delle immagini proposte. Sembra quasi di essere davanti al racconto per immagini di un diario: si narrano viaggi, amicizie, eccessi, follie. Speranze e sogni. E anche quando i soggetti si rappresentano nudi in preda ad una ipsazione (o nel suo momento culminante) il risultato non sfocia nel volgare se visto proprio alla luce della ricerca di quell’innocenza o nel volere fissare la sete di vita (chiara evocazione del liquido seminale), che animava quegli anni. Gli anni delle icone rock e dei consumatori di servizi. Gli anni in cui il nuovo stava diventando l’abitudine e ancora ci si poteva entusiasmare per i prodotti della società di massa, per la forza persuasiva della pubblicità e per gli oggetti prodotti, tanto da erigerli a vere e proprie opere d’arte. Makos ci racconta tutto questo, ci mostra un pezzo di Storia in piena sintonia con le capsule del tempo del suo amico Warhol.

di Giovanni Bertuccio foto galleria Photology www.photology.com

Informazioni mostra:

Christopher Makos Polaroids, galleria Photology, via Moscova 25, Milano.

Fino al 15 gennaio 2010, lun-ven: 11.00-19.00

Le illustrazioni agrodolci di Courtney Brims

Posted by:admin on dic - 1 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

Agrodolce. È solo un aggettivo che può descrivere il lavoro di Courtney Brims, così complesso e controverso non tanto nella tecnica quanto piuttosto nella scelta scenica. Le opere di questa giovane illustratrice australiana prendono spunto dal mondo delle favole e dei ritratti vittoriani, macchiano di rosso i sogni e descrivono in maniera velata e quasi malinconica gli incubi. Mischiano bene e male, uniscono la dimensione fantastica a quella del mistero tenebroso, lasciando in bocca quel doppio sapore, l’agrodolce appunto.

E per farlo bastano principalmente la grafite e le matite colorate, a cui si aggiungono alle volte diversi materiali, dai tessuti al pizzo, dalle pelle al legno per rinvigorire alcuni dettagli. Il tutto è condito con una buona dose di fantasia, che di certo a Courtney non manca: a farle da musa ispiratrice sono i sogni da bambina, non a caso i soggetti da lei ritratti sono sempre giovani donne o animali, presi in prestito proprio dal mondo delle fiabe. Ecco quindi cappuccetto rosso in versione sanguinosa e carnale (il rosso delle labbra è forte e prorompente) o Biancaneve in stile dark (la mela sembra perdere sangue) o ancora animali idilliaci, come un cerbiatto, immortalati però con le ragnatele fra le corna, quasi a dire che non tutto è roseo come sembra, quasi a riscoprire il velo drammatico nascosto dietro all’eden apparente: «Mi piace il mistero che si cela dietro a questi due soggetti – racconta – chi guarda i miei disegni vorrei che per un attimo riflettesse su cosa sta accadendo nell’immagine. Non mi piace che sia tutto chiaro dall’inizio».

Blossom
Blossom

Per quanto ci provi a sostenere che nelle sue opere il lato macabro sia solo apparente e non intrinseco («quando le persone guardano i miei lavori mi piace siano avvolti da un senso di nostalgia e curiosità», dice Courtney), il lato oscuro riecheggia fortemente quando parla dell’opera che più l’ha lasciata senza parole: «L’Ophelia, di John Everett Millais, – spiega – sono sempre stata affascinata da quel quadro, l’ho visto un paio di anni fa a Londra, alla Tate Gallery e ne sono rimasta subito colpita, per la sua grandezza e per la ricchezza di colori». Ma la vera fonte di ispirazione, al di là degli artisti che può amare, è la natura, da sempre stimolo continuo per la sua creatività: «È qualcosa che non mi stancherei mai di esplorare – confessa -, perché c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Mi piacciono i documentari sulla natura e mi ricordo come da bambina mi emozionavo sfogliando il National Geographic».

Darkness Creeps

Darkness Creeps

E l’illustrazione, fortemente esplosa come forma d’arte negli ultimi anni, è per lei oggi l’unico modo per descrivere il vortici di emozioni che sente. Ci aveva provato Courtney Brims a stare lontana da matite e colori, ma senza successo. La passione infantile si era scontrata, crescendo, con la realtà: «tutto ciò che volevo era essere una vera artista, ma più diventavo grande più mi convincevo che non avrei potuto sopravvivere appoggiandomi solo sulle mie creazioni. Ho smesso di disegnare dopo aver finito la scuola, concentrandomi sull’università e lavorando come designer per interni». Però quando l’arte è nel dna di una persona a poco può la razionalità: «Sono arrivata al punto di non poter più stare senza i miei disegni. Avevo così tante idee in testa che ho pensato potesse scoppiare, così ho rischiato, ho lasciato il mio lavoro e trasformato la mia passione in una carriera». Al cuor non si comanda, giusto? E così sia.

Per informazioni: http://www.courtneybrims.com/

di Alessia Barbiero illustrazioni Courtney Brims

Testimonianze di guerra in onore della pace alla Rotonda della Besana

Posted by:admin on nov - 26 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

Stuart Franklin, Tienanmen 1989

Stuart Franklin, Tienanmen 1989

In uno spazio nato per essere un cimitero, oggi alla Rotonda di via Besana è di nuovo la Morte ad essere protagonista. Con 84 foto dei principali conflitti mondiali, la mostra Ombre di Guerra, curata da Contrasto, su iniziativa della Fondazione Veronesi e del Comune di Milano (nell’ambito della Conferenza internazionale Science for Peace), propone la Guerra e la Morte per riflettere sulla vitale importanza della Pace.

Un percorso storico che muove dalla guerra civile spagnola del 1936 (anno a cui si fa risalire l’esordio della fotografia come forte documento di cronaca) fino ad arrivare alle vicende afgane del 2007;  in mostra le foto icone del “secolo dell’odio”.

Robert Capa, Spagna 1936

Robert Capa, Spagna 1936

Si propone una storicità per immagini che parla il linguaggio di grandi nomi della fotografia e del successo dei loro scatti, attraverso le riviste di tutto il mondo, da Vu a Life, da Magnum a Observer. Tra i fotografi presenti anche i vincitori di premi prestigiosi quali il Pulitzer (Adams, con un suo scatto del ’68, con cui si aggiudicò anche il Word Press Photo), e il Press Award (Cagnoni nel ’69, Franklin nel 1989).

I nomi sono quelli di Capa, Tera, Seymour, Bischof, Khaldei, Bresson, White, Mccullin, Griffiths, Huet, Ben-Am, Nachtwey, Green e molti altri, che hanno vissuto in prima persona, e dunque da esseri umani, la tragedia della guerra, l’insensato macello che vede uomo contro uomo.

Eddie Adams, Vietnam 1968

Eddie Adams, Vietnam 1968

Tema centrale della mostra è  portare  lo spettatore a riflettere sulla scelta di alcuni di rischiare la vita per denunciare la morte. Con l’anniversario della caduta del muro di Berlino si ribadisce ancora una volta la necessità di abbattere questi muri e di superare le barriere che ci dividono, per poterci ri-conoscere fratelli. Se “scripta manent”, ancora più forte è il potere dell’immagine, che in questa mostra si traveste da specchio. Gurdando ogni scatto, infatti, vediamo ciò che l’uomo è capace di fare al suo prossimo, il suo nemico. Disarmati, appuriamo ciò che la Ragione ci ha fatti divenire. Ed è proprio sull’abbandono della Ragione, che l’organizzatore esorta l’Evo contemporaneo, spronandolo al riconoscere l’importanza del Mithos in opposizione al Logos, per tentare di trovare una via nuova per la Pace.

Basta con i popoli che fungono da capri espiatori, basta con le guerre in nome della democrazia. Solo cosi possiamo scrollarci l’ombra di morte che le guerre stagliano sulle nostre coscienze, ben chiara nell’immagine di Green scattata nel ’95 in Cecenia. Sottile appare, in merito, il piccolo elenco che si vede entrando all’esposizione: cifre ingenti che mostrano quanto ogni anno gli Stati spendano in armamenti, e che denunciano quanto sia fruttifero il mercato e l’industria della guerra. Forse che l’unica ragion d’essere delle guerre è quella di andare a riempire le tasche di una certa oligarchia?

di Giovanni Bertuccio

Rotonda della Besana

via Enrico Besana 12, Milano

Orari: mart, merc, ven, sab, dom: 9.30 – 19.30

Al mattino visite guidate in 2 turni (9.30 e 11.00) dal 20 novembre al 19 dicembre 2009 (esclusi i giorni 7 e 8 dicembre 2009)

ingresso libero

L’architettura urbana ora viaggia sullo schermo

Posted by:admin on nov - 24 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

Cinque film, un unico scopo. Quello di Giampiero D’Angeli e Alice Maxia è un progetto che non ha paragoni. Sul grande schermo scelgono di mostrare e raccontare l’architettura e la fotografia italiana, ripercorrendo le tappe lavorative e spirituali di cinque artisti di fama consolidata. Il cinema ritorna così educativo, riscopre i valori al di là del suo lato puramente ludico. «Il perché di questo lavoro? C’è troppo poco spazio nella televisione italiana per la cultura», aveva detto D’Angeli in occasione dell’anteprima del docu-film Gabriele Basilico. Tant’è.

Gabriele Basilico

Gabriele Basilico

Quello sul fotografo milanese è solo il primo dei cinque passi percorsi da questa coppia di giovani amanti del cinema, sceneggiatore lui, autrice lei. Dopo Basilico, le telecamere hanno immortalato le gesta artistiche di Gianni Berengo Gardin, Franco Fontana, Mimmo Jodice e Ferdinando Scianna, soffermandosi sulla loro complessità artistica, sul perché delle loro scelte, dei soggetti ma scoprendo anche la personalità di ciascun fotografo, l’anima che si nasconde nella camera oscura.

Mimmo Jodice

Mimmo Jodice

Si tratta di un viaggio tra le città, che permette di studiarne l’ architettura urbana: con Basilico si scopre così la Milano abbandonata e sola delle periferie, si allungano gli occhi sugli alti edifici che privano il centro meneghino dell’infinità dell’orizzonte. Ci si sposta poi in Francia, si sorvola la Silicon Valley e si resta senza parole davanti alle rovine, morte eppure così piene di vita, di Beirut. Sguardi lenti, quelli di Basilico, perché è solo attraverso la contemplazione che il fotografo riesce a dare vita a ciò che immortala. Sguardi lenti, perché la prima lezione che un fotografo deve imparare è di lasciare alla fotografia il tempo di maturare e di rispettare l’oggetto che ha di fronte, sia esso un edificio abbandonato o una persona.

Gianni Berengo Gardin

Gianni Berengo Gardin

Con Gardin si torna a viaggiare: dalla Venezia dei suoi lavori primordiali ai tanti reportage in giro per il mondo, come quello sugli ospedali psichiatrici, sul movimento del 1968 o sugli zingari.

Ci ripensa Scianna a rientrare in Italia, con i suoi lavori, estremamente letterari, sulla Sicilia e sulla sua musa, la top model Marpessa, che posa per lui nello scenario di una terra piena di storia.

Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna

Sempre nel Bel Paese si sviluppano i lavori di Mimmo Jodice, che dalla sua Napoli racconta se stesso, il proprio lavoro e ripercorre, attraverso una presa diretta dei luoghi cardine della civiltà mediterranea e di culto per gli amanti dell’archeologia, le tappe salienti della sua memoria, esorcizzando paure, dubbi e inquietudini.

Franco Fontana

Franco Fontana

Ultimo, ma non per importanza, Fontana con i suoi luoghi dal significato interiore. Poco importa dove le sue immagini prendono vita, ciò che conta è quello che sono in grado di esprimere. Ecco che forme, materia e ombre assumono una nuova potenze emotiva: «Per interpretare il paesaggio – confida Fontana – devi diventare il paesaggio. Grazie a questa simbiosi, tu non illustri ma crei».

Cinque storie, cinque voci, ora raccolte in un unico punto di vista.

di Alessia Barbiero foto Giart-Visioni d’Arte

video: http://www.youtube.com/watch?v=2A-z_nPpMpU

Gli anni ’80 in mostra a Monza

Posted by:admin on nov - 19 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

Gli anni '80“Non si esce vivi dagli anni ‘80”, cantavano gli Afterhours, mentre Raf si chiedeva “cosa resterà degli anni ’80”.

Entrambi i punti di vista trovano spazio all’interno della mostra Gli anni ’80. Il trionfo della pittura da Schifano a Basquiat,curata da Marco Meneguzzo e promossa dal Comune di Monza, col patrocinio e il contributo della Regione Lombardia e della Provincia di Monza e Brianza.

Il percorso espositivo si articola in due luoghi simbolo della città, il Serrone della Villa Reale e l’Arengario, dove sono presentate un centinaio di opere dei principali movimenti artistici e delle maggiori personalità del periodo, dalla Transavanguardia italiana ai Nuovi Selvaggi tedeschi, dai graffitisti statunitensi alla Young British Sculpture, dagli Anacronisti italiani alla Figuration Libre francese.

Schifano, Paladino,Chia,Clemente, Baselitz, Kiefer, Middendorf e Lupertz, sono solo alcuni degli artisti italiani e tedeschi a cui è dedicato il Serrone della Villa Reale. All’Arengario invece, spazio alle esperienze americane e inglesi, con opere di Basquiat, Halley, Schnabel, Barcelò, Kapoor e Tony Cragg. Opere fortemente metropolitane, in cui i graffiti si ergono ad opere d’arte e la strada a musa ispiratrice.

Obiettivo della mostra, cristallino nelle parole di Meneguzzo, è mettere in evidenza quanto negli anni ‘80 l’Italia sia stata fonte di ispirazione europea (e non solo), e di come quel periodo sia stato il decennio dell’arte e degli artisti: ”Nei primi anni Ottanta – in Italia si produce quel tipo di cultura che rappresenta non solo il nuovo, un nuovo stile, ma addirittura un nuovo modo di pensare o, meglio, di guardare il mondo e di viverlo; si comprenderà come l’Italia sia stata per un breve, intensissimo periodo – tra il 1980 e il 1986, all’incirca -, il crocevia del mondo, e come il mondo possa essere stato visto da un prospettiva italiana, che di quel mondo costituiva l’esperimento più nuovo. Dopo la moda – fenomeno planetario e di massa -, e accanto al design, è l’arte – fenomeno altrettanto planetario, ma d’élite – a costituire l’immagine dell’Italia nel globo.” (M. Meneguzzo)

Si afferma il primato tutto italiano della riscoperta del gesto pittorico libero da elucubrazioni concettuali tanto in voga negli anni ‘70. Un ritorno al fare pittorico, e dunque, ad un momento originalissimo nella storia dell’arte, dopo quasi 20 di inerzia quasi totale.

Accanto a questo “cuore artistico” la mostra volge lo sguardo a i rivolgimenti linguistici, sociali e anche politici che hanno reso “storico” il decennio ’80. Sono gli anni dei mondiali. Dei primi sintetizzatori, della caduta del muro di Berlino e della fine della Guerra fredda. Dei paninari e dell’eroina. Della moda che si unisce all’arte. Della strage di Bologna e del design. Gli anni dell’arte e degli artisti. Italiani e non solo.

di Giovanni Bertuccio

Informazioni:

GLI ANNI ‘80. Il trionfo della pittura da Schifano a Basquiat, Monza, Serrone della Villa Reale e Arengario, fino al 14 febbraio 2010.

Per un approfondimento:

www.glianni80.it

http://www.youtube.com/watch?v=_ks4kipn1ak&feature=player_embedded (video del curatore)

Quando scatta Nuvolari

Posted by:admin on nov - 17 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

Tazio fotografo

Tazio fotografo

Artista lo era, non solo in pista. Il pilota «basso di statura, al di sotto del normale», come lo definiva Lucio Dalla, non era solo un asso nello sport, non era solo il mantovano volante, alla guida del motore feroce che tagliava ruggente la pianura. Dietro alle sue corse, dietro ai suoi sprint e alle sue sregolatezze sportive, c’era un uomo con un’aurea creativa enorme, con la voglia di comunicare e con una macchina da presa come unica voce per i suoi pensieri. Proprio nella Mantova che gli diede i natali, fino al 19 dicembre sarà possibile assistere ad una personale dedicata a Tazio Nuvolari automobilista e uomo. Oltre duemilacinquecento negativi scattati dal pilota morto nel ’53 sono riproposti nelle Fruttiere di Palazzo Te sotto il titolo Quando scatta Nuvolari.

A distanza di 56 anni Nuvolari rinasce, come cantava Dalla, nelle foto che lo immortalano in pista, negli attimi che ripercorrono la sua tenacia, la sua voglia di continuare la gara anche quando la sua auto perdeva pezzi o veniva avvolta dalle fiamme. Ma nei negativi, ritrovati, studiati e digitalizzati per intervento della Fondazione Banca Agricola Mantovana e ora mostrati al pubblico, si ritorna a parlare anche di chi era l’uomo diventato leggenda, di chi si celava dietro al casco scuro e agli occhialoni grossi. Le fotografie svelano il dietro le quinte, riscoprono l’anima di Nuvolari, priva di quel “talismano contro i mali” che tanto decantava Dalla: indagano la sua intimità, il suo amore per la velocità e per l’automobile, ma nello stesso tempo riportano alla luce i suoi drammi, risvegliando le sue tragedie personali, come la morte dei due figli, entrambi diciottenni, scomparsi nel giro di pochi anni colpiti da malattia.

Nuvolari, Mille Miglia

Nuvolari, Mille Miglia

Una sofferenza tale che, si dice, Tazio cercò di esorcizzare dedicandosi all’arte e abbracciando l’amore per la fotografia: forse era solo un’effimera consolazione ma imprimendo sul rullino volti, istanti, attimi poteva avere la sensazione di fermare il tempo e immortalare, in qualche modo, quelle vite e quei momenti che sembravano sfuggirgli di mano. Più che una mostra, l’esposizione rappresenta una sorta di diario personale, che il pilota scrive e racconta, parlando dei figli, della moglie, dei viaggi e del mondo della corsa, in cui lui stesso appare sempre in posizione subordinata, mai come protagonista. Il viaggio tra i ricordi di Nuvolari, curato da Gianni Cancellieri e Adolfo Orsi, termina con le immagini del pilota così come la storia lo ricorda, per ripercorrere, ancora la volta, l’epopea mitica di quell’uomo che, citando la canzone che fu scritta per lui, aveva «le mani come artigli» e lo sguardo «di un falco per i figli».

di Alessia Barbiero

informazioni:

Mostra fino al 19 dicembre, Fruttiere di Palazzo Te, Mantova

www.quandoscattanuvolari.it

Claudio Zanni, il pittore della sensualità e della poesia

Posted by:admin on nov - 12 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -
Woman in love

Woman in love

Claudio Zanni vive, lavora e insegna pittura a Leinì, nel piemontese. La sua è una lunga carriera all’interno della quale si è cimentato con ogni forma artistica per poi arrivare alla definizione del suo stile, che ama chiamare ad “olio tirato”. Una sorta di formalismo rigoroso che tuttavia non evita di essere innovativo, donando ai suoi quadri quella luminosità e quella lirica che difficilmente lasciano indifferente sia gli appassionati d’arte sia lo spettatore occasionale.

A colpire, d’impatto sono il cangiantismo dei colori, la resa iper-realistica, non ultimo la scelta dei soggetti. Se si avrà la possibilità di presenziare ad una sua personale, ci si accorgerà che ovunque si volga lo sguardo si verrà rapiti dalla luminosità delle tele, dalla sensualità raccontata, dall’accostamento dei colori, così come dall’interpretazione personale che l’autore sa dare della natura. Il suo approccio nei confronti dell’arte appare quello non di un lavoratore che una volta padroneggiata una tecnica la usa a fini lucrativi; la sua infatti è una vera e propria passione, che fa combaciare la vita con l’arte.

Claudio Zanni

Le sue sono opere che vengono partorite e come tali vanno considerate come sue figlie: esseri dai quali è difficile separarsi. E in quanto figlie raccontano di lui, di come vede la vita attraverso la natura e di come riesce a cogliere la bellezza che a volte è celata a chi sa solo guardare e non vedere. Il suo, ci piace pensarlo, è come uno sguardo che vede il mondo come potrebbe fare un bimbo, con curiosità e con una malizia “smaliziata”. È questo il caso dei suoi ritratti di donne, delle loro posture e dei loro sguardi privi di sesso ma intrisi di una forte sensualità: il giocare a stuzzicare il desiderio e renderlo innocente.

Claudio Zanni

I suoi sono corpi, volti che celano dell’altro, che raccontano sentimenti, circostanze ben precise, attimi di paradiso. Perchè non scordiamocelo, il nostro mondo dovrebbe essere il giardino dell’Eden e lui in un certo modo Zanni ce lo ricorda con i suoi ritratti di bambini e con i suoi paesaggi. Ci invita a non perdere “il fanciullino” che è in noi, rimproverandoci di quanto a volte la condizione dell’adulto sia arida ed elettrificata. Priva di qualsiasi poesia e bellezza.

Un uomo che parla agli uomini attraverso i temi eterni: questo è Claudio Zanni, il pittore della sensualità e della poesia.

di Giovanni Bertuccio

Per un approfondimento: www.claudiozanni.it

L’ “isola nuda” dell’omosessualità nel cinema italiano. Il documentario di Debora Inguglia

Posted by:admin on nov - 10 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

locandina del film

locandina del film

Per quanto stretta sia la gabbia nella quale è rinchiuso, l’uomo riesce sempre a trovare la sua ancora di libertà. Questa sembra dirci la giovane regista Debora Inguglia portando sullo schermo la sua Isola Nuda.

L’isola è Ustica, luogo di confino per gli omosessuali siciliani durante il periodo del fascismo. La nudità di cui parla il titolo del film è quella a cui si trovano relegati circa quaranta catanesi, arginati lontano dalla città per nascondere, o per lo meno controllare, quella che all’epoca era ritenuto dal disegno fascista un “pericolo incombente per la morale nazionale”. Dopo Homo Fobicus, il docu-film messo a punto dal collettivo Cinefreak sull’omofobia nella provincia orobica, un’altra giovane regista italiana si lancia sul dilemma tolleranza/intolleranza che investe il mondo gay. Lo fa ripercorrendo quella che è parte della Storia italiana e quella che è ancora la cultura dominante in alcuni paesi dello Stivale. A parlare sono persone che hanno vissuto quegli anni, chi “agli arresti” chi invece in città, che riaprono alla regista le porte dei loro ricordi e mostrano quella che è la loro natura intima. Il documentario è un continuo raffronto tra sensazioni contrastanti: il buon rapporto tra i coatti e i cittadini (“erano brave persone, la sera ballavano e cantavano”, dice una donna sui rinchiusi a Ustica), i ricordi d’amore di cui l’isola fa galeotta (esemplare la storia di un ottantenne che da Ustica non si è più allontanato: “Ho avuto una bella vita, una bella gioventù, un uomo che mi ha amato e che ho amato per 16 anni”), e l’asfissia provocata dalla coercizione.

Perché per quanto Ustica fosse di certo uno dei posti di confino più felici, la verità storica nessuno la può cambiare: uomini racchiusi come bestie in un recinto. Inguglia lascia che siano le immagini e la musica a donare al suo lungometraggio quell’alone di miseria umana che ne traspare. Pecore chiuse dentro le staccionate e cavalli legati alla corda diventano qui metafora di un’impossibilità di scelta, di un destino – ostile – voluto da altri, e denunciano, senza mai farne menzione, le ispezioni corporali, gli interrogatori umilianti e le brutalità di cui l’uomo in passato (e forse anche nel presente) si è macchiato.

Debora Inguglia al lavoro sul set

Debora Inguglia al lavoro sul set

Un’idea affascinante, ma non priva di alcuni nei. In primis il troppo spazio ai ricordi dei personaggi stimola una ricostruzione storica che diventa sinonimo di distorsione storica. E poi la “morale”, se così si vuol chiamare, esplicitata da quella frase detta alla tv in una nota soap opera e che appare un po’ forzata. Se si riesce a perdonare potremmo finalmente mettere una pietra sul passato, è l’invito che irrompe le note struggenti dell’Inverno di Vivaldi. Beata ingenuità, non c’è che dire. Ma, onestamente, si tratta di una vicenda un po’ troppo complessa, piena di ombre, pieghe e significati nascosti, per essere risolta in questo modo.

di Alessia Barbiero

video: http://www.youtube.com/watch?v=cRO3mUYujZM

Paolo Troilo, la scoperta di sé attraverso l’arte del nudo

Posted by:admin on nov - 6 - 2009 - 7- OCCHIO ALL'ARTE di Andrea Pellegrino -

Paolo Troilo, acrilico su telaPaolo Troilo è un giovane pubblicitario nonché un giovane artista. Le sue opere posso visionarsi principalmente alla Fabbrica Eos di Milano e alla Galleria Gagliardi di San Gimignano.

Ciò che colpisce delle sue opere è la fase creativa, non ultimo il messaggio. Vi chiederete cosa faccia questo artista. Ebbene: si posiziona davanti alla telecamera o al suo telefonino e si filma, si fotografa, dopo di che dipinge ciò che ha filmato e fotografato. Generalmente si ritrae nudo. Semplice edonismo? Tutt’altro.

La telecamera, il telefonino o la macchina fotografica rappresentano per Troilo un mezzo, un filtro attraverso cui guardare se stessi. Non c’è cosa più sincera da fare che nel guardarsi, denudarsi a se stessi. Smettere dunque di avere un ruolo: da personaggio tornare persona e ri-conoscersi. Ecco spiegato il nudo. Il dipingere, nella fase successiva, e perciò il ripensare e il prendere coscienza di ciò che la visione ha comportato, non è affatto una scelta casuale.

Troilo in quanto pubblicitario avrebbe potuto sviluppare il suo lavoro per mezzo della grafica o della fotografia alle quali deve molto, tuttavia decide di usare l’acrilico su tela. Il perchè della sua scelta si spiega osservando il modo originale in cui realizza le sue tele, con cui instaura un rapporto intimo, viscerale.

Niente pennelli, né spatole, solo le dita, le mani, il corpo. Un corpo, quello che appare sulla tela, che si contorce, che non si capisce se stia esplodendo o liquefacendosi. Il viso urla, si dispera, impreca; si copre gli occhi per non vedersi. È un corpo in perenne movimento, è una fuga. Ma allo stesso tempo è un corpo statico, costretto nelle gabbie della mente, fermo nelle sue paure, nei suoi scarsi tentativi mal riusciti di provare ad essere migliore. È un corpo che si erge a simbolo di tutti i corpi e dunque di tutto il genere umano.

Paolo Troilo, acrilico su tela

Il buio della ragione genera mostri. Ecco quello che vediamo se proviamo a guardarci nello specchio che le opere di Troilo rappresentano. Vediamo mostri. Vediamo noi stessi. Più esattamente, le opere di Troilo mostrano gli effetti di questa consapevolezza: i corpi in perenne tensione, forse tra Io collettivo e Io individuale, rasentano movimenti folli, crisi epilettiche, corse verso il suicidio, grida sorde. Il dolore diventa essenziale ed insopportabile. Diviene insopportabile scoprire che ci rimane poco di veramente umano in una società in cui regna l’alienazione. Cosi si spiegano questi corpi che patiscono e che parimenti combattono questo stato di cose senza trovarne soluzione.

Così si spiegano le sue tele dipinte su tonalità fortemente contrastanti. Di solito sono sempre due in alternanza fra loro: avorio e ”grigio di payne” oppure avorio e ”verde vescica”, altrimenti rosso e nero. Non a caso fra la forma e la sostanza si combatte, all’interno di noi, una eterna guerra fra ciò che mostriamo e ciò che in realtà siamo. Fra i nostri opposti.

Le opere di Troilo comunicano il disagio del non saper più mostrarci per quello che siamo e di non saper più comunicare, o forse, testimoniano la possibilità di poter avere ancora una voce, per riuscire a urlare il disagio di sentirsi umani, forse troppo, in un mondo di automi. Questo ci dice Troilo. Quello che siamo diventati. Le sue opere urlano: ridatemi la complessa semplicità della mia natura umana, denudata da tutto.

di Giovanni Bertuccio foto Galleria Gagliardi

Informazioni: mostra personale di Paolo Troilo, Fabbrica Eos, Milano. Dall’ 11 novembre al 12 dicembre 2009.

Per un maggiore approfondimento e per presa visione delle opere:

http://www.galleriagagliardi.com/gallery/troilo.htm

http://www.fabbricaeos.it/